Se Napoli ha avuto da ridire su Conte, ogni allenatore penserà: chi me lo fa fare?

POSTA NAPOLISTA - La fuga degli allenatori è più un problema di ambiente che di società snella, quella è una strategia aziendale, è una scelta di business

Se Napoli ha avuto da ridire su Conte, ogni allenatore penserà: chi me lo fa fare?

Db Milano 11/01/2026 - campionato di calcio serie A / Inter-Napoli / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Antonio Conte espulsione

Ho letto, ieri pomeriggio, un articolo del già Magnifico Rettore Guido Trombetti. Trombetti sostiene che i grandi tecnici abbiano rifiutato la panchina del Napoli, o siano in procinto di farlo, per la mancanza di attrattività del club, causata dall’assenza di una struttura dirigenziale solida e capace di garantire certezze ai tecnici; questo in uno all’assenza di infrastrutture moderne ed efficienti, ormai centrali nel calcio contemporaneo. Mi permetto di dissentire. Essenzialmente perché il Calcio Napoli, in quanto azienda, ha intrapreso una strategia aziendale, rivoluzionaria come avete già sottolineato più volte, votata all’agilità e alla snellezza. È una scelta di business che non rappresenta necessariamente un deterrente per i top manager. Sì perché, nell’ottica di riconoscere una società calcistica come azienda, e quindi al di là delle etichette che il giornalismo sportivo italiano scimmiotta dal contesto british, gli allenatori sono dei manager, e non degli asset: fanno il loro lavoro per portare a casa dei risultati (in termini sportivi, e di conseguenza in termini di business).

Grosso, Sassuolo-Atalanta

La capacità di portare a casa risultati prescinde dalla struttura dell’azienda

Ovviamente, non tutti allo stesso livello: lo spessore di Antonio Conte non è lo stesso di un profilo come Fabio Grosso (il cui nome circola per la successione di Conte, con un po’ di mio timore, lo ammetto). Continuando con il parallelo aziendale, infatti, da una parte avremmo un COO (Chief Operating Officer), dall’altra parte, nella migliore delle ipotesi, un Delivery Manager. Ma la capacità di portare a casa risultati, e anche l’ambizione di farlo, credo prescinda dalla struttura dell’azienda in cui si lavora: per esperienza personale, sono stato manager (a diverso titolo, appunto) sia in piccole aziende, dalla struttura agile e snella; che in aziende mastodontiche, caratterizzate da una sovrastruttura imponente. E se dovessi dire in quale delle due abbiamo (uso il plurale per dire io-e-l’azienda) portato i risultati più soddisfacenti, molto probabilmente direi la prima.

Forse, più che la struttura dell’azienda, credo un fattore sia la disponibilità economica. E il Calcio Napoli, al netto delle voci su un ridimensionamento verde e di prospettiva, e di un alleggerimento dei costi fissi del personale, la disponibilità economica ce l’ha. Per dirla in una “nocciolina” (“in a nutshell” come dicono, qui ci sta bene, gli anglosassoni): io credo che se ad Allegri (un nome così, a caso) compri quattro Kvaratskhelia delle origini, lo rendi più felice che acquistando uno Nkunku. E tra l’altro, qui entra il profilo del manager: che vede il profilo valido e avalla l’acquisto. O intravede l’acquisto fallimentare, e lo boccia. Se capace di farsi coinvolgere in queste dinamiche, ovviamente.

L’ossessione del tifo napoletano per la bellezza del gioco

Il vero nodo è un altro, più volte sollevato anche dalla redazione de Il Napolista: è questa continua tensione (se non ossessione) del tifo napoletano verso la grande bellezza. Più dei risultati. Più della vittoria. Se a uno come Conte – che in due anni ha preso una squadra dalle macerie del decimo posto, piazzando uno scudetto, una supercoppa italiana, e un secondo posto – gli si rinfaccia di annoiare il pubblico; o se lo si bacchetta perché agli ottimi risultati sono preferibili le sfavillanti trame di gioco (sembra una massima di Massimo Catalano al contrario…); be’, come può un Allegri, votato al pragmatismo e al risultato, accettare di venire a Napoli? Per farsi crocifiggere una settimana sì e l’altra pure? (Quando poi magari sei primo in classifica, e in semifinale di Champions League – chissà…). Ma un discorso simile può valere anche per un Sarri, che sa di non poter replicare quella (maledetta) grande bellezza. E infatti se ne va all’Atalanta. (Che poi mi verrebbe da dire: siamo sicuri che Sarri, oggi, sia questo top manager di cui abbiamo bisogno?)

Ecco, credo che il problema sia tutto qui. Non nella mancanza di appeal a causa di una linea societaria che predilige l’agilità in luogo delle sovrastrutture. (Anche se, in effetti, qualche struttura in più non guasterebbe). Ma il problema risiede in un logico ragionamento dell’allenatore intercettato per la successione, che pensa: ma chi me lo fa fare?

Grazie dell’attenzione.
E distinti saluti al “mio” già Magnifico Rettore Trombetti
Giovanni Esposito