Sarri è l’ultima carta di Higuain per essere trattato da re

È nato ricco, dover sgobbare lo ritiene intollerabile. Gonzalo era un predestinato, da anni vive da tormentato. Da una sola persona si è sentito compreso.

Sarri è l’ultima carta di Higuain per essere trattato da re
Sarri e Higuain in una foto di Matteo Ciambelli

Viziato

La parola che lo dipinge è “viziato”. Racchiude Gonzalo Higuain. Però ci confina anche in uno stato di non pacificazione con lui. A essere viziato, è viziato. Ne abbiamo scritto tantissime volte. Persino noi del Napolista che a luglio di tre anni non piangemmo (almeno chi scrive) nemmeno una lacrima per quell’addio che divenne melodramma. Il Tradimento. Che qui, sul Napolista, invero sembrò un affare. Perché, pur sapendo giocare a calcio come pochi altri, non di sola tecnica è formato un atleta o un campione. La parola fuoriclasse, qui, è fuori luogo. E 90 milioni per chi fuoriclasse non è, sono un’enormità. Tant’è vero che con Higuain la Juventus ha vinto quel che aveva già vinto con Matri e Quagliarella.

Ma torniamo a lui. Higuain è fondamentalmente un tormentato. Il calciatore errante. Ma lui non ha un Gesù che non ha riconosciuto. Forse l’unico aspetto che non ha riconosciuto sono i suoi limiti. O li ha riconosciuti, li ha visti e ne è scappato. Fa una fatica tremenda a conviverci. E, francamente, chi siamo noi per imporglielo?

Higuain fa incazzare, è vero. Ma non è che faccia poi una bella vita. A parte i soldi, gli agi e tutto quel di cui godono i calciatori col suo status. Higuain è meno di un nove e mezzo. Non è nemmeno un nove. Ed è dura da digerire per un predestinato. Uno che a nemmeno vent’anni aveva già indossato le maglie di River Plate e Real Madrid. O diventi “almeno” Van Basten (magari); oppure sarai un infelice. Calcisticamente.

Se ne andò sdegnato da Madrid

Arrivò a Napoli proprio perché non resse l’affronto del Real Madrid. Lui messo in concorrenza con Benzema. Se ne andò sdegnato. Ed era troppo preso da sé per rendersi conto che erano in pochi quelli che piangevano, pur riconoscendone l’indubbio valore. Da allora, Higuain non ha più trovato casa. Ha dovuto, si fa per dire, nuotare in mare aperto. Per lui, indossare la maglietta del Napoli è stato nuotare in mare aperto. Ha sofferto il freddo calcistico. Se ne accorse la sera che pianse di frustrazione per l’eliminazione dalla Champions. Non gli era mai capitato. Fece i conti con la realtà.

E ogni qual volta ha avuto l’opportunità di cambiarla, quella realtà, ha testardamente preso a calci la possibilità. La sola opzione di riscatto lo offendeva. Una prospettiva intollerabile per lui. Riscatto da cosa? Lui era Gonzalo Higuain per nascita e sempre lo sarebbe stato. Non doveva conquistarsi nulla, lo aveva già.

E così ha preso a calci un Mondiale, buttato via come nemmeno Calloni avrebbe fatto. Due Coppe America. Più modestamente, una qualificazione in Champions League dopo aver lanciato addosso al portiere del Dnipro i biglietti per la finale di Europa League a Varsavia. Gleli lanciò contro una, due, tre volte. Perché Higuain è il piccolo re. E da piccolo re deve giocare. Qualsiasi altra dimensione la considera intollerabile. Lui gioca e si comporta da monarca. Gli altri sudano per conquistarsi un posto nella vita. In due anni (per chi scrive, tre anni), una sola volta lo abbiamo visto trasformato: a Doha, nella Supercoppa contro la Juventus. Giocò la più straordinaria partita della sua avventura napoletana. Si mise in gioco, rischiò e vinse.

L’unico che ha scalfito la sua corazza

La parentesi è doverosa. Perché il terzo anno, dopo Benitez, arrivò a Napoli Maurizio Sarri. L’uomo cui Gonzalo ora si affida per cercare la serenità. L’unico allenatore che sia riuscito a scalfire quella corazza di alterigia che in realtà nasconde debolezza. Ne è nato un rapporto che solo i cultori di Freud possono provare a disarticolare. Sarri ha provato a semplificare: «Gli devo molto». Ed è vero. Ma non può essere tutto. Anche Gonzalo gli deve molto. È grazie a lui che ha segnato 36 gol. E ha convinto la Juventus a sborsare i novanta bigliettoni da un milione l’uno.

Ma c’è dell’altro. La sua partenza lasciò in Sarri una ferita che non si è più rimarginata. Nonostante i punti in più in campionato. Nonostante la scoperta di Mertens centravanti. Nonostante lo scudetto sfiorato. Quando la Juve di Allegri venne a Napoli a vincere con gol di Higuain, Sarri disse: «La Juve ha novanta milioni in meno ma ha tre punti in più». E sì, c’entra la viscerale antipatia con De Laurentiis. C’entra la dimensione populistica che lo ha imprigionato. Ma è anche il suo pensiero. Quando lo vede, gli si apre il cuore. Come quando allo Juventus Stadium, Gonzalo gli andò incontro. Sarri aprì le braccia e sorrise come raramente ha fatto.

Eppure Higuain lo abbandonò. Non potè farne a meno. Quella vita da subalterno, da outsider, non riusciva a concepirla. Non gli apparteneva. Non gli appartiene. Non sa cosa sia. Lui è ricco. Sta con i ricchi e con i potenti. Chiedetegli tutto, ma non di rinunciare allo status con cui è nato. Può giocare con la Juventus. Non può giocare col Milan dove lo scudetto si chiama quarto posto. È un affronto intollerabile.

Va via di nuovo. Sembra la canzone di Ivano Fossati “E di nuovo cambio casa”. Ma, di più, somiglia a “Monologo di un cane coinvolto nella storia” della poetessa Wisława Szymborska. Higuain si sente un giocatore eletto. Non vuole sentire ragioni. Se qualcuno prova a mostrargli che la realtà è cambiata, dà in escandescenze. Come i bambini, e gli adulti, viziati. Ora prova la sua ultima carta: tornare dall’unica persona da cui si è sentito compreso. Nella speranza che il tempo non abbia modificato nulla.

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