Michéa e il calcio: lo scontro tra risultati e bel gioco è quello tra liberismo e collettivismo

“Il gol più bello è stato un passaggio”: il volume dell’intellettuale francese analizza l’eterna disputa del football

Michéa e il calcio: lo scontro tra risultati e bel gioco è quello tra liberismo e collettivismo
La finale del Mondiale 74 vinta dalla Germania Ovest sull'Olanda

Fenomeno di massa

Tra i pochi superstiti che è possibile annoverare nel calderone dei fenomeni di massa, vi è sicuramente il gioco del calcio ed in quanto tale non può sfuggire alle molteplici interpretazioni, nella maggioranza dei casi non troppo lusinghiere. La volontà di ridurlo unicamente a variabili ludiche e superficiali, è senza dubbio frutto di un approccio elitario da parte di intellettuali e nuovi classi medie, in parte sintetizzabile nella formula ceto medio riflessivo, teorizzata da Paul Ginsborg. In seguito alle inevitabili trasformazioni che attraversano la natura stessa del calcio, stiamo assistendo ad un radicale cambio di prospettiva: fattori economici, sociali, politici e psicologici sono parte integrante, e condizionante, di quello che formalmente è ancora possibile considerare un gioco.

Riedizione de “Gli intellettuali, il popolo e il pallone”

Per chiarire meglio i contorni storici e analizzare le evoluzioni di cui sopra, “Il goal più bello è stato un passaggio” [Neri Pozza, 12,50 €] di Jean-Claude Michéa è un valido aiuto. Il volume, si presenta come una riedizione di un saggio scritto nel 1998, “Gli intellettuali, il popolo ed il pallone” con l’aggiunta di tre nuovi testi: il primo è una conversazione con Faouzi Mahjoub apparsa nel luglio del 2010 sul sito di Miroir du football – fondata nel 1960, era pubblicata da J Editions, la casa editrice del Partito comunista francese; il secondo è una conferenza pronunciata in occasione di un corso di filosofia all’Università di Montepellier nell’aprile del 2013, mentre l’ultimo è un appello redatto nell’ottobre 2013 per combattere il progetto dell’amministrazione comunale di consegnare alla speculazione edilizia ed alle lobby del cemento uno degli ultimi campi da gioco di Montepellier ancora accessibili ai ragazzi di città.

Michéa è probabilmente sconosciuto alla maggior parte dei lettori italiani – istruttivo il suo “I misteri della sinistra – ma è un filosofo che in patria si è guadagnato, in compagnia di Eric Zemmour, Michel Houellebecq, Régis Debray e Michel Onfray solo per citarne alcuni, l’etichetta di néo-réactionnaire,fiancheggiatore di Marine Le Pen e divulgatore di un pensée déviante.

L’industria mondiale del divertimento

Questi brevi cenni aiutano a contestualizzare la figura di Michéa nel surreale dibattito francese, laddove cozza inevitabilmente con la feroce critica à gauche del capitalismo, della sua capacità di piegare il calcio alle ferree logiche di dominio capitalista. Questo sport «è diventato uno degli elementi più importanti dell’industria mondiale del divertimento – al tempo stesso fonte di profitti straordinari e strumento efficace di soft power (perché è così che i teorici della “governance democratica mondiale” hanno ribattezzato il vecchio oppio del popolo)».

Ad una superficiale lettura, quella di Michéa può apparire un’indigesta analisi tardo-ideologica, in fondo si sta parlando di un semplice divertimento. In realtà lo stesso divertimento appartiene ad un’industria che si muove secondo «due linee strategiche distinte»: da un lato la continua produzione di nuovi prodotti, «concepiti e realizzati secondo i codici dell’immaginario liberista»; dall’altro «punta a recuperare – ovvero riconfigurare unicamente in funzione delle sue esigenze – tutta una serie di elementi che provengono alle diverse culture popolari preesistenti».

Il rischio che il gioco del calcio diventi unicamente strumento commerciale è elevato, anche se Michéa – citando Gramsci – ritiene che una flebile speranza sia legata alla sopravvivenza del calcio inteso come «regno delle lealtà umana esercitata all’aria aperta».

