Il Real Madrid è il club avveniristico del calcio: una multinazionale, stadio del futuro e ricchi che diventano sempre più ricchi
Nel 2000 fatturava 118 milioni di euro, oggi 1,19 miliardi. I ricavi sono trainati da sponsor, merchandising e non dai diritti tv. E poi c'è l'investimento stadio con serra sotterranea profonda trenta metri e un museo interattivo con l'obiettivo di diventare una delle mete turistiche più ambite

French forward Kylian Mbappe delivers a speech on stage next to Real Madrid's President Florentino Perez (R), Real Madrid's Honorary President Jose Martinez Pirri and French former football player Zinedine Zidane (L) during his first appearance as a Real Madrid player at Santiago Bernabeu Stadium in Madrid on July 16, 2024, after signing his new five-season contract. Still celebrating Spain's Euro 2024 triumph, Real Madrid fans have even more to cheer this July 16, 2024, as French superstar Kylian Mbappe is officially presented to a packed-out Santiago Bernabeu stadium. Pierre-Philippe MARCOU / AFP
Il Real Madrid è l’esempio di una multinazionale del calcio e di come i ricchi diventino sempre più ricchi
Nessuno ha un fatturato maggiore: 1,16 miliardi, che salgono a 1,19, aggiungendo le plusvalenze. L’ultimo bilancio del Real Madrid, quello al 30 giugno 2025, manda al macero una volta di più la favoletta che parla del calcio come di un settore a sé stante, distaccato dalla società. La realtà è opposta: il calcio è immerso nella società e ne riproduce tutte le caratteristiche. Come, ad esempio, quella attualmente più disturbante: i ricchi diventano sempre più ricchi. Le cifre sono chiare: un quarto di secolo fa, nel 1999-2000, il fatturato del Real fu di 118 milioni di euro: in base alla rivalutazione Istat, equivalgono a 188 milioni attuali, dunque un incremento in termini reali di poco superiore a sei volte. E nel 2018-2019, la stagione prima del Covid, il fatturato fu di 755,1 milioni. Questa montagna riesce a produrre utili? Sì: nelle ultime quattro stagioni, cioè da quando sono stati riaperti completamente gli stadi dopo la pandemia, il Real ne ha totalizzati per 64,7 milioni, 24,3 dei quali lo scorso anno. A differenza delle squadre italiane, dove la parte preponderante spetta ai diritti tv, al Real i ricavi sono trainati dal settore commerciale: sponsor, pubblicità e vendita di materiale ufficiale sono in crescita ininterrotta e hanno generato nell’ultimo anno 481,2 milioni. Anche l’andamento degli stipendi lo spiega bene: 476,2 milioni complessivi, 388,8 dei quali per i tesserati, cioè calciatori e tecnici, i restanti 87,4 per i non tesserati. Ripartizione ben diversa rispetto al 2016-2017, che registrò 338,9 milioni di stipendi per i tesserati e 38,4 per i non tesserati.
Ma non si tratta solo di osservare la crescita iperbolica del fatturato e il peso crescente del settore commerciale: occorre capire che il Real segna la strada che il calcio è intenzionato a percorrere.
Le direttrici sono essenzialmente due: l’internazionalizzazione spinta – o globalizzazione, se si preferisce un termine più alla moda – e un nuovo ruolo dello stadio. Vediamo meglio.
Già nel marzo 2015, il Real ha fondato una sua controllata a Pechino, la Real Madrid Beijing Co Ltd: lo scopo dichiarato è quello di supportare lo sviluppo del marchio in Asia. Ma quante volte, nella sua vita, un tifoso asiatico potrà assistere dal vivo a una gara dei madridisti? E poi, perché egli dovrebbe tifare per il Real? Insomma, le partite diventano secondarie: non più il fine, ma un mezzo per monetizzare, puntando sulla propria storia di vittorie. Il Real è ormai una vera multinazionale, sempre per la serie il calcio è immerso nella società: il bilancio parla chiaro, perché circa 641 milioni di fatturato sono stati prodotti in Spagna e i restanti 518 all’estero. Dunque, la suddivisione percentuale è circa 55 a 45: nove anni fa era 72 a 28.
E il nuovo ruolo dello stadio? I lavori di ristrutturazione sono costati 1,17 miliardi, coperti grazie a tre diversi prestiti a tasso fisso, con un interesse medio del 3,2%. Era necessario un investimento così ingente? Sì, se non si ragiona con le vecchie categorie delle partite di calcio e si pensa invece a una struttura che deve macinare quattrini sette giorni su sette. Il nuovo Bernabeu ha le sembianze di una navicella spaziale da film di fantascienza: tetto con una parte fissa e una retrattile, rivestimento di bande d’acciaio che permettono di illuminarlo e di proiettare immagini, ma soprattutto un complicato marchingegno grazie al quale il terreno di gioco può essere spostato e conservato in una serra sotterranea, profonda una trentina di metri, così da non essere rovinato in occasione di altri eventi, specialmente i concerti. Nel suo bilancio preventivo relativo al 2025-2026, il Real Madrid ha programmato di ospitare persino una partita del campionato di football americano. Finita qui? Niente affatto. Nel nuovo Bernabeu c’è anche un museo interattivo, equipaggiato con le tecnologie di realtà virtuale. Nulla di cui stupirsi: lo scopo dichiarato della società presieduta da Florentino Pérez è quello di rendere la visita allo stadio una delle principali attrazioni turistiche di Madrid. Insomma, una sorta di chiesa contemporanea: fosse vivo oggi, Marx direbbe che non più la religione, ma il calcio è l’oppio dei popoli.
Dato questo scenario, è allora comprensibile il fresco dietro front di Pérez riguardo al progetto della Superlega: riposti forse nella serra sotterranea tutti i suoi alti lai sul calcio malato, sui giovani sempre meno interessati a esso, sulle competizioni non più attraenti, è scoppiata la tregua con l’Uefa e con il suo presidente Ceferin, festante perché “l’unico vincitore è il calcio, che continua a unire nella diversità”. Del resto, finché il fatturato del Real ha una crescita esponenziale dentro l’Uefa, perché mai cercare avventure fuori, rischiando strascichi legali? E vissero tutti felici e… contanti.











