Nista: «Meret al Napoli è una scelta intelligente e coraggiosa. Di rottura con la cultura italiana»

Il Napolista intervista il preparatore dei portieri: «Ha ragione Ancelotti: il portiere deve parare. Il ruolo è un mix di tecnica ed equilibrio emotivo. In Italia dobbiamo imparare a perdonare gli errori dei portieri»

Nista: «Meret al Napoli è una scelta intelligente e coraggiosa. Di rottura con la cultura italiana»
Nista sprona Karnezis durante un allenamento

Da tre anni a Napoli

Alessandro Nista attraversa da anni il calcio italiano. Portiere giovane e promettente negli anni Ottanta, poi emigrante in Inghilterra, dodicesimo di lusso a fine carriera e infine preparatore nei migliori club (Juventus, Inter e Udinese, tra gli altri). Quasi a voler rispettare questa sua tendenza alla trasversalità, rappresenta oggi il trait d’union tra il Napoli di Sarri e quello di Ancelotti.

Da tre anni, Nista guida e prepara gli estremi difensori azzurri: Reina, Gabriel, Rafael, Sepe e oggi Meret e Karnezis. Lo abbiamo incontrato nel ritiro di Dimaro, allo Sport Hotel Rosatti, per analizzare e discutere della figura del portiere, dell’evoluzione del ruolo in questi anni e ovviamente di Meret. Le parole per il giovane portiere friulano sono entusiastiche, ma ci torneremo dopo. La prima parte dell’intervista riguarda l’evoluzione dei numeri uno, un argomento che abbiamo toccato spesso in questi giorni, stuzzicati dalle parole di Ancelotti: «Il mio portiere ideale è il portiere che para». Abbiamo raccolto il parere di Dino Zoff e Fernando Orsi, e ora Nista si aggiunge all’elenco.

Ecco il suo pensiero al riguardo: «Sposo in pieno il concetto del mister Carlo Ancelotti. La prerogativa del portiere è che sappia parare, che sappia esprimersi secondo le richieste e le caratteristiche adeguate al ruolo. È chiaro che il calcio si è evoluto, oggi è importante che il portiere sia in grado di partecipare allo sviluppo e alla ripartenza del gioco. Riuscire a coniugare entrambe le qualità è ciò che serve a una squadra di alto livello, ad un portiere che aspiri a giocare in questa squadra. Però, ripeto, la caratteristica principale deve essere quella di parare».

La tecnica podalica

Parlare con un professionista serve anche ad imparare qualcosa di nuovo, magari termini tecnici che sfuggono nella narrazione quotidiana del calcio. Una definizione che Nista ha utilizzato molto è quella della «tecnica podalica», ovvero un modo per definire le qualità di un portiere in riferimento al gioco con i piedi.

Per Nista, l’evoluzione del portiere è in realtà un’evoluzione del gioco: «Rispetto a prima c’è una maggiore esigenza per un lavoro di tecnica podalica, perché il calcio è cambiato e sta andando in un’altra direzione. Il lavoro quotidiano si è spostato verso esercizi che puntano a migliorare le qualità palla al piede dei portieri. Comunque tutto dipende da due aspetti fondamentali, strettamente connessi tra loro: le esigenze tattiche dell’allenatore e la conseguente scelta del portiere migliore per interpretare il sistema di gioco».

Nista sviluppa questa risposta: «Un allenatore che ha particolari esigenze tattiche, ha bisogno di un portiere che possa rispettare quelle esigenze. Durante il triennio con Sarri, abbiamo utilizzato un sistema che richiedeva un estremo difensore con buona tecnica podalica e con Reina avevamo trovato il migliore interprete da questo punto di vista, anche a livello internazionale. Dopodiché l’allenamento si compone di volta in volta, ci sono delle percentuali di lavoro che si differenziano in base a quelli che sono gli obiettivi che ci poniamo. Nel momento in cui un portiere ha qualche difficoltà nella tecnica di base, spostiamo una percentuale maggiore su questo tipo di lavoro».

Troppo moderno

Allo stesso tempo, però, Nista non accetta le esasperazioni. Per lui il portiere resta portiere, prima che portiere-libero (o sweeper-keeper, per utilizzare un’espressione da nerd): «Nel calcio moderno si parla del portiere secondo una definizione esageratamente moderna, io credo che Ancelotti abbia colto nel segno spiegando che il portiere debba parare. Un concetto che deve rimanere impresso nella mente di tutti, il portiere sta lì per difendere la propria porta. Poi ci sono degli optional, come il gioco con i piedi. Ma solo come seconda istanza».

