Curo la febbre o allo stadio?

Mentre sul web imperversa il dibattito sulla mitica Dieci – dibattito per me assolutamente sterile perché è come se chiedessi: vuoi regalare la Sacra Sindone? Cioè, guagliù, nun pazziamm, eh – io sono preda della confusione più totale. Vivo un dramma, un dilemma amletico senza precedenti, almeno nella mia carriera calcistica. La mia influenza galoppante trasformatasi in tracheite domenica scorsa allo stadio è ormai cosa arcinota, come pure la cura di antibiotico e antistaminico alla quale mi sono mio malgrado sottoposta in previsione della partita di domani. Eppure, a sole ventiquattr’ore circa dal fischio di inizio, il mio termometro segna 37 fisso, ho ancora un residuo di tosse che sembro un vecchio tabagista incallito e inizio appena a recuperare le forze. Il problema c’è, esiste, inutile far finta di niente. Mio marito, ieri sera, a cena, ha osato ipotizzare che non potessi recarmi allo stadio. Marito premuroso, direte voi. Certo, peccato che non abbia detto “cara, sabato guardiamocela a casa, la partita”, bensì “allo stadio, sabato, non ci puoi venire” affermazione a cui, tra una scaloppina di pollo ed un puparuolo in padella, ho garbatamente risposto che il fatto che lui vada al San Paolo senza di me è assolutamente fuori discussione, come la mia assenza sugli spalti.
Ora, però, la cosa è diventata preoccupante. I precedenti dicono che alle 18, nel 2010, non abbiamo mai vinto e se è vero che andare allo stadio a vedere una sconfitta e tornare con la ricaduta da tracheite mi darebbe un po’ noia, è pur vero che con tutti i tabù sfatati quest’anno vuoi vedere che non ci vado e vinciamo e poi devo mangiarmi le corde vocali a morsi seduta sul divano di casa mia? Sono logorata, non so che fare: espormi al pubblico ludibrio, rinunciando al San Paolo per cautelare la mia salute o sfidare gli elementi e oltrepassare i limiti facendo finta non esistano? Vorrei solo sedermi al calduccio sotto una copertina di pile a riflettere un po’ e invece, come se non bastasse, ci si mette pure Ricchiuti.
Già, lui. Continua a lamentarsi, nonostante gli abbia messo un bavaglio sulla bocca. E sì, perché, incurante delle raccomandazioni del resto della banda, sono andata avanti con la programmazione ciclica delle tre reti di Cavani, con l’aggiunta sadica del rallenty ogni volta che riparte l’azione del terzo gol, a prolungare la sua agonia. E lui si contorce, si lamenta, mi guarda con occhi imploranti. Insomma, non so più che fare, non lo sopporto più, quasi quasi lo libero. Mo’ vado a parlarci un po’. Gli porto tre banane. Insieme con il tè.
Ilaria Puglia

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