Ascoltate, fate girare la voce: ho un amico nero, gay ed ebreo (il razzismo e l’Argentina, da Fernandez a Prestianni)
Il mito che gli argentini non siano razzisti. Un articolo scritto due anni fa per El Diario dal sociologo Alabarces. Non è cambiato granché. “Ho un amico nero, quindi non posso essere razzista”. Come ogni buon argentino, si potrebbe aggiungere.

SL Benfica's Argentine forward #25 Gianluca Prestianni hides his mouth while arguing with Real Madrid's Brazilian forward #07 Vinicius Junior who complained about alleged racists insults during the UEFA Champions League knockout round play-off first leg football match between SL Benfica and Real Madrid CF at Estadio da Luz in Lisbon on February 17, 2026. (Photo by PATRICIA DE MELO MOREIRA / AFP)
Ascoltate, fate girare la voce: ho un amico nero, gay ed ebreo (il razzismo e l’Argentina, da Fernandez a Prestianni)
A proposito del presunto atteggiamento razzista dell’argentino Prestianni nei confronti di Vinicius jr, e delle molteplici polemiche scaturite in seguito, può essere particolarmente opportuno rileggere questa approfondita riflessione del sociologo argentino Pablo Alabarces, pubblicata un paio di anni fa sul Diario in occasione di un episodio simile. ossia il coro razzista degli argentini nei confronti dei francesi – dopo la finale Mondiale – pubblicato sui social dal centrocampista argentino Enzo Fernandez (episodio di razzismo evidentemente ricorrente, per i motivi che Alabarces ha provato a spiegare in questo stesso articolo).
Ascoltate, fate girare la voce: ho un amico nero, gay ed ebreo
di Pablo Alabarces (traduzione di Gianfranco Pecchinenda)
In appena duecento anni di indipendenza, la cultura argentina è stata in grado di produrre una serie di miti. Uno dei più persistenti sostiene che siamo una società europea inspiegabilmente trapiantata in America Latina. Per questo, grazie a Dio, non saremmo razzisti: non potremmo esserlo.
1) Un tratto particolarmente evidente della cultura argentina è il suo narcisismo (una delle prime lezioni che si apprendono in qualunque corso di sociologia riguarda la cautela nei confronti delle generalizzazioni. “Gli argentini sono” è un’affermazione problematica e poco plausibile; “gli uomini argentini sono” ha forse il cinquanta per cento di probabilità in più di risultare adeguata, e tuttavia continua ad essere destinata al fallimento, perché le mancheranno sempre precisazioni fondamentali: etniche, generazionali, territoriali o relative alla classe sociale. L’Argentina è un paese immenso e, benché non densamente popolato, presenta differenze e disuguaglianze enormi, come ogni società moderna).
Eppure, in soli due secoli di indipendenza, la cultura argentina ha comunque prodotto diversi miti generalizzanti – d’altra parte nessuna nazione può farne del tutto a meno. Uno di essi afferma che siamo una società europea inspiegabilmente trapiantata in America Latina: una sorta di isola nel continente, che condivide a malapena lo spazio con l’Uruguay (o meglio ancora con Montevideo, descritta come una Buenos Aires leggermente anacronistica).
Un altro mito sostiene che il mondo intero parli continuamente di noi. Sempre. L’universo non avrebbe altro argomento di conversazione che le vicende dell’Argentina. E se poi si tratta di calcio – o, talvolta, di altri sport come pugilato, automobilismo, tennis, rugby o basket – allora il mondo sarebbe obbligato a celebrare l’infinita qualità dei nostri sportivi (maschi) e la loro indiscutibile superiorità galattica. Questo vale anche per i tifosi: i migliori tifosi (maschi) del mondo.
Esiste poi un mito ancora più radicato: quello di una società etnicamente omogenea. “Gli argentini veniamo dalle navi”, recita una canzone popolare del 1982. Il testo completo dice: “I brasiliani escono dalla selva, i messicani vengono dagli indios, ma noi, gli argentini, siamo arrivati dalle navi”. È una canzone modesta, ma fu citata dall’ex presidente Alberto Fernández nel 2021, che attribuì l’idea al messicano Octavio Paz. In realtà, Paz aveva scritto, non senza un pizzico di ironia, che “i messicani discendono dagli aztechi, i peruviani dagli inca e gli argentini… dalle navi”.
Le “navi” evocano l’immagine di un’Europa trapiantata attraverso l’immigrazione italiana e spagnola. Ma questa narrazione non spiega affatto che cosa sia accaduto alle popolazioni originarie né ai discendenti degli schiavi africani giunti in gran numero in tutta l’America – anche in quella che sarebbe poi diventata l’Argentina. Studi scientifici seri indicano che, al momento dell’indipendenza dalla Spagna, all’inizio del XIX secolo, gli schiavi africani rappresentavano non meno del 15% della popolazione. Poiché non vi fu alcuno sterminio – né dichiarato né occulto – la trasformazione in un paese rigorosamente, anzi illusoriamente, bianco richiede una spiegazione.
La spiegazione è triplice: meticciato, occultamento, negazione.
In Argentina non ci sono neri. Perciò, grazie a Dio, non siamo razzisti – non possiamo esserlo. Il termine “negro” viene utilizzato soltanto come insulto di classe: i “neri” sono i poveri. Più sono poveri, più sono “neri”. Ma questo, secondo la buona coscienza delle classi medie bianche e urbane, non sarebbe razzismo.
Naturalmente, quest’ultima affermazione è puramente ironica.
2 – E così il mondo ha parlato dell’Argentina. Ma del suo razzismo.
