Allegri faccia giocare il Napoli migliore, l’Allegri aziendalista rischia di finire male

Nel primo tempo a Venezia ha fatto scelte cervellotiche nel tentativo di assecondare il club e valorizzare gli acquisti sbagliati. Ma a furia di provare a recuperarli, sta segnando il suo destino

Allegri faccia giocare il Napoli migliore, l’Allegri aziendalista rischia di finire male

Napoli's Italian coach Massimiliano Allegri reacts during the UEFA Champions League - League Phase, Matchday 1 - football match between Napoli and Arsenal at the Stadio Diego Armando Maradona in Naples on September 9, 2026. (Photo by Andreas SOLARO / AFP)

Analisi tattica, analisi del risultato, analisi del tempo

Fare l’analisi tattica di Venezia-Napoli 1-0, almeno intesa in senso classico, è un lavoro contraddittorio. Per un motivo molto semplice: stando ai numeri e alle evidenze di campo, la squadra di Allegri non avrebbe mai e poi mai meritato di perdere la partita. Non è solo una questione di tiri in porta o di gol attesi o di rigori sbagliati, non c’entrano niente le parate di Stankovic: il Venezia ha chiuso la gara con 4 tiri in porta, di cui solo uno realmente pericoloso a parte il gol – arrivato, per altro, in seguito a un gigantesco errore individuale e a una deviazione sfortunata di Rrahmani.

Però, però, questa lettura oggettiva si scontra con quella che è la realtà del contesto. Con la realtà delle forze in campo. E con la realtà secondo la visione di Massimiliano Allegri. Che, giustamente, riconduce l’essenza e la finalità del gioco del calcio, quindi del proprio lavoro, ai numeri più importanti. Vale a dire ai risultati. E allora, per quanto sia filosoficamente sbagliato fare l’analisi tattica di una partita partendo dal risultato, stavolta non ci sono alternative.

Anche perché in realtà c’è un altro aspetto molto molto importante da sottolineare: quello relativo al tempo. Il Napoli visto a Venezia, infatti, ha iniziato a giocare – e non è una metafora, come vedremo è una rilevazione letterale – nel secondo tempo. E cioè dopo essere andato sotto di un gol, dopo aver sonnecchiato per tutta la prima frazione di gioco. E questo rendimento scadente, non ci sono altri aggettivi per definirlo, va necessariamente addebitato alle scelte di Allegri. Al modo in cui il tecnico del Napoli ha disegnato la sua squadra in campo, ai giocatori che ha scelto da mandare in campo.

Il 3-4-3 che non è un 3-4-3

Il Napoli è sceso in campo a Venezia con un 3-4-3 che in realtà non può essere considerato tale. E che, a pensarci bene, non è neanche un 3-4-2-1. Allegri, infatti, ha disegnato una formazione con Beukema-Rrahmani-Badiashile davanti a Meret, con Lobotka e Gilmour in mediana, con Di Lorenzo e Spinazzola esterni a tutta fascia. E fino a qui ci siamo.

Poi ha effettivamente schierato McTominay e Giovane alle spalle di Lucca, però l’ha fatto in modo contro-intuitivo. Perché Giovane non è esattamente un esterno, eppure gli è stato chiesto di comportarsi come tale, per altro prima sulla fascia sinistra e poi a destra. Stesso discorso per McTominay, che tecnicamente non sarebbe nemmeno un trequartista, un sottopunta, e invece è stato impiegato (anche lui in due zone di campo diverse, prima a destra e poi a sinistra) a supporto del centravanti.

In alto, il 3-4-3 del Napoli nel primo tempo. In mezzo e sopra, ci sono tutti i palloni toccati da Giovane e da McTominay nella prima frazione di gioco.

L’idea di Allegri, evidentemente, era quella di andare a stanare il Venezia muovendo il pallone verso gli esterni. Laddove, almeno in teoria, avrebbe dovuto esserci superiorità numerica. Il punto è che il Venezia non aveva alcuna volontà di farsi stanare. La squadra di Nicola è rimasta bella tranquilla, compatta dietro, appollaiata su un baricentro basso (posto a 44 metri nel primo tempo, addirittura a 37 metri nella ripresa) e non ha quasi mai forzato il pressing. A quel punto il Napoli non ha potuto fare altro che passare dagli esterni, e così gli azzurri hanno finito per costruire addirittura il 75% delle loro “azioni” passando dalle fasce.

