Abbiamo rapito Ricchiuti
la sera di Napoli-Juve

We got him. Così gridarono gli americani quando catturarono Saddam. E così abbiamo detto noi domenica sera mentre attraversavamo ignari il quartiere di Fuorigrotta. Tornavamo dalla solita pizza post-partita, un po’ acciacatelli ma ebbri di felicità. Tre gol alla Juventus sono sempre tre gol alla Juventus. Ridiamo e scherziamo quando in lontananza sentiamo un pianto. Una sorta di guaito, per essere più precisi. Che è successo? Ci sono stati incidenti? Ci avviciniamo. E c’è un uomo rannicchiato dietro un’automobile che biascica parole incomprensibili: “No, Caligola no, Carlo Cafiero no, per favore no”. Ci guardiamo e capiamo. We got him. Ricchiuti Hussein. E’ nostro.
Lo circondiamo amabilmente, Ilaria prova a rassicurarlo, gli dice che probabilmente la partita sarà ripetuta, che quei petardi lanciati sui tifosi potrebbero farla rigiocare. E mentre lo dice ci guarda e rivela quella smorfia che di solito si fa coi bambini. All’inizio lui non vuole nemmeno camminare, non ce la fa, si piega sulle ginocchia. Proviamo a chiedergli dove abita. Nessuna risposta. Non ti preoccupare, ti portiamo noi a dormire. Chiamiamo un taxi, aspettiamo un po’ e arriva. Non l’avessimo mai fatto. L’autista è magro, ossuto e ha i capelli lunghi, rivela una somiglianza straordinaria con Cavani. Ricchiuti comincia a tremare, diventa cianotico, Ilaria si preoccupa (“questo non respira più”). Roberto ha un’intuizione, chiede scusa al tassista, gli molla cinque euro e chiamiamo un’altra autovettura. Ricchiuti un po’ si riprende. La sola vista di una capellone gli procura l’arresto della circolazione. Ilaria prova a consolarlo di nuovo: sì, è vero, gli dice, il gol di Toni era regolare, ah questi arbitri sempre contro di voi. Poveri.
Nel frattempo arriva un altro taxi, stavolta guida un calvo. E si sale tranquillamente. Lo portiamo in un luogo sicuro, un covo azzurro. Qui Ricchiuti ha trascorso la più atroce delle sue notti. O meglio, la prima di un ciclo. Costretto, un po’ come Fantozzi con la Corazzata Potemkin, a rivedere in successione le più devastanti sconfitte degli juventini ad opera del Napoli.
Prologo con l’1-0 casalingo dell’85, quello della punizione a due in area; per proseguire con l’1-3 a Torino, il 2-1 in casa nello stesso campionato, il 3-5 di due anni dopo, partita che evidentemente il sequestrato non ricordava bene perché, alla illusoria rimonta dallo 0-3 al 2-3 suggellata da Zavarov, sul suo volto si fa strada un ghigno beffardo sperando che fossimo incappati in un clamoroso errore. Non ricordava, lui, il quarto gol ad opera di Careca e il quinto di Renica su rigore. Alle otto del mattino, Ricchiuti invoca pietà. Breve riunione napolista e decidiamo di fare la nostra giornata di lavoro e di darci appuntamento in serata. Dove riprendiamo con Napoli-Juve 3-0, ritorno di Coppa Uefa e il 5-1 della Supercoppa Italia, col mitico Silenzi. In un impeto di magnanimità gli abbiamo risparmiato il 3-1 del secondo scudetto con doppietta di Diego, lì ce la siamo cavati con l’ampex della Domenica sportiva. Ricchiuti chiede cibo. Menù fisso, ovviamente, tre polpette. A scelta, fritte o nella salsa. Le vuole nella salsa.
E riprendiamo con l’era De Laurentiis. Il 3-1, quello firmato dall’indimenticabile Bergonzi, poi il 2-1 di Hamsik e Lavezzi, l’indimenticabile 2-3 in rimonta. Ricchiuti invoca il perdono, si rimette alla clemenza della corte. Un’inflessibile Ilaria vorrebbe trasmettere in loop i tre gol del Matador, ma senza l’ok di un medico la banda napolista non se la sente. Insomma, Ricchiuti è in mano nostra. Presto vi daremo sue notizie.
La banda napolista

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