Vai con Dio Pocho, divertiti, volevi essere solo uno straniero

E così te ne vai. E ti capisco. Hai sempre detto che qui ti sentivi soffocato e per me un uomo deve andare dove può respirare, non dove gli manca il respiro per godere dell’aria di mare. E allora vai, proprio verso posti dove il mare non c’è. Milano, con la sua nebbia e le gallerie, e i negozi di lusso e la pulizia e le passeggiate al centro all’ombra del Duomo. O Parigi, i bistrot con il vetro per guardare i passanti, i croissant, la tomba di Napoleone, il Louvre e le sfilate di moda per Janina, la Senna e Montmartre con i pittori da strada. Secondo me ci starai benissimo e poi Parigi è anche un po’ il mio sogno, perciò sto con te. Ti capisco, difendo le tue ragioni. Difendo il tuo diritto di non affezionarti a un posto e alla gente che lo abita e che ti dichiara amore folle ma che in fondo è disaffezionata anche lei. Difendo il diritto di essere liberi, di inseguire il dio denaro, di scegliere il modo migliore per svolgere quello che è semplicemente un lavoro, il tuo, dare calci a un pallone. E che è? Una vocazione? Che si credono, tutti, che lo fai per la gloria? Che pensi di essere un eletto dal signore o uno nato con un talento particolare e che fin da bambino gli hanno detto tutti “diventerai Maradona”? Macché. In fondo lo sai anche tu che non è così, tu che volevi solo fare l’elettricista, che maneggiavi fili e correnti alternate, e che adesso scateni l’elettricità di una città spaccandone in due la tifoseria. Me no, non mi spacchi. Non mi hai mai spaccata. Ti ho applaudito quando hai corso come un pazzo trascinandoti tutti dietro, ho adorato il tuo piede denudato dallo scarpino, ma ti ho maledetto quando arrivavi sotto porta a testa bassa e tiravi perché sembrava non sapessi cosa farne di quel pallone. Senza lucidità, senza mordente, senza testa. Chissà perché hanno sempre visto in te il furore ballerino, il tango caliente, l’ Argentina nelle gambe. Pensa che io il genio e la sregolatezza li vedo in Hamsik e Maggio, la magia in Cavani e la testa in Pandev, il cuore di Napoli in Gargano. Quel sorriso malandrino a cui tanti hanno attribuito la tua scugnizzeria mi ha anche irritata, spesso. Pensavo, ma che cazzo c’ha da ridere mentre perdiamo? E mentre si scalda a bordo campo? E ho sempre pensato che quel sorriso, prima o poi, ti sarebbe costato caro. Ah, già, la voglia di vivere e il calore della tua terra. Ma non mi ha mai convinta questa cosa. Mai cercato qualcuno che incarnasse la napoletanità, a meno che non fosse una fotografia di un vecchietto in mezzo alle teste d’aglio o ai pomodorini del piennolo in un vicolo dimenticato, o l’immagine dello scugnizzo con la coppola e la sigaretta in bocca che ancora campeggia nel salotto di mia madre. Tu per me sei sempre stato altro, uno straniero, uno che qui ci si è semplicemente trovato e che ha fornito un alibi a qualcuno per cacciare via Diego dal cuore svuotato d’amore. Ma non ci sei mai riuscito, perché in fondo neanche l’hai voluto mai. Tu sei freddo, gelido, te ne freghi. Mi è piaciuto il tuo saluto, Pocho, quel “io rispetto tutti”. Gli hai dato una sciabolata in pieno petto, li hai graffiati in faccia senza neanche dirgli “ciao”. Perché quello era un addio. Gente come te non si attacca come l’edera perché sa che non è necessario restare ancorati per sentire il senso di appartenenza. Gente come te è cinica e vincente, anche quando perde. Gente come te corre a testa bassa senza neanche sapere perché, senza sapere dove vuole andare. Forse neppure l’hai mai vista tutta intera questa città. E questo ti fa forte, perché ti rende incline al cambiamento e a dimenticare. Fai bene, Pocho. Vai dove la tua libertà potrà volare. E dove finalmente potrai alzare lo sguardo a contemplare tutto. Senza sentirti sempre alla mercè di una corte popolare che giudica tutto tranne se stessa, che ancora non ha trovato una dimensione nel mondo, che ancora non riesce ad essere “giusta”. Vai con Dio, Pocho. Divertiti. Con la speranza che prima o poi impari a ridere, anziché ghignare soltanto. L’obiettivo più difficile, secondo me. Il gol impossibile che non hai segnato mai. Ilaria Puglia

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