Giorgetti e la sua strana (e pericolosa) idea del giornalismo

A Sky Sport ha parlato di legittimazione mediatica per i razzisti. La selezione delle notizie avviene in Paese la cui democrazia vacilla. Il diritto di cronaca è sacro

Giorgetti e la sua strana (e pericolosa) idea del giornalismo
Giorgetti e Salvini

Il problema della legittimazione mediatica

Il sottosegretario allo Sport Giancarlo Giorgetti ha ieri concesso un’intervista al direttore di Sky Sport Federico Ferri. Ne abbiamo qui riportato alcuni passaggi. Ce n’è uno che ci sta particolarmente a cuore, quello che riguarda il giornalismo.

Il problema della legittimazione mediatica esiste. Se si dà pubblicità anche a eventi violenti, in qualche modo si celebra e si esalta un rito che per questo tipo di tifosi violenti, diventa un mezzo di autostima per attrarre persone psicologicamente deboli che vedono così la possibilità di partecipare a fatti che diano loro un riconoscimento.

È un tema che peraltro abbiamo già affrontato, proprio con Sky Sport. Ci rendemmo che durante le telecronaca di Inter-Napoli noi telespettatori non avevamo avuto la percezione di quel che sta avvenendo sugli spalti di San Siro. Non ci fu restituito quel clima che peraltro – come scritto da Guido Ruotolo – spinse questore, responsabile per l’ordine pubblico, arbitro e quarto uomo a raggiungere l’accordo a fine primo tempo di sospendere la partita. Fabio Caressa in tv spiegò che era una policy aziendale, Sky sceglie di non dare – appunto – legittimazione mediatica a certi comportamenti. Noi non siamo d’accordo. Ci furono anche scambi – civili e cortesi – su Twitter con i vertici giornalistici dell’emittente.

Un terreno scivoloso

Ma una cosa è la policy di Sky e un’altra sono i desiderata del sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Si entra in un terreno scivoloso. Quando deve esistere e quando no la legittimazione mediatica? Il binario del giornalismo, dell’informazione, del diritto/dovere di cronaca non può seguire il binario della politica, non arriviamo a dire della propaganda. È un terreno ancor più scivoloso in questi giorni in cui il governo è al centro di feroci polemiche sull’uso propagandistico dell’arresto di Cesare Battisti.

Il silenzio serve solo a mettere la polvere sotto al tappeto

Tornando al razzismo, quindi immaginiamo che per il sottosegretario Giorgetti il silenzio dei media aiuterebbe a risolvere il problema. Abbiamo gioco facile nel dire che i buu silenziati da Sky non hanno sortito l’effetto sperato. E non ci fermiamo a Sky. In Italia in questi mesi – potremmo dire prima del ritorno in patria di Carlo Ancelotti – non c’è stata affatto una sovraesposizione mediatica del fenomeno razzismo e/o discriminazione territoriale negli stadi. Eppure la situazione non è affatto migliorata. Anzi, è proprio il dibattito che sta venendo su, ad avere acceso i riflettori su un fenomeno che lo sport italiano prova da anni a nascondere sotto il tappeto. Col risultato che da noi il protocollo Uefa non si riesce ad applicarlo e a mandare in crisi un sistema basta una persona – Ancelotti – che dice cose di buon senso.

In Inghilterra ogni qual volta si registra un episodio razzista, la cassa di risonanza mediatica è immediata e imponente. E non solo per quel che avviene in Premier. Il razzismo viene innanzitutto denunciato dal punto di vista giornalistico e di conseguenza stigmatizzato.

I giornalisti hanno il compito di informare. Non di selezionare le notizie. Non di decidere cosa deve passare e cosa no. Questo avviene in Paesi la cui democrazia è vacillante. Ed è tremendamente pericoloso che l’idea venga da un esponente politico, dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

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