Lo scandalo è nato da un brevissimo video pubblicato su Instagram dal calciatore Enzo Fernández – oggi al Chelsea di Londra – dopo la vittoria dell’Argentina in Coppa America. I dettagli sono noti, perché la vicenda ha avuto grande eco. La canzone non si ascolta per intero: qualcuno dice “taglia la diretta”. In quel gesto c’è un’ammissione implicita: qualcuno sapeva che il contenuto era radicalmente inappropriato e non doveva circolare sui social.
Il brano è effettivamente un concentrato di transfobia e razzismo, in proporzioni differenti. Il testo recita:
“Ascoltate, fate girare la voce, giocano in Francia ma sono tutti dell’Angola. Che bello è, correranno, sono mangia-travestiti come quel frocio di Mbappé. Sua madre è nigeriana, suo padre camerunense, ma sul documento la nazionalità è francese.”
La canzone rivela una profonda ignoranza geopolitica e storica: l’Angola fu colonia portoghese, la Nigeria britannica, e solo il Camerun fu francese. Il coro era stato già intonato durante i Mondiali del 2022 in Qatar da un gruppo di tifosi che voleva sostituire la canzone allora più popolare negli stadi, “Muchachos”. La cantarono davanti alle telecamere di un canale sportivo; il giornalista, visibilmente turbato, chiese loro di non ripeterla. Ma il canale stesso la trasmise più volte come pura manifestazione folkloristica. Tuttavia, complice il successo di “Muchachos”, non ebbe grande diffusione.
3 – Un breve excursus sulla storia della melodia (amo le storie delle canzoni dei tifosi: le loro origini, trasformazioni, migrazioni nel tempo e nello spazio). In origine era un jingle della dittatura militare argentina del 1981, volto a dissuadere le famiglie dal portare animali in automobile durante le vacanze estive.
Successivamente divenne un canto politico e anti-dittatoriale, prima di approdare negli stadi come semplice dichiarazione d’amore per la propria squadra. Negli ultimi quarant’anni, però, lo stile dei cori calcistici si è progressivamente spostato verso registri più aggressivi e minacciosi.
Oggi i canti da stadio presentano tre tratti dominanti:
– deridere l’avversario in base ai risultati sportivi;
– degradarlo attribuendogli identità sociali stigmatizzate;
– evocare violenze passate o future.
In questo contesto, una canzone originariamente innocua è stata trasformata in un coro omofobo e classisticamente razzista.
Il rapporto tra tifoserie è fortemente mascolinizzato: essere tifoso significa essere “macho” e avere aguante, la categoria chiave della cultura calcistica argentina – e non solo calcistica. I rivali vengono simbolicamente sottomessi attraverso metafore sessuali di dominio. Si tratta di metafore, certo, ma strutturano un immaginario violento delle relazioni tra squadre e tifosi. Su questo fenomeno si è scritto molto, in ambito accademico e giornalistico, per quasi venticinque anni, senza che ciò suscitasse particolare allarme.
4 – Nel 2014, dopo il Mondiale in Brasile, scrissi qualcosa a proposito della popolarissima “Brasil, dimmi che si prova” (sulla melodia di “Bad Moon Rising”). Si trattava di una sequenza di provocazioni contro i brasiliani, che culminavano nell’affermazione della superiorità di Maradona su Pelé. Sui muri di Copacabana apparve anche la scritta “Pelé frocio”, che combinava presenza territoriale (“siamo qui”) e riaffermazione di virilità.
Un vecchio coro del 1978 recitava: “Tutti sanno che il Brasile è in lutto / sono tutti neri / sono tutti froci”. In tempi di correttezza politica, nemmeno le tifoserie possono permettersi di essere insieme omofobe e razziste: una sola discriminazione alla volta. Quel coro sembrava archiviato. Fino a oggi.
Rispetto a “Ascoltate, fate girare la voce”, persino “Brasil, dimmi che si prova” appare quasi shakespeariana.
5 – In America Latina, il rapporto tra comunità afrodiscendenti e calcio è sempre stato complesso. L’Uruguay rappresenta forse un’eccezione relativa. In Argentina, invece, il problema è stato aggirato in modo diverso: semplicemente, gli afrodiscendenti non sono mai stati “visti”.
Eppure, Diego Armando Maradona era meticcio, discendente sia di popolazioni indigene sia africane. Il razzismo argentino ha risolto la questione ricorrendo alla categoria della classe: era “negro”, ma “nell’anima” – cioè socialmente.
6 – Il video di Enzo Fernández ha dunque suscitato reazioni politiche accese. Poiché ufficialmente in Argentina non esisterebbero né neri né razzismo, non si è ritenuto necessario scusarsi. Quando un sottosegretario suggerì l’ipotesi delle scuse, fu immediatamente rimosso per decisione del presidente Javier Milei. La vicepresidente Victoria Villarruel trasformò l’episodio in una rivendicazione nazionalista e anticolonialista. Quella stessa notte, tuttavia, la sorella del presidente chiese scusa all’ambasciata francese.
L’episodio può sembrare farsesco, ma talvolta produce conseguenze geopolitiche. E avviene sotto un governo che rivendica la propria serietà.
7 – In Argentina, per negare razzismo, omofobia o antisemitismo, si ricorre spesso a una formula: “Io non sono razzista/omofobo/antisemita, e ti dirò di più: ho un amico nero/gay/ebreo”. Il punto critico sta proprio in quel “e ti dirò di più”: a quel punto cominciamo a preoccuparci.
Non a caso ha cominciato rapidamente a circolare una fotografia di Fernández che abbraccia un bambino nero. Il messaggio è trasparente: “Ho un amico nero, quindi non posso essere razzista”.
Come ogni buon argentino, si potrebbe aggiungere.










