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Rastelli, il vincente silenzioso che cambia (ma non rinuncia a sé stesso)

Massimo Rastelli è un tecnico camaleontico, in grado di fare bene ovunque. Anche a Cagliari, dove ha dovuto fare i conti con una piazza molto critica.

Rastelli, il vincente silenzioso che cambia (ma non rinuncia a sé stesso)

Da Gregoriano

La leva calcistica della classe ’68, il famosissimo brano di Francesco De Gregori, sembra scritta apposta per Massimo Rastelli che in campo giocava pure con la maglia numero sette. L’ex ala, veloce, devastante, istintiva, avvezza più all’ultimo passaggio per il centravanti di turno che alla gioia personale, era poco più che ventenne quando dal Solofra in D passò al Catanzaro in B per fare la riserva di Massimo Palanca.

Poi Mantova, Lucchese, Piacenza e finalmente l’occasione della vita, la chiamata del Napoli: «Ritorno a casa dopo un lungo viaggio: sono nato a Torre del Greco e cresciuto a Scafati, mia moglie è di Pompei, giocare qui è un sogno». Il sogno durò appena una stagione con la Serie A persa per un soffio e due gol mangiati e rimasti sullo stomaco contro la Reggina, considerata una partita fondamentale per il ritorno in massima serie. Poi proprio Reggina, Como, Avellino, Sorrento e Juve Stabia dove, neanche il tempo di togliere la maglia da calciatore, ha messo quella d’allenatore.

Camaleontico

Una scalata lampo dalla Lega Pro alla Serie A con ben tre campionati vinti – Juve Stabia (2009/2010), Avellino (2012/2013) e Cagliari (2015/2016) – che ha sorpreso tutti ma non chi lo conosce bene e da anni lo asseconda: «Lavoro tanto e mi porto il lavoro a casa. E quando c’è una partita la sera anche mia moglie la vede con me, capisce la mia passione».

Rastelli propone un calcio offensivo e imprevedibile, indipendentemente dall’avversario che si ritrova di fronte, anche se significa prendere qualche gol di troppo. Un calcio che Menotti, allenatore dell’Argentina ai mondiali del ’78, collocherebbe a sinistra perché creativo e d’avanguardia. Un vestito per ogni occasione, questa è la concezione di modulo dell’allenatore napoletano: «Nei miei sei anni di carriera ho utilizzato diversi moduli, anzi li ho sperimentati tutti. (…) Non sono integralista, mi piace variare in base all’avversario e soprattutto, mi piace creare il modulo in base alla squadra che ho a disposizione».

Incompreso

«Sono stregato da Cagliari (…) per la prima volta da quando alleno posso vivere la città. E la critica fa parte del gioco, ci mancherebbe». Diceva Rastelli nel novembre scorso. Eppure, visto da fuori, il rapporto tra l’allenatore e la società rossoblù sembra di circostanza. Da quando è stato scelto per riportare il Cagliari in massima serie, ha dovuto fare i conti con il pregiudizio di chi, al posto suo, avrebbe preferito un allenatore più esperto. Nonostante le otto stagioni in panchina e altrettanti successi. Massimo Rastelli è un vincente silenzioso

Dopo l’esonero di Claudio Ranieri dal Leicester poi, il numero dei nostaligici è aumentato a dismisura, e la squadra di Rastelli è diventata la “banda del buco” a causa del passivo di reti subito (attualmente Cagliari 64 reti, Palermo 73 reti e Pescara 75 reti). A niente servono una promozione, una salvezza e una media punti che i suoi predecessori Ranieri e Ventura (quelli più amati) potevano solo sognare.

[Le dichiarazioni di Rastelli sono tratte da: repubblica.it, gianlucadimarzio.com, tuttocagliari.net e unionesarda.it]
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