Bielsa sembra Sarri: «Assurdo il conflitto tra gioco e bellezza, è un’invenzione dei media»

L’allenatore argentino a Perugia. Odia i giornalisti e le loro semplificazioni. «Il tifoso ama di più nella sconfitta. Se mi pagassero per perdere, sarei pagato il giusto»

Bielsa sembra Sarri: «Assurdo il conflitto tra gioco e bellezza, è un’invenzione dei media»

Come Maurizio

Perugia. Nessun allenatore è uguale a un altro. Così come nessun giocatore può essere paragonato a un altro. Questo è chiaro. Ma se dovessimo trovare similitudini tra il nostro Maurizio Sarri e un altro uomo di calcio, quest’uomo sarebbe Marcelo Bielsa. Fisico simile, sempre in tuta, ma le somiglianze non si fermano qui: tutti e due si considerano innanzitutto uomini di campo, prediligono il bel gioco, attuano in campo un’idea chiara di calcio, fin quasi a sfiorare l’intransigenza. Ed entrambi hanno vinto meno di quanto meritassero (per Sarri è presto, è da due anni nel calcio che conta), forse anche a causa di una carriera “laterale” rispetto al ‘potere’: Sarri è arrivato in una squadra di vertice dopo aver ampiamente superato i 50, Bielsa ha sì allenato due nazionali (Argentina e Cile) ma fra le squadre di club non ha mai trovato l’accordo con una società di vertice.

Più di Maurizio

C’è una considerazione da fare, però: pur essendo sulla stessa lunghezza d’onda, Sarri e Bielsa non sono proprio così simili. Fermo restando le caratteristiche, cambiano le proporzioni: tutto ciò che conosciamo di Sarri, Bielsa lo eleva al quadrato. O anche al cubo in certi casi. Tanto che, se volessimo descrivere in due parole Marcelo Bielsa a un tifoso del Napoli, basterebbe fargli visualizzare Sarri, prendere le sue caratteristiche peculiari e moltiplicarle per un coefficiente X. Il risultato sarà Marcelo Bielsa.
Lo diciamo subito, a scanso di equivoci: è solo una semplificazione. Una di quelle che Bielsa tanto odia, soprattutto quando a farle sono i mass media che – testualmente – «per massificare un concetto complesso lo rendono semplice, ingannando il popolo». Ma è una semplificazione che aiuta a farsi un’idea del personaggio.

Tuta perenne

Volendo incamminarci in questo gioco, il primo aspetto che balza agli occhi è quello estetico; una ambito che magari può essere considerato superficiale, ma non lo è affatto.
Se è vero che la forma è sostanza, nella scelta di Bielsa (e di Sarri) di allenare in tuta – in allenamento e nelle partite ufficiali – c’è tanto della filosofia dell’uomo e del modo di intendere il ruolo di allenatore.
Ma anche qui, funziona il discorso del coefficiente X: se Sarri è sempre in tuta quando fa il suo mestiere (ma cambia mise per altri contesti), Bielsa si presenta in tuta pressoché ovunque.
Aveva la tuta, con scarpe da ginnastica e calzettoni corti (come se avesse appena diretto un allenamento), anche l’altra sera al Teatro della Sapienza di Perugia, dove ha incontrato appassionati di calcio e cultura ispanica nell’ultima giornata del Festival Encuentro.

Nessuno dei due ama i microfoni

Come Sarri, Bielsa non ha un buon rapporto con i microfoni, soprattutto se sono retti dalla mano di un giornalista.
Ma se l’idiosincrasia di Sarri è (mal)celata, si manifesta sporadicamente, solo in certi casi, mentre in altri invece è tenuta a bada, quella di Bielsa non è estemporanea, ma addirittura scientifica.
Il tecnico argentino è allergico ai giornalisti e lo dice chiaramente. Si presta ad incontri pubblici, tollera a fatica le conferenze stampa, ma non concede interviste. E non lo diciamo tanto per dire: saranno 20 anni almeno che non si rende disponibile a rispondere alle domande di giornalisti che vadano oltre il rito della conferenza. Anche al convegno di Perugia si è subito irrigidito quando ha intuito che a fargli le domande, dalla platea, erano, sì, certo, dei tifosi, ma dei tifosi che erano anche giornalisti. Appena lo ha capito, infastidito dalle riprese fatte con tablet e cellulari, ha rinunciato a rispondere. Anche a quella del Napolista, che si era limitato a chiedere cosa ne pensasse di Sarri e se davvero si rivedeva nelle idee dell’allenatore del Napoli.

Le parole pesate

Un vero peccato perché sentirlo parlare è un piacere e sarebbe bello magari confrontarsi con lui anche su argomenti di attualità e presa mediatica, sportivi e non. L’uomo, invece, ha il terrore della semplificazione, di essere travisato, più o meno volontariamente. Giudica i media come il male, uno strumento per coltivare l’ignoranza dei popoli. E, nel dubbio, preferisce non rispondere. Evita la folla per evitare le telecamere, si sottrae persino agli autografi. Si vede che ci tiene alle parole e le pesa. Ogni concetto, durante l’incontro umbro, è espresso con lentezza e oculatezza, sbirciando in continuazione da fogli tagliati a strisce sottili, come fossero le schede di un archivio. Addirittura, un paio di volte ha persino corretto l’interprete che a suo giudizio non aveva tradotto il suo pensiero nel modo corretto.

