Ancelotti e Pippo Inzaghi, storia di un amore (tecnico) infinito

Vittorie e gol decisivi, ma soprattutto un perfetto legame tattico: Inzaghi è stato definito «il miglior centravanti d’area che ho mai allenato» dal tecnico emiliano.

Ancelotti e Pippo Inzaghi, storia di un amore (tecnico) infinito

Un rapporto speciale

Intervenendo oggi in conferenza stampa, Filippo Inzaghi ha presentato così la sfida con Carlo Ancelotti: «Sarà strano affrontarlo dalla panchina. È difficile spiegare a parole il rapporto che mi lega a lui».

La sera prima di Milan-Liverpool, finale di Champions League 2006/2007 – era la rivincita di Atene 2005, quando il Liverpool di Benitez rimontò tre reti ai rossoneri -, Galliani consigliò al suo allenatore Ancelotti di schierare Gilardino come prima punta. La risposta di Ancelotti è perentoria: «No, gioca Pippo». È un aneddoto che mister Carlo racconta in uno dei suoi libri, più volte ha fatto capolino nelle sue interviste. È esplicativo rispetto all’importanza e all’impatto di Inzaghi sulla carriera dell’allenatore emiliano. Non è solo una questione di gol decisivi – come i due segnati all’indomani del suggerimento di Galliani -, ma anche di attaccanti “cancellati” da Inzaghi negli anni rossoneri.

Una cronologia veloce: Inzaghi firma per il Milan nell’estate del 2001, Ancelotti viene assunto qualche mese dopo, al posto di Terim. Lui e Shevchenko si scambiano e si dividono l’attacco rossonero fino al 2006, quando Andrij lascia l’Italia per il Chelsea. Dall’estate del 2006, il Milan – che ha già Gilardino in rosa da un anno – acquista i seguenti attaccanti: Ricardo Oliveira, Ronaldo, Pato, Borriello, Huntelaar. Gilardino resisterà due anni, tutti gli altri subiranno la dittatura di Inzaghi. Solo Pato sopravviverà al mito del numero 9 rossonero, per poi sparire subito dopo un’effimera affermazione. Inzaghi si ritira nel 2012, dopo che gli infortuni e l’età e l’ostracismo di Allegri gli hanno praticamente tolto il calcio. Ancelotti non ha mai rinunciato a Superpippo, se non perché ha dovuto farlo. Era calcisticamente innamorato di lui.

«Il migliore»

Un anno fa, dopo l’esonero al Bayern, Ancelotti fu ospite di Pierluigi Pardo a Tiki-Taka. Le sue parole sono il ritratto migliore di Inzaghi, e sono colme di ammirazione: «Pippo era un grande attaccante, il migliore attaccante allenato ed incontrato in carriera in area di rigore. Forse fuori area uno dei peggiori, ma in area uno dei migliori». È la definizione di un amore tecnico, ma anche di un modo di intendere il ruolo di centravanti. Molto spesso (ad esempio dopo Napoli-Spal), Ancelotti si è arrabbiato con i suoi attaccanti (Mertens e Insigne) per la loro tendenza a venire fuori per giocare con i compagni.

L’idea del centravanti

Al netto delle preferenze e delle inclinazioni tattiche di ogni tecnico, analista o semplice appassionato, è un’idea di punta che richiama il modo di giocare – che poi era un modo di essere – di Inzaghi. Stazionare in area, aspettare il pallone giusto, puntare la porta. Essere centravanti, pensare come centravanti, non semplicemente fare il centravanti. Una differenza sostanziale nell’interpretazione mentale del gioco, che a qualcuno potrebbe sembrare anacronistica e invece è ancora aderente al nostro tempo: Icardi, il moderno Cristiano Ronaldo, Benzema, Aguero, Lewandowski, lo stesso Shevchenko. Profili più forti di Inzaghi dal punto di vista tecnico, giocatori maggiormente portati al dialogo con i compagni. Solo che hannoo avevano  anche – se non soprattutto – il killer instinct. Anzi, è questa caratteristica a fare la differenza con gli altri attaccanti.

Magari Inzaghi appartiene ad un’altra epoca per qualità tecniche e fisiche, ma l’approccio al gioco del predatore è ancora molto richiesto. E il Milan dei piedi buoni, quello con Pirlo, Seedorf e Rui Costa contemporaneamente in campo, la squadra che avrebbe accolto e svezzato e lanciato Kakà, aveva Superpippo come perfetto terminale offensivo. Forse poca tecnica pura, ma tanta sostanza sotto porta. Roba da 116 gol in 249 partite, con alcune annate giocate a singhiozzo per colpa degli infortuni. Anche le due stagioni e mezzo vissute insieme alla Juventus, dal 1999 al 2001, furono caratterizzate da cifre importanti: 62 gol in 89 partite in tutte le competizioni.

Napoli-Bologna

Da allenatori, entrambi sono stati enfant prodige. Ancelotti ha portato la Reggiana in Serie A dopo l’avventura come vice di Sacchi in nazionale; ad Inzaghi fu affidato direttamente il Milan dei grandi dopo l’apprendistato nelle giovanili. Finora Pippo non ha mantenuto fede alle attese, la stagione sulla panchina rossonera fu molto deludente, e ha dovuto ricominciare da Venezia (Serie C e poi Serie B) prima di avere una nuova occasione in Serie A. Ora a Bologna vive un momento difficile, ma è anche una questione di qualità della squadra.

Non ci sono grandi somiglianze, Inzaghi allenatore tattico sembra un pragmatico più attento all’equilibrio difensivo che alla sperimentazione d’attacco, non ha ereditato l’amore per il gioco sofisticato del suo maestro. Magari è – ancora – un discorso che riguarda il Bologna, una squadra con cui non si può fare grande poesia, addirittura qualcuno sussurra e scrive che una brutta sconfitta a Napoli potrebbe portare Inzaghi all’esonero. Non sarebbe la conclusione giusta per una storia bellissima, il secondo grande abbraccio di papà Carletto a un suo figlio nuovo allenatore di Serie A dopo quello con Rino Gattuso. Dopotutto, rapporti così belli e importanti sono davvero difficili da spiegare e raccontare a parole, quindi è un peccato che vivano anche un solo capitolo negativo.

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