C’è un Napoli oltre Sarri. Non c’è un Napoli oltre De Laurentiis

La contestazione del tifo organizzato e quella salottiera e non violenta sono strumentali l’una all’altra. Anche se si basano ovviamente su principi profondamente diversi

C’è un Napoli oltre Sarri. Non c’è un Napoli oltre De Laurentiis

I due fronti

La strumentale contestazione di domenica pomeriggio allo stadio è l’ennesima battaglia di una guerra che a Napoli si combatte da anni. Di cui si è scritto, si scrive e scriverà ancora per molti anni. La contestazione andrebbe divisa in due tronconi: quella degli ultras che vorrebbero la cacciata di ADL per motivi di legittimazione, e quella degli “antidela” salottieri e non violenti, quelli che vorrebbero vincere ed esultare, vedendo poi il Napoli affondare nelle secche dei bilanci in rosso. Sono due visioni antiche del calcio. Fuori dal tempo, come la città.

L’inconsapevole avallo di Sarri

Gli ultras contestano De Laurentiis perché il presidente ha interrotto ogni rapporto con loro. Ergo è una contestazione strumentalizzante. Il malcontento curvaiolo è stato inconsapevolmente avallato da Sarri il quale si è fermato a salutarli fuori la curva B. La colpa non è del tecnico che vive in maniera pura la sua missione. Ma per queste persone il solo saluto da parte del tecnico è un simbolo che non fa altro che aumentare la convinzione che per loro ci debba essere un riconoscimento legittimo da parte della società che nelle passate gestioni ha sempre subito (gestione Ferlaino) o addirittura legittimato (gestione Naldi) questo modo di fare. 

Sono strumentali l’una all’altra

È questa la sostanza della cosa. Non c’è panchina, non è turnover, non è scudetto… Nulla. Il tifo organizzato, non solo a Napoli,  vuole un riconoscimento, anche economico, e questo non succederà mai finché c’è De Laurentiis. Per l’altra metà del cielo dell’antipapponismo parliamo di un’ignoranza voluta. Di una finta cecità. Oppure di un’inconsapevole poca conoscenza delle cose. Questa contestazione rispetto a quella degli ultras diventa quasi genuina. Ma queste due cose alla fine si fondono perché strumentali l’una all’altra.

La considerazione da fare è che il Napoli non è una società appetibile. Non è appetibile per le proprietà che immaginano i detrattori aureliani. Non c’è uno stadio da costruire, o meglio dovrebbero costruirlo, ma forse i nostri nipoti vedranno uno stadio nuovo. Non ci sono business da indotto da impiantare. Non ci sono business seri da impiantare, Napoli è una città povera nella stragrande maggioranza. Napoli è una città restia al cambiamento e queste fette maggioritarie di tifo partenopeo non capiscono che il calcio non è più “solo la maglia” oggi il calcio è “just business” e a Napoli già nel 62′ non vendevano più niente. Si erano sposati a Roma a vendere Fontana di Trevi.

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