Tattica e gestione del gruppo

Altra analogia Sarri-Bielsa è nel modo di intendere il calcio, mettendo il gioco di squadra davanti alla giocata estemporanea, il gruppo davanti al singolo. Ma anche su questo argomento, le tesi di Bielsa si spingono al parossismo: «La mia idea di calcio è la difesa del più debole, tutta la squadra deve lavorare per il gruppo e per difendere l’elemento più debole del gruppo. La squadra è come una società ideale e come una società è fondata sul ‘dare’e sul ‘ricevere’. Il paradosso, però, è che, a differenza di una società ideale, chi più ha meno dà. I giocatori più talentuosi sono quelli a cui si chiede di meno, non lavorano per la squadra ma la squadra lavora per loro.  Questo accade perché i giocatori non sono educati ad essere migliori ma ad essere individualisti e tutto va in quella direzione».

Le caratteristiche di un leader

«Ho capito cos’è un leader quando ho avuto la possibilità di allenare Gerardo Martino (il tata, poi diventato allenatore dell’Argentina e della Nazionale, ndr). Lui è l’esempio del leader. Lo si riconosce da tre caratteristiche: (1) quando entra nello spogliatoio si abbassa immediatamente il volume perché nessuno vuole correre il rischio di non riuscire a sentire nel caso in cui lui dica qualcosa; (2) il leader parla poco; (3) infine, c’è l’indizio decisivo: la stessa barzelletta fa ridere se la racconta lui e non fa ridere se la raccontano gli altri». Sulla personalità, Bielsa usa un esempio naturalistico: «Dobbiamo essere come il bambù, che ci mette sette anni per mettere radici, ha canne solide ma flessibili, in modo da non farsi spezzare dal vento». Infine, la massima: «Il prestigio è ciò che voi ottenete dagli altri senza che abbiate la necessità di dimostrarlo».

Marcelo Bielsa Encuentro Perugia

Ci pagano troppo

Più naìf il rapporto di Bielsa con i soldi, soprattutto se paragonato alle parole di sabato di Sarri. Il tecnico argentino – che pure ha guadagnato tanto nella sua carriera – ammette che l’industria del pallone ha drogato il gioco e il mercato. Sull’argomento, la sua riflessione è spiazzante: «Quando penso che mi pagano così tanto per il mio lavoro, mi viene in mente la felicità che noi doniamo alla gente e, al tempo stesso, la sofferenza dei tifosi nelle sconfitte e allora rifletto sul fatto che se mi pagassero per perdere (anziché per vincere), allora mi pagherebbero il giusto».

I tifosi e gli spettatori

I tifosi, già. La sua lectio magistralis era innescata proprio sulla figura dei hincha, partendo dall’analisi delle differenze fra tifosi e spettatori: il tifoso ha un legame emotivo con la squadra, lo spettatore ha un legame estetico. «Il calcio ha una caratteristica particolare: può vincere anche quello, fra i due contendenti, che è sfavorito. E questo lo rende molto popolare, soprattutto fra le fasce più deboli». Il tifoso ama incondizionatamente la sua squadra: tifa per la vittoria, ma non condiziona il sentimento all’ottenimento della vittoria. Anzi, talvolta è nella sconfitta che l’amore viene fuori con maggiore ardore. E qui Bielsa cita uno striscione visto a Siviglia («Ti amo anche se vinci») in cui il rapporto fra la vittoria della partita e l’amore per la squadra diventa quasi inversamente proporzionale.

Il riconoscimento nel gioco

Essere amati senza condizioni, questa la cosa più bella per un uomo.
«In Argentina, ad una partita del Boca Junior, mentre ero ospite in tribuna, arrivò uno spettatore, anche’egli invitato, che non era particolarmente tifoso. Dopo un errore, insultò un giocatore del Boca. Lo rimproverarono: “Qui non si insultano i giocatori che hanno quella camiseta“». C’è un altro striscione che ha colpito Bielsa, stavolta in Brasile. Dice più o meno così: «Sono venuto per te, fallo per me». Poteva sembrare semplicemente la richiesta di vincere che un tifoso fa alla propria squadra. Non era così. «Mi hanno spiegato che lo striscione non si riferiva alla vittoria, ma al gioco in sé. In pratica, il tifoso diceva: “Io vorrei giocare ma non posso, tu che puoi fallo anche per me, realizza il mio sogno”».

Giocare per vincere

«Se due squadre giocano senza correre rischi, non c’è partita. Se invece due squadre giocano per vincere, correndo rischi, allora c’è partita. Io preferisco giocare rischiando di non fare neanche un punto, ma con l’obiettivo di prenderne sempre tre – dice Bielsa – anziché prenderne uno senza avere la possibilità di vincere». È anche una questione di mentalità e di educazione: «Secondo me non è tanto pericoloso non raggiungere un obiettivo che pure si è meritato; è pericoloso quando viene ottenuto (ed esaltato) un successo non meritato».

La vittoria e la bellezza

Parlando del suo rapporto col calcio italiano (c’era stato un tentativo di domanda sulla querelle estiva con Lotito, immediatamente stoppato), Bielsa fa una riflessione molto generica sul modo tutto italiano di “usare” il regolamento. La sua funzione originale sarebbe stata «far sì che il potenziale di bellezza del gioco fluisca più facilmente. Purtroppo, però, in Italia la bellezza del gioco viene vista come un ostacolo per ottenere la vittoria. Questo è un paradosso, alimentato dai mezzi di comunicazione, che riducono il tutto a un conflitto fra bellezza e gioco. È assurdo chiedersi se sia meglio giocare o vincere. In realtà il discorso è un altro: bisogna giocare bene per vincere. Il bel gioco non è un ostacolo alla vittoria». E anche in questo Sarri e Bielsa sono d’accordo.

ilnapolista © riproduzione riservata