Comunque vada, a Sarri devo delle scuse

nulla è rimasto intentato. Questa squadra ha provato tutto il lecito. E l’allenatore ha mostrato una cultura del lavoro che non può andare taciuta

Comunque vada, a Sarri devo delle scuse

Sanremo e il pregiudizio

Lo scorso sabato sera ha lasciato il segno. In un festival di Sanremo tra i migliori che ricordi, Favino, nell’arco di un’ora, presenta cantanti e canzoni e un monologo straordinario scritto da Koltès. A Napoli gli azzurri beccano un gol da polli dopo una manciata di minuti e dopo un’altra manciata ne segnano uno, il quarto, privo di ogni senso.

Più tardi la Vanoni che, con la sensuale lievità di una ragazzina, aveva cantato la fine e l’inizio della vita, riceve un premio e chiede per cosa. Sarri, in nottata, confermerà che Fiorentina Juventus non l’ha vista perché al suo tavolo c’era una accesissima discussione sui Bitcoin.

Contro la Lazio una partita di non ritorno

Insomma il Sanremo che scorre è il canto al pregiudizio. Di certo il mio. Sono anche io l’italiano medio che non ha mai guardato il festival se non per segnare il livello zero della cultura nazionale, l’evento che aspetti per dichiarartene superiore. Poi ti ritrovi con buone canzoni e migliori arrangiamenti, con qualche brandello di testo che ha più significato di quanto ti aspetti. Lasci fluire la realtà e finalmente prendi nota. Si arresta il tuo punto di vista. Stop making sense.

E la stessa nota la prendo guardando e riguardando la partita con la Lazio. Ho sempre scritto che il risultato ci dice chi siamo e che si vince se si vince e non se accade qualcosa di altro. Continuo a ritenerlo vero, è un pensiero che mi tiene ancorato al mondo. Ma questa serata al San Paolo segna un punto di non ritorno sul quale è forse ingeneroso spendere il refrain sanremese di un tempo – “comunque vada sarà un successo”; eppure va riconosciuto che, comunque vada, nulla è rimasto intentato. Questa squadra ha provato tutto il lecito. Ogni strada.

La cultura del lavoro

E questo allenatore, che non ho mai amato e verso il quale ho sempre sentito una costante distanza, che tuttora sento, ha mostrato una cultura del lavoro che non può andare taciuta. Ha alzato la voce, con un temperamento slavo, quando un altro grande slavo laziale ha commesso un fallo pesante su uno dei nostri. Ha rischiato quanto doveva al momento giusto, quello in cui l’inerzia si è invertita, e ha lasciato il campo con ordine e disciplina. Poi un inedito cambio negli spogliatoi, slavo per slavo, squadra sveglia e meticcia e una ripresa epica.

È cambiato il Napoli, è cambiato Sarri, è cambiato Sanremo o sono cambiato io? Non so e non credo abbia importanza. Conta che ci si inchini alla limpidezza dei fatti, che si abbandonino le interpretazioni di circostanza, che si leggano i dati degli strumenti come in un laboratorio.

Le misurazioni dicono che da realtà che sento distanti o, meglio, che mi ispirano interpretazioni e sentimenti che considero perniciosi o sterili, proviene un’epoca che contribuisce a tenermi vivo, a farmi svegliare al mattino con una ragione, comunque illusoria, di vivere – giorno per giorno, senza sapere cosa mi aspetta, non è in mio potere. Ma voglio vedere.

Comunque vada, a Sarri devo delle scuse. Perché posso continuare a seguire questa storia, nella libertà anche dei miei punti di vista e, perché no, dei pregiudizi che mi definiscono, discussi e argomentati. Purché si sappia che c’è il limite ed è Zielinski che si tramuta all’improvviso in area di rigore in sabbia e neve, quella che vedo in questi giorni sulle coste polacche del Baltico, metà Zico e metà Boniek, e serve qualcosa di non decifrabile alla carezza di Mertens.

Adesso.

Viviamo adesso. Con l’alto e col basso. Viviamo adesso. Perché adesso è tutto ciò che avremo.

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