Al San Paolo, come a Napoli, le regole vengono imposte solo alle persone perbene

Anche io vado allo stadio in vespa, un rito, o forse l’ultima trasgressione alle regole, perlomeno a quelle di salute, che ancora posso consentirmi in queste domeniche di pallone sempre più omologate ed intristite da un inutile legalitarismo di facciata. Il “mio” posteggiatore abusivo è meno violento e scostumato di quello incontrato da Ilaria Puglia, un vecchietto rassicurante che dai tempi di Canè si occupa di custodire il mio adorato mezzo di trasporto. A me chiede però tre, non due, euro, una gabella insopportabile, una delle tante piccole-grandi violenze che siamo costretti a subire quotidianamente. Ma penso che non sia da questo che si possa partire per discutere di regole, legalità e qualità della vita a Napoli. Troppo grande il rischio di scivolare nell’ovvio e di sollecitare ulteriori risposte, demagogiche e di facciata, come tante ce ne sono state da parte di chi ci amministra, soprattutto negli ultimi mesi. Proclami, propaganda o militarizzazione del territorio non servono ad affrontare, né tantomeno, a risolvere il problema di una radicata cultura della illegalità sempre più diffusa e tollerata. Confesso che non so se preferirei trovare al posto dell’abusivo di turno decine di più rassicuranti vigili urbani che, intenti a parlare al cellulare o nel bar a prendere un caffè, non si accorgerebbero che dietro l’angolo si vendono con la stessa disinvoltura droga o biglietti falsi. Prontissimi però a correre sugli spalti, subito dopo il fischio di inizio, per vedere la partita senza pagare il biglietto e magari con qualche parente al seguito. Costringendoci, probabilmente, a ritornare a piedi a casa. Ognuno di noi potrebbe raccontare la sua storia di cittadino frustrato e violentato, ma qui, sul Napolista, limitiamoci allo Stadio e dintorni. Il degrado di Piazzale Tecchio, come quello di gran parte della città rende Napoli, se non di mierda, certamente invivibile e a momenti insopportabile. Magra consolazione pensare che queste cose accadono anche in altre città, anche perché non sono convinto che sia proprio così. Solo un amore profondo e viscerale ci fa prediligere lo stadio alle dirette tv, ma andare a consumare dal vivo la nostra passione azzurra è diventata una fatica insostenibile, un faticoso calvario, a Napoli molto più che altrove. Tutti i disagi ed i soprusi che subiamo ogni giorno si concentrano e si moltiplicano proprio in quelle ore, e in quel quartiere, ogni volta che giocano gli Azzurri. Eppure centinaia di forze dell’ordine presidiano il territorio e un esercito di steward affolla gli ingressi e la tribuna del San Paolo. Impettiti ed arroganti con le loro pettorine fosforescenti, severi e zelanti, ma solo in quel settore notoriamente tranquillo, a fare rispettare regole e regolette, insulse e vessatorie, che non tutelano i tifosi perbene, né evitano i rischi veri. Lo stadio ancora una volta è un osservatorio interessante, dove si fa finta di risolvere i problemi somministrando forzosamente, sfuse e a pacchetti, pillole di legalità, inutili ed illusorie, idonee però a rassicurare le coscienze e tranquillizzare lo sguardo. Un apparente rigore, un po’ “vuoto a perdere”, che tanto piace a quei napoletani che non hanno nessuna voglia di fare qualcosa per cambiare davvero questo stato di cose e continuano a pensare che ascoltare la musichetta della Champions, ordinati e seduti, senza fuochi d’artificio e striscioni, magari con le scale libere, sia sufficiente per sentirsi davvero in Europa. Claudio Botti

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