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Sul mistero di Strinic, il terzino che all’improvviso scompare dai radar (e sul turnover di Sarri)

La biografia dell’anno di Ivan Strinic è fondamentalmente un pretesto. Per parlare di un argomento più ampio, più importante, pure in chiave futura. Vale a dire, il turnover. Per capire e inquadrare la stagione di Strinic in un contesto qualunque, bisogna fare un bello sforzo di fantasia. Semplicemente perché, sommando tutte le presenze stagionali raccolte in tutte le competizioni, il minutaggio del terzino croato non arriva a 850 minuti. Quindi, su Strinic c’è ben poco da dire. 

L’ex esterno difensivo del Dnipro è un po’ la chiave di volta, il personaggio di riferimento per parlare della gestione delle rotazioni, di Sarri e della sua idiosincrasia a cambiare l’undici titolare. Prima, però, è bene ricordare come la parabola napoletana di Strinic sia comunque molto particolare. Arrivato a gennaio 2015 come sostituto di Ghoulam (remember Britos), il croato si impone quasi subito. C’è qualcosa di diverso rispetto all’algerino: c’è lettura del gioco difensivo, c’è applicazione. Anche in una fase di non possesso non proprio armonica come quella del secondo Napoli di Benitez. C’è un pizzico di sicurezza in più nelle chiusure, che siano sulla palla o sull’uomo. A un certo punto, però, Strinic sparisce. L’alternanza dei primi tempi con Ghoulam si trasforma in una dittatura algerina, con l’ex Saint-Etienne in campo sempre, sia in Europa League (per forza, Strinic aveva già giocato in quella competizione con quei simpaticoni del Dnipro) che in campionato

Quindi, come dire. Strinic in panchina ce l’hanno messo in due su due. Benitez prima, Sarri subito dopo. Pur non essendo un giocatore scarso o approssimativo, i due allenatori che l’hanno avuto al Napoli hanno comunque deciso che Strinic non era all’altezza dell’undici titolare. Merito/colpa di Ghoulam e della sua buona evoluzione da svagato terzino d’attacco a esterno difensivo tout court, certo. Ma forse, qualche responsabilità ce l’ha pure Strinic. Uno, magari Benitez, può essere pure un pazzo scriteriato. Se però il suo successore continua a non vederti, anche il pazzo di prima riacquisisce un po’ di credibilità.

I dati

Si parte e si parta dal minutaggio. Troppo basso, forse, per poter fare un’analisi realmente pregnante del contributo del croato alla causa azzurra. Gli 845 minuti tra Serie A, Europa League e Coppa Italia raccontano comunque del solito Strinic: applicazione tattica, poca fantasia di fondo, una presenza difensiva costante ma non appariscente (alla Koulibaly, per intenderci). Le statistiche del campionato dicono 11 azioni difensive in tutto, con un’occasione creata (key passes) e un buonissimo 89% di accuratezza nei passaggi. Roba elementare, certo, ma comunque 9 appoggi su 10 sono giusti. Per l’Europa League, in Europa League, la situazione migliora. E anche di molto. Certo, parliamo sempre di sole 6 partite giocate, e magari di avversari non proprio trascendentali. Però poi scopri che in Napoli-Villarreal Strinic ha creato due azioni offensive con altrettanti Key Passes personali; scopri che gli interventi difensivi a partita tra tackle, palle rilanciate e intercettate diventano 5,6. Che la percentuale di passaggi riusciti non solo rimane uguale, ma cresce addirittura. Fino al 90%.

