La Champions e il Var all’italiana

Come è cambiato il giudizio sul Var con la Champions, tra “furti”, patriottismo e critiche agli arbitri. Cambia anche il modo di “concepire” l’errore dei fischietti.

La Champions e il Var all’italiana

Roma e Juventus

Ci sono due chiavi di lettura dopo la fine della Champions “italiana”, almeno dal punto di vista mediatico. La prima riguarda il rapporto con il Var, che improvvisamente è diventato di amore e riconoscenza e di assoluto bisogno. Nel senso: il nostro calcio ha introdotto l’assistenza tecnologica agli arbitri ed è improvvisamente diventato portatore dei valori più sani dell’innovazione e della giustizia. Sono bastati gli episodi controversi di Real Madrid-Juventus e Roma-Liverpool per dimenticare mesi di giudizi sospesi, di attese e critiche e divisione partitica dell’opinione giornalistica, quindi pubblica. Da una parte i “No Var”, dall’altra i favorevoli. E tanti grigi in mezzo, tanti “Si, ma…” con giustificazioni diverse: le emozioni, il tempo di gioco, la centralità dell’arbitro e via via discorrendo.

È un atteggiamento influenzato dal semplice codice binario errore arbitrale = furto. Certo, è così. Può essere così. Ma se deve essere così, vale in ogni occasione. Una valutazione sbagliata del direttore di gara e/o degli assistenti fa parte del gioco, sempre o mai. Var o non Var, viene da dire, anzi col Var la sensazione è ancora più sgradevole. Perché Inter-Juventus sarà ricordata a lungo come una partita pessima dal punto di vista arbitrale, nonostante la tecnologia. Anzi, solo l’intervento di quest’ultima ha permesso a Orsato di sbagliare meno di quanto non avesse fatto live, dal vivo, con le sue valutazioni.

Richiedere a gran voce il Var in Champions solo perché qualche decisione è andata storta (alla Roma o alla Juve, anche se contro i bianconeri non ricordiamo errori grossolani) significa demistificare molti anni di trasmissioni e giornali. Significa cancellare molti signori che hanno parlato durante l’ultima stagione. Perché un furto è un furto sempre, usare la parola “danno” o “danneggiare” cambia la forma e non la sostanza.

Patriottismo

Anche perché c’è l’altra componente, decisamente sgradevole. A Mediaset ieri sera, come dopo Real Madrid-Juventus, il tema centrale è stato il “furto”. Di nuovo, sempre lui. Nei confronti dei club italiani, ovviamente. Un patriottismo francamente insopportabile, da difendere e portare avanti fino all’estremo, fino allo scontro con i vertici arbitrali. Un fiancheggiamento e un applauso continuo alle critiche agli arbitri, che poi magicamente vengono ridimensionati quando il calcio diventa solo italiano.

È lo stesso discorso di prima: indignarci sempre, o indignarci mai. Agitare la bandiera tricolore per gridare allo scandalo, in nome di un’unità che tra l’altro nemmeno esiste (basti pensare all’idea della gioia a Napoli per l’eliminazione della Juventus, o viceversa), è fuori luogo e fuori storia. Anzi, ci qualifica per quello che siamo: un popolo di piagnoni in caso di sconfitta, e che poi fa le lezioni di stile quando vince. Per essere coerenti, bisognerebbe cancellare una delle due parti, uno dei due aspetti.

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