Il problema è che una strategia/contingenza del genere presuppone la presenza di esterni che sappiano saltare l’uomo, vale a dire una caratteristica che non appartiene né a Giovane, né a McTominay né tantomeno a Di Lorenzo e Spinazzola. E poi c’è un altro appunto: se McTominay viene utilizzato come mezzo esterno del 3-4-3, chi va a riempire l’area accanto a Lucca quando si manovra dalla sua parte? La risposta potrebbe essere: si aspettano le incursioni offensive dei braccetti difensivi, vale a dire Beukema a destra e Badiashile a sinistra. E invece entrambi, soprattutto il francese, hanno interpretato il loro ruolo rimanendo bloccati dietro:

In alto, tutti i palloni giocati da Beukema nel primo tempo. Sopra vediamo lo stesso grafico, però per Badiashile.

Insomma: senza Neres/Vergara/Alisson/Lang, e senza neanche un giocatore creativo come De Bruyne che folleggia tra le linee di centrocampo e attacco, il 3-4-3 fatto in questo modo non ha alcun senso. Anche perché un doble pivote come quello composto da Lobotka e Gilmour non può garantire corse lunghe e/o inserimenti. E allora un’alternativa avrebbe potuto essere il pallone lanciato verso il centravanti, addosso o nello spazio.

Il fatto è che Lucca, almeno in questo momento della sua carriera, sembra inadatto a qualsiasi tipo di contesto tattico. L’unica giocata realmente utile della sua partita è stata una sponda per un’incursione offensiva di Beukema – rileggere qualche riga più su – in apertura di ripresa, un attimo prima che Adams segnasse il gol che ha deciso la partita. Ed è arrivata sugli sviluppi di una rimessa laterale, quindi su una situazione di gioco statica.

Lucca, Giovane e un primo tempo regalato

Il nocciolo di questa analisi, un po’ tattica e un po’ no, è proprio questo: il Napoli, per via delle scelte cervellotiche di Allegri, ha letteralmente regalato il primo tempo al Venezia. A dirlo sono i numeri: gli azzurri hanno chiuso la prima frazione di gioco con 3 tiri non respinti, di cui 0 nello specchio della porta. Sempre nel primo tempo, il Venezia ha vinto più duelli aerei (10-7) e ha tentato più contrasti (11-6). La prima conclusione su cui Stankovic ha dovuto compiere un intervento è arrivata al minuto 58′, ed è stata tentata da Alisson Santos. A quel punto, quindi, il Venezia era già in vantaggio e Allegri aveva già ridisegnato – diciamo pure stravolto – la squadra schierata dal primo minuto.

Ora, naturalmente, ci sta pensare/dire che Allegri, nella sua mente, avesse costruito – e perciò aveva preparato – una partita lunga 90 minuti più recuperi. Una partita magari divisa in due parti, con una formazione “da turn over” nei primi 45′ e l’inserimento dei “titolari” nella ripresa, a maggior ragione se le cose si fossero messe male. Questo, però, non significa – nel senso che non può portare a – giocare un primo tempo così sgonfio, così vuoto. Con Giovane, Lucca (e anche McTominay) in certe condizioni, tattiche e anche emotive/psicologiche, era difficile anche solo immaginarsi qualcosa in più.

Certo, allo stesso modo si potrebbe asserire che un eventuale gol di De Bruyne sul rigore poi sbagliato al minuto 68 avrebbe potuto cambiare la partita. Che magari il Napoli l’avrebbe anche vinta, se fosse riuscito a pareggiare. Ma è vietato, soprattutto in certi casi, muoversi nel campo dei se e dei ma. O meglio: diventa un esercizio intellettuale quantomeno disonesto, dopo quello che abbiamo visto nel primo tempo.

La ripresa e il conto presentato ad Allegri

È la stessa impalcatura del calcio secondo Allegri che ci spinge a pensare in questo modo. Se il tecnico del Napoli fosse riuscito a ribaltare/vincere la partita nella ripresa, con gli ingressi di Alisson, De Bruyne e Hojlund, avrebbe incassato i nostri elogi. Per il modo in cui avrebbe gestito il turn over, per il fatto di essersi preso tre punti facendo ruotare i giocatori che ha a disposizione, per aver dato (magari anche sprecandola, ma a quel punto a chi sarebbe importato?) l’ennesima occasione a Lucca. A quel punto, viene da dire, il primo tempo horror visto al Penzo sarebbe stato archiviato nel cassetto dei “passaggi necessari per raggiungere un obiettivo superiore”.

Il fatto che tutto questo non sia accaduto, e che nel secondo tempo – affrontato con un 3-4-3 asimmetrico ma reale, con Alisson Santos e De Bruyne dietro Hojlund, con McTominay accanto a Lobotka – il Napoli abbia costruito un bel po’ di azioni pericolose (a parte il rigore sbagliato, gli azzurri hanno messo insieme 9 conclusioni nello specchio della porta e 11 tiri complessivi dall’interno dell’area di rigore), beh, dimostra che Allegri aveva le armi per mettere in campo un Napoli più efficace. O semplicemente più sensato dal punto di vista tattico.