Il rapporto con l’allenatore ci porta a esaminare un punto importante, quello dei compiti del preparatore dei portieri. Un elemento a parte nello staff, anzi Nista utilizza una definizione ancora più chiara: «Noi siamo un sottogruppo all’interno di un gruppo, il nostro lavoro è un po’ più autonomo rispetto a quello degli altri perché in alcuni momenti, soprattutto durante l’allenamento, partecipiamo meno agli esercizi di tipo collettivo e rimaniamo per conto nostro. È una questione logistica, dobbiamo distinguere gli spazi, si tratta di allenamenti diversi in momenti diversi. In ogni caso, però, facciamo riferimento al capo-allenatore, ci coordiniamo con la squadra rispetto alle esigenze del tecnico. Con lui ci confrontiamo su quelli che possono essere i punti importanti del lavoro. Per me, questo è l’approccio giusto in un team complesso come una squadra di calcio».

Meret (e la percezione del portiere)

Alex Meret è il nuovo portiere titolare del Napoli. E Alessandro Nista ne è entusiasta, come vi avevamo preannunciato. Parlare di questa operazione, vuol dire parlare del Napoli. Ma anche della percezione complessiva dei giovani nel movimento calcistico italiano. Nista parla soprattutto di estremi difensori, il discorso può essere tranquillamente esteso a tutti i ruoli.

Partiamo da Meret: «Credo che il Napoli abbia fatto una scelta intelligente, è andato a prendere un portiere di enorme prospettiva, davvero interessante. Inoltre, è una strategia coraggiosa, in Italia c’è meno cultura da questo punto di vista. Punto tantissimo su di lui, credo che abbia tutte le qualità per poter arrivare a livelli molto alti. È un ragazzo che ha appena cominciato, ha giocato 13 partite in Serie A e per questo non possiamo e non dobbiamo chiedergli la luna. Le sue caratteristiche tecniche ed emotive gli permetteranno di uscire bene da un’avventura così importante. Poi, certo, deve lavorare, ha solo ventuno anni e non ha una grandissima esperienza, ma sono pronto a scommettere su di lui».

Meret

Meret in allenamento a Dimaro

Sull’infortunio: «Alex ha reagito benissimo all’incidente, con il mister avevamo pensato di rimandarlo a casa, di concedergli qualche giorno perché potesse smaltire la delusione e il dolore per quello che gli è capitato. Lui invece ha voluto riaggregarsi subito alla squadra per vivere il ritiro con il gruppo. È una risposta molto positiva,  dimostra che ha voglia di essere protagonista».

Accanto a Meret, è arrivato Karnezis. Nista sceglie parole significative, in senso positivo, per descrivere questa operazione: «Parliamo del portiere titolare della nazionale greca, da dieci anni difende i pali della sua rappresentativa, ha partecipato ai Mondiali del 2014 e ha giocato tre buoni campionati all’Udinese. Secondo me, anche con lui il Napoli ha fatto una scelta intelligente, oculata, anche perché l’uomo-Karnezis è di grande spessore, sa qual è il ruolo che gli è stato assegnato a Napoli e sono convinto che ci darà una grossa mano. Soprattutto quando dovrà aiutare Meret a seguire il suo percorso».

Il ruolo del portiere

In queste parole su Meret e Karnezis, Nista utilizza tutti i termini con cui descrive il rapporto tra i giovani, il calcio italiano e il ruolo del portiere. Cultura, esperienza, emotività. Sono i suoi concetti chiave per definire l’estremo difensore, per individuare un elemento in grado di spiccare in questo ruolo. Anche in Italia, un paese in cui «l’errore di un portiere è visto come una macchia come una cosa poco digeribile. La seconda macchia, poi, resta indelebile sulla pelle, come un tatuaggio. Il problema principale è legato al fatto che l’errore di un portiere non è considerato mai come l’errore di un calciatore che gioca in un’altra posizione».

«La speranza – continua Nista – è che possa cambiare qualcosa a livello culturale, operazioni come quella Meret-Napoli possono servire proprio a questo, a condurre il nostro movimento in un contesto più internazionale. Il portiere deve avere possibilità di sbagliare per crescere; ci sono esempi clamorosi nel mondo, basti pensare a De Gea il portiere del Manchester United. Alla prima stagione ad Old Trafford, non collezionò grandi prestazioni anzi commise molti errori. Però ha continuato a giocare, la società ha creduto in lui e nel progetto che lo riguardava, ha insistito e ora si ritrova un portiere di grandissima qualità. La prospettiva ha dato ragione al Manchester, noi dovremmo “copiare” questo tipo di approccio».

Anche perché qualcosa è cambiato, nel modo di giocare ma anche secondo altri parametri: «Parliamo di un ruolo che nel corso degli anni si è evoluto, è diventato tremendamente più complicato rispetto al passato. Qualche anno fa era decisamente più facile, oggi stare in porta è una scelta complessa, proprio per tutte le caratteristiche che vengono richieste a un portiere oltre alla capacità di parare. Poi dipende dalla qualità dei calciatori, che è sempre in continua crescita. È anche una questione di strumenti, basti pensare al pallone: al recente Mondiale in Russia abbiamo visto gol che sembravano frutto di errori clamorosi, quando invece una componente della valutazione è stata influenzata dalla traiettoria un po’ così del pallone. Per tutti questi motivi, dobbiamo cominciare a percepire il ruolo con minore ansia, in maniera più tranquilla».

