In piedi ad applaudire Antonio Conte il miglior allenatore del Napoli dopo Ottavio Bianchi

Un biennio da urlo dopo aver raccolto squadra e club col cucchiaino. Ha vinto con una squadra modesta e il secondo anno ha pagato l’assurda narrazione che ha accompagnato il disastroso mercato. Onesto intellettualmente con la città e la tifoseria. A lui va un ringraziamento profondo

In piedi ad applaudire Antonio Conte il miglior allenatore del Napoli dopo Ottavio Bianchi

Napoli's Italian coach Antonio Conte is thrown in the air by his players as they celebrate after winning Italian Serie A football match between Napoli and Cagliari at the Diego Armando Maradona stadium in Naples on May 23, 2025. (Photo by Carlo Hermann / AFP)

Così vai via
Non scherzare, no
Domani via
Per favore no.

Ci affidiamo a Claudio Baglioni per cominciare quest’articolo sul biennio di Antonio Conte a Napoli. Domani lo stadio sarà tutto per lui. Soprattutto le curve che evidentemente e fortunatamente sono immuni dalla discussione alto borghese sull’estetica del calcio praticato. Discussione che ci ammorba da mesi. La masturbatio grillorum di breriana memoria.

L’onestà intellettuale di Antonio Conte nei confronti di città e tifosi

Antonio Conte a Napoli è stato una sorta di Aleph. Attraverso di lui abbiamo conosciuto più mondi, alcuni ignoti. Ci piace partire dal rapporto di totale onestà intellettuale che Conte ha voluto instaurare con la città e quindi con la tifoseria. Da quella sera a Dimaro quando fermò il core “chi non salta, juventino è” e spiegò perché lui non avrebbe partecipato a quel rito, ricordò che la Juventus era parte della sua vita. Patti chiari, amicizia lunga. La maggioranza apprezzò. Quella franchezza è rimasta la cifra dell’esperienza di Conte a Napoli. Come le sue mattinate dal Parco Margherita a piazza Amedeo a prendere il caffè. Ha vissuto al centro della città. Non ha mai rifuggito il confronto.

Dall’onestà intellettuale all’abnegazione. La sua parola d’ordine è stata “amma fatica’” e l’ha declinata in ogni modo. Fino alla noia. Per qualcuno fino alla nausea. Conte è il più sacchiano degli allenatori. Nel senso della devozione, dell’ossessione per il lavoro. Arrigo lo amava anche da calciatore. Se lo portò a Usa 94 e spende sempre parole di elogio per il Conte allenatore. E come Arrigo, Antonio vive il lavoro con tale senso di responsabilità che ne esce spossato, distrutto.

Arrigo Sacchi Spalletti Osimhen conte

Se così non fosse stato, non avrebbe raggiunto i risultati che ha raggiunto. Anche e soprattutto a Napoli. Uno scudetto vinto con la rosa nettamente meno competitiva delle quattro che hanno conquistato il tricolore. Non solo non aveva Maradona. Ma non aveva neanche Osimhen né il primo Kvaratskhelia (ha avuto per qualche mese la fotocopia sbiadita di quel georgiano che ricordò Gigi Meroni). Ha estratto l’oro dalle pietre che aveva a disposizione. Sarebbe bello organizzare una giornata di studi sulla trasformazione di Scott McTominay: prima e dopo l’incontro con Antonio Conte; andrebbero invitati anche i docenti scozzesi ovviamente. Mai Anguissa aveva segnato tanto in vita sua. Ma non è una questione di singoli. Ha capito subito la squadra che aveva a disposizione. Ha compreso immediatamente che c’erano pochi gol in rosa e le reti le avrebbe dovuto ricavare con un’idea. E allora ha liberato proprio McTominay e Anguissa alle spalle del gigante Lukaku. Con Politano alla corsa continua. Il suo scudetto è una di quelle imprese sportive che solo l’ingratitudine di Napoli poteva provare a ridimensionare.

Probabilmente avrebbe fatto bene a lasciare dopo il primo anno. È invece rimasto, raccontando a nostro avviso qualche bugia sui motivi che lo hanno indotto a restare. Ma non importa.