Come dire: ok lo scarsissimo utilizzo e quindi l’attendibilità limitata di questi dati, ma Strinic ha dimostrato di esserci. Quantomeno di poterci essere, magari un po’ di più. Un po’ di più rispetto soprattutto al ruolo di controfigura assoluta rivestito in campionato, con la prima partita giocata solo alla 19esima giornata (Frosinone-Napoli) e con sole altre 3 apparizioni da titolare. Però, anche qui c’è un mistero: dopo il match in Ciociaria, Sarri sembra finalmente essere in qualche modo entrato a contatto con il terzino croato. Lo fa entrare a Genova, due partite dopo, contro la Sampdoria; lo schiera titolare in Lazio-Napoli, ancora due partite dopo. Poi, però, di nuovo il buio. Fino ai quattro minuti di Napoli-Verona (gli unici giocati in casa in tutto il campionato) e a Inter-Napoli, giocata da titolare. Oggettivamente male, e solo per 49 minuti. Come dire: anche Sarri, all’improvviso, decide che Strinic non esiste più. Come Benitez l’anno scorso. È un mistero, che dipenderà sicuramente dalla gestione un po’ così delle rotazioni da parte dell’ex tecnico dell’Empoli. Ma che si è ripetuto uguale identico, un anno dopo che un allenatore che applica un turnover scientifico ha deciso improvvisamente di rinunciare a Strinic. Non può essere un caso.

Le prospettive

Parlare di Strinic non è facile, neanche in prospettiva. Giorni fa, era tra i desaparecidos che non avevano neanche festeggiato in campo la Champions conquistata contro il Frosinone. Poi, fulmine a ciel sereno, una dichiarazione d’amore (condizionata a un maggiore impiego, of course) direttamente dal ritiro della Croazia. Non si sa, quindi, come finirà. L’ormai probabile arrivo di Vrsaljko, uno che può disimpegnarsi con disinvoltura anche sull’out mancino, spingerebbe verso una cessione comunque annunciata. O necessaria, soprattutto alla luce della pochissima fiducia concessa a Strinic da Sarri.

Assodato questo, è d’obbligo adesso una ulteriore riflessione sul turnover del tecnico azzurro. Che ha tnti meriti, ma che ha sicuramente finito per svalutare un po’ quei calciatori che non sono stati inseriti nella rosa ristretta dei titolarissimi. Strinic è uno di questi, forse anche più degli altri: titolare in Europa League, mai in campo in campionato. Gabbiadini, almeno all’inizio, ha avuto la chance di giocarsi il vero Napoli (la partita di Empoli). Così come Valdifiori, Maggio e Chiriches. Strinic no. E non l’ha avuta fino a Frosinone-Napoli, se non nei match del giovedì (un modo elegante per definire il facile gironcino di Europa League comunque giocato alla grande dal Napoli). Al di là delle battute sul suo mistero e sulle sue improvvise scomparse, resta la sensazione che Sarri non abbia dato al croato la giusta occasione. Che Ghoulam partisse avanti, sempre e comunque. Che al di là dell’Europa League, Strinic fosse una pura e semplice riserva anni Sessanta-Settanta. Sempre in panchina, in campo solo quando davvero non posso farne a meno.

Un concetto che, in qualche modo, dovrà essere estirpato dalla mente di Sarri. Oppure, quantomeno, profondamente modificato. Con una Champions alle porte, vivaddio, il Napoli ha bisogno di 17-18 aspiranti titolari. I titolarissimi resteranno sempre, sappiamo tutti che quelle sulla rotazione continua e ponderata degli uomini in campo sono visioni e poco più. Guardi la Juventus e te ne rendi conto, con la difesa che è sempre la stessa e Pogba, Marchisio, Khedira e Dybala praticamente intoccabili nelle gare importanti. Però, Sarri è il troppo che rischa di storpiare. E Strinic ne è l’esempio forse più calzante, anche perché non ha demeritato sempre, o del tutto, quando è stato ributtato dentro all’improvviso. Ci pensi, Sarri. Ne ha bisogno, ne avrà bisogno presto. Così magari anche Strinic gioca di più, e risolviamo pure il suo mistero.

Biografie già pubblicate

– Koulibaly, da pacco a mostro
– David Lopez, il calciatore elementare stimato più dagli allenatori che dai tifosi

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