Jean Claude Michéa

Una delle forme più elaborate di cultura popolare

Il depauperamento genetico di una delle forme più elaborate di cultura popolare non è solo frutto di una finanziarizzazione del divertimento, indubbiamente i fattori economici hanno il loro peso e, su questo sfondo, emergono nuovi scenari. Basti pensare alla «relativa ridefinizione dei dibattiti mediatici intorno ai vari aspetti dell’incontro, ma non prettamente di gioco, come l’arbitraggio, il comportamento dei tifosi, il grado d’impegno fisico dei giocatori […] dove contano le logiche sensazionalistiche e di drammaturgia televisiva per reclutare […] ed accrescere quote di mercato».

L’analisi di Michéa prosegue soffermandosi sulla contrapposizione, a noi Napolisti arcinota, tra l’ideologia del «non importa come, conta solo il risultato» e «i mendicanti di buon calcio», figli di quel Galeano che implorava una bella giocata.

L’autore parte da relativamente lontano, sostenendo come los resultadistas si abbeverino ad una teologia liberista fondata sull’idea secondo la quale «la principale minaccia che incombe sulle libertà individuali, è la pretesa degli uomini di giudicare cosa è bene e cosa è male, cosa è bello e cosa è brutto […] da qui l’idea di una nuova società fondata sul diritto di ognuno di vivere come vuole». Ed è in siffatto contesto che “l’efficacia” e la “redditività” finiscono «per essere considerati i soli criteri politicamente accettabili, perché ritenuti puramente tecnici e moralmente neutri».

Vincere, dunque, è l’unica cosa che conta (ricorda qualcosa?) non in un’ottica di gloria eterna, ma per questioni meramente economiche e di sano realismo. Michéa ritiene che tale logica sia traslata anche nel sistema ed idee di gioco:  la «necessità di fare gol […] si basa sugli errori dell’avversario (è il principio del contropiede), sull’exploit individuale […] sui calci piazzati». Una filosofia di gioco fondata sulla speculazione o , come in passato, sulla prodezza individuale.

Il collettivismo, l’arte del passaggio

A questa visione, vi si contrappone quella delle società operaie, frutto di una pratica collettiva in cui il gesto principale è «l’arte del passaggio». Il bel gioco, spettacolare, ricco di tattiche offensive «è quello, in effetti, in cui la squadra funziona come un collettivo solidale, nel quale ognuno si diverte a giocare in funzione degli altri e per gli altri». Il manifesto del sarrismo.

Secondo una prospettiva filosofica, da un lato «il passaggio è sempre una scommessa sulla libertà dell’altro, nella misura in cui il pallone deve essere dato, ogni volta che è possibile, là dove il compagno in movimento sta per trovarsi, e non là dove si trovava all’inizio dell’azione. E dall’altro lato, perché appunto questo continuo movimento collettivo è ciò che permette ad ogni giocatore di dare il meglio di sé e  di liberare la propria creatività personale».

È l’idea dunque di solidarietà ed aiuto reciproco. Di calcio totale. Un’idea che affonda le radici nel Wunderteam austriaco degli anni 30’, teorizzato da Willy Meisl in Soccer Revolution ed incarnato nel calcio socialista dell’ungherese Sebes, durante gli anni 50. Il resto è storia recente.

Il libro di Michéa può apparire come un eccesso d’ideologizzazione, in realtà offre un spaccato altamente veritiero delle trasformazioni che attraversano il mondo del calcio. Secondo tale approccio, pensare ed analizzare questo gioco secondo categorie storico-filosofiche non è onanismo intellettuale, anche perché in quanto sport popolare per eccellenza, proprio osservando le dinamiche che lo attraversano si comprende la distanza tra élite e popolo, tra l’alto ed il basso. Ed è di tutta evidenza che non ci si può aspettare nessuna critica o analisi ragionata– lampante su questo fronte l’assenza di un Camus o di un Pasolini – riguardo un fenomeno di cui, in quanto popolare, si disprezza, l’esistenza.

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