Thiago Motta: «Ancelotti è il top, tecnico e gestore perfetto»

L’intervista di Thiago Motta alla Gazzetta: «Carlo è unico, è sempre positivo, sa conquistarsi il rispetto di tutti con la sua normalità».

Thiago Motta: «Ancelotti è il top, tecnico e gestore perfetto»

L’intervista alla Gazzetta

Thiago Motta è (già) diventato un allenatore, è passato in un amen dal campo alla panchina. Oggi è alla guida della Primavera del Psg, viene presentato come un possibile Next Big Thing tra gli allenatori, anche perché ha lavorato con i migliori: Guardiola, Ancelotti, Mourinho. Nella sua intervista alla Gazzetta dello Sport in edicola oggi c’è l’elogio ai suoi maestri. Ma Ancelotti è in vetta alla sua hit parade: «Guardiola è il re del gioco, ammiro molto Zidane. Ma Ancelotti è stato il top».

Ecco perché: «Conoscenza del calcio impressionante, gestione perfetta dello spogliatoio, preparazione delle partite, psicologia e rapporti umani. Carlo è unico, si conquista il rispetto di tutti con la sua normalità. Ricordo il nostro primo incontro al Psg: arrivai direttamente dalla Pinetina al centro sportivo, vestito con quello che avevo: un paio di pantaloni con il cavallo basso, alla turca, che andavano di moda all’epoca. Carlo mi vede, e fa: “Hai firmato?” Io: “Sì mister”. E lui: “Allora adesso ce li hai i soldi per comprarti un paio di pantaloni decenti?”. Lui è sempre positivo, disponibile, sereno. Non pone barriere, sa far sentire tutti importanti. Quando mette uno fuori è il primo a essere dispiaciuto e pensa subito al suo recupero».

Ancelotti e la rabbia: «Di solito Carlo non ha bisogno di alzare la voce, ma quando si incazza crollano i muri… Una volta contro l’Evian… No, non posso raccontarlo. Ma chieda a Ibra…». L’episodio di Evian è raccontato nel libro Il Leader Calmo, proprio dallo stesso Ibrahimovic.

Gli altri allenatori

Motta parla anche di Mourinho: «Un vincente. Nel senso che lui in testa ha solo un obiettivo: vincere. Non gli interessa lo spettacolo. Mourinho ha due facce: una felice quando vince, una incazzata quando perde. Il suo umore cambia in base al risultato. Se hai giocato bene, ma hai perso, lui non riesce a trovarci niente di positivo. Mentre se vince giocando malissimo è felicissimo. La partita di Mourinho si gioca nelle due aree. La sua in cui devi morire pur di non far segnare l’avversario e quella avversaria in cui devi affondarlo. Il centrocampo è un fastidioso percorso tra due campi di battaglia. Se viene saltato, meglio: il tiqui taca non gli appartiene. Mou non cerca il bello, cerca un nemico, se non ce l’ha lo crea».

Il City di Guardiola: «Contro il Manchester United hanno fatto un gol dopo 44 passaggi. L’ho fatto vedere ai miei ragazzi. Noi contro il Napoli in Youth League abbiamo segnato dopo 16… siamo ancora molto indietro».

Il modulo 2-7-2

L’approccio di Motta come allenatore: «Mi piace il gioco d’attacco. Una squadra corta, che imponga il gioco, pressi alta, sappia muoversi insieme, con e senza palla, affinché ogni giocatore abbia sempre tre­-quattro soluzioni e un paio di compagni vicino pronti ad aiutarlo. Il difficile nel calcio spesso è fare le cose semplici: controllo, passaggio, smarcamento. Non amo i numeri legati ai moduli, possono essere bugiardi. Il calcio non è il biliardino: conta il movimento. Puoi essere super offensivo con il 5­3­2 e difensivo con il 4­3­3. Dipende dalle qualità degli uomini e dall’atteggiamento. Ho visto un fenomeno come Eto’o fare anche il terzino, dando un esempio che fu il segreto dell’Inter del Triplete. Per me la squadra si può leggere anche partendo dalla fascia destra arrivando alla sinistra:che ne dice se giochiamo con il 2­-7-­2? E conto anche il portiere, ovviamente».

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