L’ipocrita indignazione per Inter-Udinese con tutti stranieri in campo. It’s economy, stupid

L’ipocrita indignazione per Inter-Udinese con tutti stranieri in campo. It’s economy, stupid

La retorica della prima volta, si sa, genera sempre un interesse nuovo rispetto a un preciso avvenimento. Ieri è stata la volta del primo match interamente straniero nel nostro massimo campionato di calcio, vale a dire 22 calciatori su 22 non italiani. Ci hanno pensato Inter (nome omen) e Udinese a creare lo storico precedente, ma finire per scandalizzarsi o per gridare al miracolo al contrario è quanto mai fuori luogo. Era solo questione di tempo. Anche perché, se volessimo contare le partite in cui gli stranieri in campo sono stati 21 o 20, non la finiremmo più. E il confine tra 21 e 22 è sottilissimo quanto la retorica della prima volta.

Il Napoli è un esempio lampante di come questo andazzo sia in qualche modo inevitabile. I cosiddetti titolarissimi, pensateci, sono tutti nati fuori dall’Italia. Meno Insigne. Dieci su undici, al di là di particolari commistioni tra oriundismo e naturalizzazione (Jorginho). E nelle partite in cui ha giocato titolare Mertens, Genoa-Napoli ad esempio, gli azzurri hanno fatto l’en plein. Tutti stranieri in campo. Solo la presenza di italiani tra gli avversari (due per i rossoblù: il portiere Perin e il centravanti Pavoletti) ha fatto saltare il record. Ma il concetto resta quello.

Chi grida alla deriva del campionato italiano commette un errore di valutazione. Semplicemente perché il rapporto con gli altri campionati più importanti ci vede in ogni caso al secondo posto, e ben distanti dal primo. E il primo è della Premier League, riconosciuto unanimamente come il torneo più bello e competitivo del continente. Il nostro 55,6% di calciatori stranieri è forse eccessivo; ma il 69% del campionato più bello del mondo deve far riflettere. Nel senso che, forse, non è una questione di qualità dei vivai bensì di competitività tecnica ed economica. Due parametri che evidentemente non sono la forza di italiani e inglesi. Curioso e indicativo uno dei dati incrociati: tra i 293 giocatori stranieri negli organici della nostra Serie A, solo due sono inglesi. Parliamo di Chalobah e Morrison (Lazio), per un totale di 82 minuti in campo totali. Sette, invece, gli italiani in Premier League. Forse è colpa dei calciatori inglesi se non trovano spazio nei club più importanti dello United Kingdom. E non è un caso che la storica prima volta europea di 22 stranieri su 22 in uno dei cinque campionati maggiori sia di un match di Premier League: Arsenal-Portsmouth del 2009.

Anche il confronto con il resto dei campionati è indicativo: il nostro 55,6% non è poi così superiore al 49,3% della Bundesliga e al 48,3% della Ligue 1. Più distaccata la Spagna, col 41%. Ma qui incidono molto il caso limite dell’Athletic Bilbao (un solo straniero in rosa, comunque di origini basche) e la differenza tra una squadra top (i 14 stranieri di Barça e Atletico, i 13 del Real) e un’altra che lotta per non retrocedere (il Las Palmas, ad esempio, ha solo 5 calciatori non spagnoli in organico). Insomma: tutto il mondo è paese, e scandalizzarsi per i 22 su 22 di Inter-Udinese vuol dire smentire i propri tempi e fare finta di non accettare una realtà consolidata ormai in tutto il mondo.

Detto questo, è quasi obbligatorio lanciare il classico dibattito giusto-sbagliato. Che resta comunque anacronistico. Perché, al di là di legislazioni internazionali (Bosman, do you remember?) e regolamenti interni alle federazioni (con la storia dei doppi passaporti ha ancora senso parlare di calciatori comunitari ed extracomunitari?), è una questione legata al vantaggio economico. Acquistare un calciatore straniero costa molto meno che prenderne uno italiano per l’Italia, uno inglese per l’Inghilterra e così via. Se guardiamo in casa nostra, al caso-Grassi ad esempio, notiamo come un giovane di 21 anni, seppure promettente, con appena 16 presenze in Serie A possa essere acquistato solo per una certa cifra (8 milioni più bonus all’Atalanta). Rimaniamo sempre in casa nostra, e vediamo invece il costo di importazione di Allan (stesso ruolo di Grassi), fatto sbarcare in Italia dall’Udinese alla stessa età (21 anni) dell’ex orobico: 3 milioni di euro. Meno della metà. Al di là del rapporto qualità-prezzo (ancora da verificare con Grassi), il margine di guadagno in campo e nei libri contabili (il Napoli ha acquistato il brasiliano dall’Udinese, dopo tre stagioni, per 12 milioni di euro) è assolutamente vantaggioso ma solo se acquisti il calciatore che viene dall’estero.

Gli stranieri sono quindi un’opportunità, che piaccia o meno. Soprattutto economica, e poi tecnica. Perché non è neanche questione di qualità, a pensarci bene. Rimanendo sempre nel campo di esempio Allan-Grassi, viene da pensare che il brasiliano 21enne che arriva all’Udinese dal Vasco da Gama nel 2013 sia meno bravo e meno pronto rispetto a un calciatore italiano della stessa età. Probabilmente è vero, probabilmente no. Però, guardate Allan oggi: tre campionati da titolare in Serie A, ed ecco un calciatore pronto a misurarsi anche a livello internazionale. E a una cessione milionaria.

È un circolo vizioso, dunque. Se l’unico modo per mettere in mostra un talento italiano è quello di farlo crescere in campo, dall’altra parte c’è un calciatore straniero che costa la metà e potrebbe avere lo stesso rendimento dopo un certo periodo di adattamento. Un rischio che vale la pena correre, e che porta inevitabilmente (per la legge dei grandi numeri) a ingolfare gli organici di stranieri non proprio trascendentali. Ma è inevitabile, purtroppo. Oppure no, a patto di stabilire incentivi interni, magari a livello economico, per chi schiera un certo numero di calciatori italiani. Dei premi di valorizzazione che funzionerebbero in modo più efficace delle imposizioni nei campionati minori (ad esempio la storia degli Under dalla terza serie in giù, da cui hanno avuto origine vere e proprie storie criminali) e orienterebbero ancor di più le medio-piccole a puntare sui talenti del vivaio.

Un’idea potrebbe essere quella mutuata dal sistema americano del Salary Cap che costringe i club che superano il proprio tetto ingaggi a pagare una somma poi appannaggio delle franchigie virtuose. Si potrebbe creare un sistema di contributi da parte dei club che vogliono schierare un certo numero di stranieri: 500mila euro l’anno, ad esempio, per chi riserva più del 60% ai giocatori non italiani. Una cifra non esagerata, da destinare in proporzione alle poche squadre che invece hanno deciso di mettere in campo calciatori nazionali. Una “sovvenzione” che permetterebbe di abbassare i prezzi al mercato e di evitare la pagliacciata della lista mista italiani+stranieri che garantisce poco o nulla agli italiani e limita la competitività dei club sul mercato internazionale. Insieme ad altre soluzioni attuabili, come ad esempio le seconde squadre. Sono possibilità, diverse ma anche parallele, per adattarsi a un presente che non può cambiare. E che è uguale dappertutto.

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