Sempre Napoli nonostante tutto

Napoli, sei proprio la fine del mondo. E che cos’altro potresti essere se non la perenne fine del mondo mentre cedi, ti perdi, sprofondi e gemi, invasa, violata, dominata, soggiogata, esclusa e ingiuriata. Carramba, nessuna sorpresa: la fine del mondo è qui.
Ogni giorno, da secoli. Diciamo dai tempi del generalissimo Belisario che sbucò dalle gallerie dell’acquedotto e mise tutto a ferro e a fuoco nella prima riuscitissima prova della fine del mondo. Un prepotente e un saccheggiatore, ma la nostra infinita saggezza lo proclamò liberatore. Il primo di una lunga serie. Ci liberò dai goti che ci avevano liberato dai bizantini. Capimmo subito come andavano le cose. Abbiamo vissuto di liberatori, dal generale Belisario al colonnello americano Charles Poletti. In un succedersi di fine del mondo, è tutta una lunga storia di va e vieni, di saccheggiatori e liberatori, di duchi, re, viceré, comandati e comandanti, condottieri, governatori. cavalieri di una ricorrente apocalisse.
Disastri storici e memorabili. Goti, ostrogoti, bizantini, scandinavi biondi, francesi dell’ovest, spagnoli del nord e del centro, conti austriaci, borboni di Spagna purché se magna, francesi, e carli, roberti, federici col regalo dell’università e l’amante lombarda, corradini decapitati, giovanne pazze, alfonsi, ferdinandi, pedri di Toledo, franceschi e franceschielli, gioacchini, e le marie caroline e le marie sofie, ballando, decapitando, fuggendo, ritornando, regnando. Alla fine i piemontesi misero il coperchio su tutto, e fu l’ultima ma non ultima fine del mondo, certamente la fine di un regno. C’è stato un tempo che Napoli poté sottrarsi alla fine del mondo, il suo destino sconvolgente? Forse i bei tempi di Pollione nella villa a Posillipo e di Lucullo sul Monte Echia. D’altra parte, quante speranze potevamo avere con la sciocca trovata di Virgilio che s’atteggiava a mago e nascose un uovo in un buco segreto dei sotterranei di Megaride predicendo che se quell’uovo si fosse rotto sarebbe stata la fine della città, la nostra personale fine del mondo? Nessuna speranza con quell’uovo che, in anticipo su quelli di Pasqua,  custodiva una sorpresa, però decisamente sgradita. Napoli è nata sotto la minaccia di una sfera di gallina, lo scherzo promesso della fine del mondo da un poeta giocherellone. Un oroscopo così ironico da dare forza alla città, da farla sentire incrollabile. Solo una pazza come Giovanna, quando cedette l’arco di Megaride, poté esortarci a non avere paura perché, in ogni caso, aveva sostituito l’uovo di Virgilio (danneggiato?) con un uovo fresco di giornata. Giovanna dei quattro mariti e del doppio di amanti, Giovanna dei balletti rosa, morta strangolata. Cose da fine del mondo. E che cosa dire di donna Anna Carafa, la maliarda, e di donna Mercede, la più bella mora di Napoli, rivali nei saloni e nell’umidità del tufo di Palazzo Donn’Anna, innamorate perse di Gaetano di Casapesenna, circondate dalle veline di corte e dai palestrati dell’epoca in marsina e tacco a rocchetto che sarebbe piaciuto a Berlusconi? La fine del mondo, anche quella.
E ci sarà pur stato un motivo, con una fine del mondo dietro l’altra, pestilenze, colera, eruzioni, bombardamenti, oppressori e liberatori, disoccupati e truppe d’occupazione, se Vittorio De Sica, alla fine degli anni Cinquanta, pensò proprio a Napoli come al set ideale per girarvi il suo “Giudizio universale”.