L’immotivato clamore mediatico sul disastroso mercato estivo

Il giudizio sul secondo anno è condizionato dall’immotivato clamore mediatico che ha accompagnato la campagna acquisti estiva del Napoli. Un mercato tanto disastroso quanto dispendioso. Ed è costato tanto. Tantissimo. Più di troppo. Siamo nei pressi della circonvenzione di incapace. Un mercato totalmente sbagliato anche dal punto di vista concettuale. Le squadre si potenziano sugli undici titolari, non con i panchinari. Il Napoli ha invece speso una tombola per calciatori di contorno che poi si sono rivelati pure inadeguati. A Lang, Lucca, lo stesso Beukema va poi aggiunto De Bruyne la carta che il Napoli si sarebbe dovuto giocare per placare la piazza nel momento dell’addio di Conte. Il belga semplicemente non lo abbiamo avuto. Siamo appesi alla sua uscita palla al piede contro lo Sporting prima di lanciare lungo e mandare in porta Hojlund. Come quando ci si ricorda di Paolino Canè che arrivò a tanto così a Wimbledon dal battere Ivan Lendl.

Napoli De Bruyne champions

Ora ci sarà da stabilire di chi sono le responsabilità del mercato. Non lo sappiamo. E, come già scritto, il giochino che piace alla società è semplice come una filastrocca: i brocchi li ha presi Conte, gli altri li ha scelti il club.

Il secondo anno di Conte allenatore lo giudichiamo in base alla rosa e in base agli infortuni (anche qui non abbiamo gli strumenti per stabilire di chi siano le responsabilità). La voce di popolo non ha mai avuto dubbi (a Napoli sono grandi esperti di medicina sportiva, veri e propri luminari): colpa degli allenamenti massacranti. Fatto sta che Conte con un mercato disastroso e mezza squadra spesso in infermeria, è al secondo posto a una giornata dalla fine. E se la squadra non avesse giocato in quel modo a Parma, avrebbe fatto passare settimane poco carine all’ambiente Inter che di Antonio Conte è letteralmente terrorizzato.

Sì, la Champions è stata fallimentare. Non c’è dubbio. Intollerabile arrivare trentesimi su trentasei. Una macchia indelebile sulla stagione. E un’ulteriore ombra sulla carriera europea che resta il lato meno spendibile di Conte.

È arrivato a Napoli dopo un fallimento, ha trovato squadra e società allo sbando

Non possiamo ovviamente dimenticare che Conte è arrivato a Napoli dopo un fallimento totale. Non era solo il decimo posto. La società era allo sbando. I calciatori anche, in tanti volevano andare via. Conte ha ridato un’organizzazione a tutti. Ha imposto un metodo. È stato un commissario straordinario alla ricostruzione. È vero che il Napoli due anni prima aveva vinto scudetto ma lo aveva vinto con un’altra squadra. E quello è stato l’unico campionato vinto dal club di De Laurentiis che è sì ormai una realtà del calcio italiano (e non solo). Ma stringi stringi due scudetti ha vinto: uno con Spalletti e l’altro con Conte. In due anni il tecnico salentino ha ottenuto un primo e forse un secondo posto (e aggiungiamo la Supercoppa). Piaccia o meno ai paladini dell’estetica, numeri alla mano parliamo del miglior allenatore del Napoli di De Laurentiis. E del secondo miglior allenatore della storia del Napoli: il primo è stato ovviamente Ottavio Bianchi che ha vinto uno scudetto e una Coppa Uefa, oltre alla Coppa Italia (ma aveva Maradona e non solo).

Ottavio Bianchi Ferlaino Giordano

Antonio Conte è stato un uragano per il Napoli e per Napoli. È un dolore osservare quanto sia sottovalutato il suo apporto. Ma il popolo della stadio è diverso da quello dei social. Siamo certi che domani il Maradona gli tributerà un saluto da lacrime. Un ringraziamento profondo e dovuto. Conte ha amato e rispettato profondamente il Napoli e Napoli. E lo ha dimostrato con il lavoro, non con le vuote frasi retoriche che fanno il pieno di like. Non poteva durare. La sua estraneità culturale è evidente quanto i Faraglioni. Speriamo solo che il suo metodo si dissolva il più lentamente possibile. Per capire la profondità delle sue missioni è sufficiente ricordare che chi è arrivato dopo Antonio Conte, ha quasi sempre vinto.

Non possiamo non chiudere con De André: è stato meglio lasciarsi che non essersi mai incontrati. Decisamente.