Dino Zoff e il padre: “Non aveva bisogno di alzare le mani, quando si arrabbiava bastava la voce. Le botte si danno solo all’asino diceva e quello rimane asino”

"Napoli era un carnevale, un manicomio, una città meravigliosa". E su Berlusconi: "La mia carriera di tecnico è finita lì"

Dino Zoff e il padre: “Non aveva bisogno di alzare le mani, quando si arrabbiava bastava la voce. Le botte si danno solo all’asino diceva e quello rimane asino”

Db Pescara 11/10/2011 - qualificazione Euro 2012 / Italia-Irlanda del Nord / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Dino Zoff

Dino Zoff è cresciuto in una famiglia contadina del Friuli, dove il lavoro veniva prima di tutto e lamentarsi non era previsto. Intervistato da Malcom Pagani per Repubblica, il portiere campione del mondo nel 1982 parte da lì per raccontare la sua vita: l’infanzia, gli anni nel Napoli, le dimissioni da commissario tecnico, i maestri.

“A casa mia ci si poteva lamentare solo della grandine. Perché dal cielo non potevi difenderti. Tutto il resto dipendeva da te. Dovevi alzarti alle sei, andare in officina, allenarti e poi tornare a casa a tarda sera? Pura normalità. Lagnarsi era vietato. Il lavoro era salute. Era vita. Mio padre non aveva dovuto dire troppo: «Se non riesci a farti strada nel calcio, almeno un mestiere ti resta»”.

Dino Zoff e la casa delle regole

In casa c’erano “le regole, i ruoli, la semplicità. Le mucche, l’orto, le galline e il maiale che durava per un anno intero. Era tutto chiaro, senza sovrastrutture. A casa mia non esisteva l’ipotesi di chiedersi cosa fare e non si poteva non imparare a fare qualcosa. La pratica era così importante, utile e determinante che da sola indicava la via”.

E un padre che non aveva bisogno di alzare le mani: “Quando mio padre si arrabbiava bastava la voce. Il timbro fermava l’aria. «Le botte si danno solo all’asino» diceva «e quello rimane asino»”.

“Napoli era un carnevale, un manicomio”

Dal 1967 al 1972 Zoff ha giocato nel Napoli, e ricorda quegli anni con affetto:

“Napoli era un carnevale, un manicomio, una città meravigliosa. Sono stato molto amato e ho restituito amore. Prima dell’esordio si avvicina un compagno: «Mi raccomando, quando entriamo saluta la curva». Per abituarmi ci misi un po’. All’inizio la manina era timida. Mi sembrava di comportarmi da ruffiano”.

Pesaola e Sivori

A Napoli Zoff incontrò personaggi da romanzo. A cominciare dall’allenatore, Bruno Pesaola, e da Omar Sivori, due figure che fanno parte della storia del Napoli:

“Tanti caratteri, i più diversi. Pesaola, l’allenatore, indossava un cappotto di cammello per scaramanzia anche a 40 gradi e insultava gli avversari fingendo di dare indicazioni tattiche in castigliano. Sivori invece lavorava di ironia. Nel tunnel i rivali lo stimolavano: «Omar, ti ricordi di quella partita giocata insieme?». E lui: «Io giocavo, tu, a essere buono, eri in campo»”.

Le dimissioni dopo le critiche di Berlusconi

Nel 2000, dopo la finale dell’Europeo persa con la Francia al golden gol, Silvio Berlusconi lo criticò e parlò di scelte indegne. Zoff si dimise da commissario tecnico: “Non posso prendere lezioni di dignità dal signor Berlusconi”. Pentito? No:

“Nel calcio puoi fare di tutto, litigare, rovesciare i tavoli, urlare, ma poi finisce sempre tutto a tarallucci e vino. In quel caso le dimissioni rappresentavano un gesto rivoluzionario. Lo sapevo, come sapevo che lo avrei pagato perché in qualche modo la mia carriera di tecnico è finita lì. Giusto? Sbagliato? So soltanto che in quel momento non ero in grado di fare altro e non volevo fare altro. Lo feci e anche se non ho pianto in pubblica piazza non ho cambiato idea”.

Lo sport, dice, gli ha insegnato “che non puoi barare. Nella vita possiamo farlo, metterci una cravatta, fingere, travestirci o dire cose che non pensiamo. Nello sport no, nello sport vince sempre il migliore”. Lui ha voluto vincere “per vincere me stesso, per superare i miei limiti, per migliorarmi”. Come nell’estate del 1982, quando alzò la Coppa del Mondo a quarant’anni: di quella notte di Madrid ci aveva raccontato anche l’arbitro della finale, Coelho, e il suo compagno Franco Causio.

Il maestro Vycpálek

Tra i suoi maestri Zoff ricorda Čestmír Vycpálek, l’allenatore che lo accolse alla Juventus dopo Napoli e zio di Zdeněk Zeman:

“Cestimir Vycpálek, il mio primo tecnico alla Juventus, era meraviglioso. Veniva dall’est, dalle guerre, dai regimi e aveva una pacatezza, un’apertura mentale e una saggezza che per imporsi non aveva bisogno di teatrini. Non l’ho mai sentito alzare la voce”.