Proprio un film sulla fine del mondo che durò quattro mesi e impegnò 35 attori e migliaia di comparse nel più organizzato disordine mai visto, figlio legittimo dell’inimitabile caos quotidiano. Fu una fine del mondo nell’intrico e nel groviglio di carrucole, binari, cavi, fili elettrici, ponteggi metallici, lampade accecanti, carrozze, cineprese, megafoni urlanti e il memorabile diluvio mentre la voce potente del baritono Nicola Rossi-Lemeni, dall’artificio di un amplificatore, annunciò l’evento estremo. Fu la fine del mondo che la varia umanità napoletana interpretò alla perfezione, nobili squattrinati, donne perdute, senzatetto e senzatutto che vissero della paga cinematografica, e baristi, impiegati, contrabbandieri a riposo, medici e pazienti, studenti, giocatori di poker in disgrazia, ragazze che volevano andare a Cinecittà, bambini, ruffiani, palpeggiatori tranviari e ladri non solo di biciclette. Una vera prova generale della fine del mondo che riuscì benissimo, mobilitò la città per i quattro mesi, la sconvolse e, poi, la restituì alla routine della fine del mondo quotidiana.
Fu solo un film. Più realisticamente Napoli la sua ricorrente fine del mondo se l’organizza sulla pelle da duemila anni sempre sul punto di piegarsi sul tufo giallo, crollare e dissolversi. Ma resiste a tutto. Ancora nei tempi moderni, più la mandi giù, più si tira su. La città porosa, la città di cartone, la città caotica, la città del centrosinistra e del centrodestra gioca con la fine del mondo, un gioco di sopravvivenza assoluta mentre il traffico l’asfissia, le ganasce la bloccano, la pioggia l’allaga, lo smog l’avvelena, i vigili l’abbandonano, le pistole crepitano, gli amministratori la ignorano e i politici la deridono, tutti tesi a rompere le uova nel paniere e l’uovo stesso di Virgilio. La città bimillenaria si piega, ma non si spezza. La sorregge una vitalità animalesca, la fortificano tutte le prove fatte di fine del mondo, la incoraggiano un cielo azzurro e un mare blu.
Lassù, il Padreterno si stira e ammira. Quale città della Terra ha la resistenza di Napoli? Minacciata dal Vesuvio, dissestata dai sampietrini, ferita dai lampioni cadenti, sbarrata dai cantieri, invasa dai rifiuti, dissellata dalle barelle ospedaliere sino a morirne, desertificata a ovest, imprigionata a est e intrappolata al centro, non tira le cuoia. Vive e ha imparato a convivere con la fine del mondo. Un prodigio. Ammaliata e imbavagliata dagli uomini di potere, respira. Derisa, non si arrende. Umiliata, non cede. C’è da scommettere che una città così resistente, allenata ai disastri, superstite di se stessa, sarà l’unica città che, nella planetaria fine del mondo, opporrà una risata e l’assoluta capacità di farcela ancora, unica a sopravvivere alla fine totale, unica che resterà in piedi tra le rovine dei continenti. Imbattibile Napoli che alla fine del mondo è abituata, giorno dopo giorno, e non sarà neppure sfiorata dalla vera fine del mondo. Anche il Padreterno si arrenderà al prodigio e riderà dell’uovo di Virgilio scoprendo di avere fatto della città ferita a morte una città immortale.Fra tanti scempi, la più bella fine del mondo fu il giorno in cui il Napoli vinse il primo scudetto del calcio dopo averlo atteso sessantuno anni. Lo scudetto a Napoli fu proprio la fine del mondo. Se quel giorno la città non fu schiantata dalla più pazza felicità della sua storia, dietro alle gambe e ai riccioli di un maghetto argentino, allora, avvezza a vincere ogni dolore, la città superò anche la prova suprema di non farsi scoppiare il cuore dalla gioia. Dunque, tutte le prove sono state superate. Napoli, sei proprio la fine del mondo.

MIMMO CARRATELLI

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