Ecco la mappa di tutti i tiri tentati dal Napoli nella ripresa. Ci sono anche diverse conclusioni da fuori, perché di fatto gli azzurri ci hanno provato seriamente, in tutti i modi possibili.

Poi è chiaro che poter mettere Hojlund al posto di Lucca e Alisson al posto di Giovane (e così via) faccia la differenza. Questa rilevazione, però, va anche contestualizzata. Nel senso che il Napoli di Allegri era reduce da una brutta sconfitta in casa del Villarreal. Anzi: proprio al termine della gara giocata in Spagna, anche quella iniziata con Giovane esterno d’attacco a sinistra, il tecnico azzurro si era espresso in maniera molto critica nei confronti dei suoi giocatori. E allora, viene da chiedersi, una gara delicata come quella di Venezia non poteva essere affrontata con calciatori che davano maggiori certezze? Che sono più forti, l’hanno dimostrato nella ripresa, rispetto a quelli schierati dal primo minuto?

La ratio di Allegri al Napoli

A questo punto siamo arrivati a dama. Alla ratio che ha portato Allegri al Napoli e che ha spinto De Laurentiis e il suo entourage a fare determinate scelte di mercato. Scelte conservative, di ri-valorizzazione degli asset già a bilancio. Ecco, a Venezia sono scesi in campo Beukema, Giovane e Lucca, tre dei calciatori arrivati lo scorso anno tra mercato estivo e invernale: è facile, per non dire immediato, pensare che Allegri li abbia schierati per assecondare il programma politico del suo club.

Quest’ultima frase non deve essere presa come una critica etica o morale nei confronti dell’allenatore, ma come una semplice lettura della realtà. Una realtà in cui Allegri si comporta da tecnico-aziendalista, ovvero la figura di cui il Napoli aveva bisogno, mentre il Napoli prova a far fruttare il proprio capitale umano. Bene, tutto perfetto. Se non fosse che le squadre di calcio – tutte, nessuna esclusa – si reggono e girano su dinamiche molto diverse. E cioè devono mettere in conto l’errore di mercato, la mancata chimica tra giocatori e giocatori, tra giocatori e ambiente, così come la mancata corrispondenza tra rendimento dei giocatori e valutazioni del loro cartellino.

In questo senso, lo dice la storia, il Napoli aveva già fatto un errore del genere. Ed era riuscito a venirne fuori. Dopo lo scudetto di Spalletti, il disastroso mercato della stagione 2023/24 (in estate arrivarono Natan, Cajuste e Lindstrom, in inverno fu la volta di Ngonge, Mazzocchi, Traoré e Dendoncker) venne completamente bruciato nelle sessioni successive. Ok, magari allora fu decisiva l’opera di persuasione di Manna e di Conte, ma non importa: quella volta De Laurentiis capì di aver preso dei calciatori sbagliati e provò a ripartire con volti diversi.

Le responsabilità della società, quelle dell’allenatore

Ora il Napoli, i risultati stanno dicendo questo, si ritrova in una situazione similare. Si ritrova con un bel po’ di giocatori che non sembrano spendibili in un progetto del genere (Lucca, Giovane, Beukema, Lang, forse anche Milinkovic-Savic) e/o con un allenatore che, pur facendoli alternare con i “titolari”, non riesce a farli rendere. È chiaro che l’esperienza recente con Conte – che, di fatto, li aveva già bocciati tutti – fa pensare che sia soprattutto una questione di valori, e che quindi le responsabilità vadano attribuite soprattutto al club. Allo stesso tempo, però, l’allenatore del Napoli ha il compito/onere di far rendere questa squadra secondo le sue possibilità.

Ecco: al netto di tutti i problemi, le possibilità del Napoli vanno molto, molto oltre partite come quelle di Vila-Real o di Venezia. Vanno oltre i pochi punti conquistati in campionato e Champions League. In questa particolare analisi abbiamo parlato poco delle prestazioni tecnico-tattiche della squadra azzurra, ma anche su quelle ci sarebbe tanto da dire. E quindi Allegri ha le sue responsabilità, o comunque finora ha avuto un impatto minimo, se non addirittura dannoso, sull’ecosistema-Napoli. Sta a lui trovare la soluzione per invertire il trend, e forse in questo senso sarebbe bene iniziare a pensare in termini meno aziendalistici, più personali. Ne va del futuro del Napoli, oltre che del suo.