La lezione di Giampaolo sul Napoli di Ancelotti

«Una squadra che ha cambiato modo di gestire il tempo durante la partita». Giampaolo ha studiato il nuovo Napoli, tra gestione. maturità e imprevedibilità.

La lezione di Giampaolo sul Napoli di Ancelotti

Un grande tattico

Marco Giampaolo non fa fatica a confermare i luoghi comuni sulla sua figura, sul suo lavoro. Dal primo approccio al calcio vero (dodici anni fa la prima panchina in Serie A con l’Ascoli), il tecnico abruzzese viene definito come un fine tattico, uno studioso del gioco, una sorta di sciamano del football ragionato, pensato, di stampo offensivo se vogliamo. Non a caso, l’Empoli scelse lui per proseguire il lavoro di Sarri. Ancora oggi, i toscani hanno un allenatore “scientifico” come Aurelio Andreazzoli.

Marco Giampaolo non fa fatica a confermare i luoghi comuni sulla sua figura, lo scriviamo di nuovo perché oggi ha mostrato di aver compreso, di aver gia compreso, il lavoro che Ancelotti ha impostato a Napoli. In un pezzo scritto dopo la partita amichevole col Borussia DortmundIl Napolista ha parlato di «gioco di selezione». Oggi, l’allenatore della Sampdoria ha dato una lettura similare. Ma è riuscito ad andare più in profondità, perché noi ne abbiamo fatto una questione di atteggiamento mentale, lui invece analizza la questione dal punto di vista universale del rapporto con il tempo.

Le sue parole, oggi in conferenza a Bogliasco: «Il Napoli sta cambiando, c’è diversità nell’interpretazione delle cose. È una squadra che ha tanta qualità, ha tanti giocatori forti nell’uno contro uno, in fase realizzativa. Il modulo è sempre lo stesso, è cambiata l’intensità e la gestione dei novanta minuti, non sono legati a troppi riferimenti tempistici sul campo. Sono capaci di giocare quindici minuti di grande intensità e poi prendersi una pausa».

Il lavoro della gestione

È un discorso di eredità e di aggiunta, rispetto al lavoro di Sarri, di completamento e ampliamento della maturità di questo Napoli. A differenza della narrazione convenzionale, anche la squadra a cui Sarri è arrivato al termine del suo lavoro triennale era capace di regolare il suo rapporto con l’intensità di gioco, quindi con il tempo. Basta andare indietro a molte, molte partite della scorsa stagione, per trovare una squadra in grado di portarsi in vantaggio e poi addormentare i ritmi: a Udine, in casa con la Spal, contro il Crotone in Calabria, contro il Benevento al Vigorito. Il Napoli di Sarri ha fatto 91 punti perché era una squadra che aveva imparato a gestire sé stessa e le partite, a giocare con il suo gioco in rapporto al tempo.

La capacità di gestire la partita appartiene anche al Napoli di Ancelotti. Ce ne siamo accorti contro la Lazio: inizio negativo, rimonta furiosa nel primo tempo e all’inizio della ripresa; poi, intensità addormentata fino al 90esimo, con qualche occasione sparsa – ma casuale –  per l’uno a tre o per il due a due. Contro il Milan non c’è stato spazio per questo tipo di sviluppo, il Napoli ha dovuto rincorrere fin da subito e ha smesso all’80esimo. Partita emotiva, troppo emotiva per poter dare un significato concreto a questa nostra analisi.

Il lavoro dell’imprevedibilità

L’aggiunta di Ancelotti, secondo la lettura di Giampaolo, riguarda invece il concetto di imprevedibilità. Nei suoi segmenti di alta intensità, il Napoli 2018/2019 è una squadra che attacca in ampiezza e in profondità, con il pallone in verticale e con il gioco avvolgente, va oltre certi meccanismi perché ne ha studiati altri, ne ha aggiunti altri, appunto.

Il tempo, in questa analisi, è fondamentale: la maturità di gestirlo (vedi sopra) va in parallelo con la capacità di accelerare in modo diverso, e in modo diverso a seconda della partita e dell’avversario. Contro il Milan, ad esempio, la rimonta è stata fondata su un cambio di modulo con gli stessi uomini in campo, poi con l’ingresso di Mertens; a Roma contro la Lazio, è stata una questione di intensità e pressione sull’avversario, senza cambiare riferimenti – almeno fino al gol di Insigne.

Conclusioni

Giampaolo ha detto tutto (cit), ha mostrato ancora una volta di essere quello che è: un perfetto, profondo, appassionato studioso – quindi anche conoscitore – del gioco. Il Napoli di Ancelotti è una squadra di picchi, volutamente di alti e bassi. Anche oggi, il tecnico del Napoli ha parlato di «migliorare l’approccio», che può voler dire azzannare subito la partita come non perdere distanze ed equilibri nei momenti a basso ritmo. È il resto della maturità di questa squadra, forse l’unica fetta mancante della torta.

Del resto, lo scudetto dello scorso anno è stato smarrito per due partite – su tutte le altre – giocate male prima con la testa, e poi attraverso la tattica. Parliamo di Napoli-Roma e Fiorentina-Napoli. Pensare di migliorare il Napoli di Sarri vuol dire partire proprio dal rapporto col tempo e l’emotività, due parametri universali e inevitabili. Giampaolo lo sa, e l’ha spiegato con dovizia di particolari, anche se non tutti hanno colto tutte queste sfumature.

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