Al bar Novecento
tra Tanque e tanga

Entrando nel bar per il primo caffè della settimana mi accorgo di essere atteso.
Addirittura Antonio, il taciturno fratello addetto ai panini che perciò la mattina è il meno pressato dalla clientela, è così ansioso di vedermi che mi rivolge per primo la parola: dotto’, allora? Ma che altro dobbiamo vedere, per renderci conto che qua la situazione è grave?
Perché, chiedo preoccupato, che è successo?
E come che è successo, dotto’?, esclama Gianni, il Pasionario della macchina del caffè. Ma lo avete visto, il Napoli, o no? E insomma, tu ti giochi in casa la possibilità di rimanere attaccato al treno della Champions, la possibilità di rimanere avanti alla Juventus non giocando i preliminari della Europa League, e pure la possibilità di fare ingoiare a quel fesso di Cellino tutte le male parole e la collera che ci fa pigliare da cinque anni a questa parte, e che fai, pareggi la partita?
Interviene Lino, che con mia perenne sorpresa riesce amabilmente a conversare mentre conta il resto di cinquanta euro a una signora che paga tre e sessantasei, senza ricorrere a strumenti elettronici: siete voi, che non volete capire. Il Napoli questo è: Denìs è una schifezza, per fare un gol ne deve sbagliare almeno sei quindi gli servono sette occasioni a partita, se no non segna; Dossena se non perde tre o quattro chili non può giocare a pallone, nemmeno in terza categoria, al limite può fare scapoli e ammogliati a Varcaturo; Pazienza e Gargano tengono i piedi di marmo, non possono tirare da fuori e nemmeno da dentro, e nemmeno fare un passaggio smarcante; Zuniga non è proprio programmato per tirare, il software che ci ha non lo prevede, pure quando sta lui e la porta crossa. Ne’, ma me lo volete spiegare chi li deve fare, ‘sti gol?
Antonio ribadisce e approfondisce: e sì, pure perché se tu Mazzarri a un attaccante tieni, e nemmeno te lo porti in panchina, e parlo di Hoffèr, né peschi un centravanti della primavera che poi tanto peggio di Bogliacino non può essere, quando si fa male il Pocho rimani senza attaccanti. Dotto’, qua il fatto è serio, ed è questo: noi intanto stiamo là e faremo la coppa, perché gli altri sono andati malissimo, non perché noi siamo andati bene.
Lino conferma, alla luce delle statistiche: su nove partite in casa nel girone di ritorno, cinque pareggi che sono mezze sconfitte, due sconfitte e due sole vittorie. Questo vuol dire che quando il gioco lo dobbiamo fare noi, quando servono i centrocampisti coi piedi buoni e gli attaccanti da venti gol, siamo in difficoltà. Meglio fuori casa, quando possiamo andare in contropiede negli spazi e Lavezzi, Quagliarella e Hamsik perlomeno vedono la porta senza dieci difensori davanti.
E Gianni dice: questo vuole pure dire, caro fratello, che il Napoli non è completo e che qua ci vogliono almeno quattro o cinque titolari, e un paio di riserve, per fare lo stesso campionato di quest’anno e niente di più. Perché stai sicuro che l’anno che viene, con tre posti per la Champions e due per l’Europa, si attrezzeranno tutti. Come se tutti gli altri bar del quartiere si mettessero coi tavolini fuori e le cameriere col tanga a servire ai tavolini: noi ci moriremmo di fame, o no? E allora, qualcosa si deve fare.
Antonio conclude, riflessivo: e questo che vuol dire, che ce lo dobbiamo mettere pure noi, il tanga?
Esco dal bar col primo brivido della settimana, e con molti spunti di riflessione.

<strong>Maurizio de Giovanni </strong>

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