L’esperienza e l’emotività

L’altro punto importante riguarda l’emotività che Nista fa coincidere con l’esperienza. Gli chiediamo quali sono, per lui, le caratteristiche di un estremo difensore di qualità, e se può farci il nome di un portiere di cui ha grande stima. Risponde così: «Ripeto, la prima dote è che sappia parare. L’aspetto tecnico è fondamentale. Poi anche l’aspetto emotivo, soprattutto a certi livelli, è decisamente importante. Da qui discende la capacità di vivere la partita in maniera serena, di affrontare i diversi momenti del gioco. Secondo me, il portiere che più rispetta queste caratteristiche è Oblak, dell’Atletico Madrid. Tecnicamente non è fortissimo, ma vive la partita in un modo che gli permette di dare grande sicurezza a tutto il reparto. Anche Neuer e De Gea sono grandi esponenti del ruolo in questo periodo, nonostante non vengano da periodi positivi».

«Il ruolo del portiere è un po’ più delicato, c’è una responsabilità diversa, maggiore, e quindi non è facile avere il giusto equilibrio e vivere bene la partita dal punto di vista emotivo. Per questo, magari, serve un po’ di tempo in più rispetto ai giocatori di movimento. Si pensi a un attaccante: si trova quattro volte davanti alla porta, tre volte sbaglia e una volta fa gol, e diventa un fenomeno. Per il portiere, il rapporto è inverso: se sbaglia una volta su quattro, la reazione è diversa. Penso a Karius, ora è decisamente dura per lui».

«In realtà – aggiunge Nista -, il termine esperienza non ha valenza o significato tecnico, “l’esperienza nel fare una parata” non vuol dire nulla, non c’è praticità. L’esperienza, per me, è quella cosa che ti permette di vivere il momento positivo, quello negativo o entrambi, con un certo equilibrio, che ti fa scendere in campo per la partita successiva a una prestazione esaltante allo stesso modo come dopo una partita negativa».

La storia di Nista

Anche Nista è stato un giovane. L’abbiamo detto all’inizio: ai suoi esordi era considerato un possibile erede di Zenga per prossimità fisica e qualità. Tanto da esordire giovanissimo, almeno per gli standard del suo tempo. Lo spiega lui stesso: «Quando ho iniziato a giocare, ero una mosca bianca. Ho esordito in Serie A a 22 anni, parliamo degli anni Ottanta, allora si diceva che un portiere non potesse esordire così giovane perché serviva una maggiore esperienza. Addirittura 27-28 anni, quella era l’età minima. Per i calciatori di movimento, l’età si abbassava ma il discorso rimaneva lo stesso: se aveva vent’anni, era troppo giovane. Ora la percezione è diversa, piano piano ci si sta avvicinando a un discorso più attento alla qualità. Stiamo andando verso un calcio in cui un calciatore giovane che ha grande qualità va in campo a prescindere, e lo fa per essere protagonista».

A 24 anni, Nista è stato anche il primo calciatore italiano ad emigrare in Inghilterra, al Leeds United: «Si parla di preistoria,  venivo da un infortunio grave che mi aveva lasciato fuori almeno per un anno. Avevo ripreso ad allenarmi a novembre, solo che il calciomercato invernale chiudeva a metà ottobre. In questo modo, non avrei potuto trovato una sistemazione in Italia».

Alessandro Nista al Leeds United

«Si presentò l’occasione di andare a Leeds, accettai e fui il primo calciatore italiano in un club dell’allora Second Division l’attuale Championship. Tra l’altro, la squadra che deteneva il mio cartellino (il Pisa) voleva cedermi solo in prestito, e ci fu una diatriba tra le federazioni che non accettavano questo tipo di trasferimento. Per questo motivo, fino a marzo non ho potuto giocare, poi alla fine sono sceso in campo 7-8 volte al termine della stagione. A prescindere dal numero di presenze, si tratta di un’esperienza bellissima, indimenticabile».

Il resto della sua carriera: «Ricordo di aver subito gol da tutti, anche da Maradona, al San Paolo. Però ricordo anche le parate fatte. Sono sempre stato un portiere dalle buone qualità tecniche ma senza grande forza. Poi ho avuto una serie di infortuni che mi hanno frenato; resto convinto di aver avuto molto più di quello che ho pagato. Ho vissuto momenti difficili per incidenti anche gravi. Molte volte ho pensato che tanti calciatori che hanno avuto gli stessi infortuni non sono riusciti a tornare in campo. Invece io ho giocato fino a 36 anni, magari con alti e bassi ma ci sono riuscito. Quindi sono contento della carriera che ho fatto».

Napoli-Pisa, stagione 1987/88

 

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