I due gol subiti dal Porto su calcio d’angolo sono una sentenza per Allegri
ANALISI TATTICA - Al di là di tutte le attenuanti, sono il frutto di un lavoro che non è stato fatto bene. E comunque anche Conte nell'anno dello scudetto ha giocato tante partite con gli uomini contati

FC Porto's Polish defender #05 Jan Bednarek scores his team's first goal with a header during the UEFA Champions League 1st round day 4 football match between FC Porto and SSC Napoli at Dragao stadium in Porto on November 4, 2026. (Photo by PATRICIA DE MELO MOREIRA / AFP)
Il Napoli, contro il Porto, ha fatto quel che poteva (poco, troppo poco)
L’analisi tattica di Porto-Napoli è facile, è breve, si esaurisce in poche righe. La squadra di Allegri è riuscita a tenere – anche benino, come vedremo – il campo fino a quando ha avuto le energie per provarci. Nel primo tempo gli azzurri sono andati in difficoltà nel momento in cui il Porto ha alzato l’intensità del suo pressing, ma poi sono riusciti a venir fuori. A sfruttare il calo dei calciatori di Farioli e a trovare un pareggio anche meritato, dopo il gol del vantaggio segnato da Bednarek.
Questo stesso identico copione si è ripetuto nella ripresa, senza però che il Porto riuscisse a trovare il gol fino al minuto 71′. Solo che il Napoli, semplicemente, non aveva più energia. Non poteva più neanche provare a venir fuori dalla morsa degli avversari. Anche perché, nel frattempo, Allegri non aveva fatto cambi e dalla panchina ha potuto pescare solamente Lang, Giovane e Lucca. Che non hanno avuto alcuna possibilità di incidere, perché i loro sette compagni (i giocatori di movimento) rimasti in campo non avevano neanche la forza di azzardare un accenno di pressing. A quel punto, in quelle condizioni, il Porto ha avuto la possibilità di dilagare. E l’ha sfruttata, segnando prima il 3-1 e poi il 4-1.
Nient’altro da aggiungere. Tra poco svilupperemo i pochissimi temi tattici puri della partita giocata al Do Dragão, quello che possiamo dire in anticipo che il Napoli ha fatto ciò che ha potuto. Solo che la squadra di Allegri, in questo momento, può fare poco, davvero troppo poco. Perché ha tantissimi infortuni, ma anche perché ha dei problemi seri, enormi, dal punto di vista della proposta di gioco. E non ha margine per provare a risolverli, visto che ad Allegri mancano gli strumenti con cui Allegri, storicamente, risolve i problemi: i calciatori.
La difesa a tre, Hojlund davanti e il resto in mezzo
Allegri si è presentato a Porto senza esterni difensivi. L’unica possibilità che aveva era quella di disegnare un Napoli con la difesa a tre, adattando due dei suoi esterni offensivi nel ruolo di quinti. La scelta è ricaduta su Politano a destra e su Vergara a sinistra, con Anguissa, Lobotka, McTominay e De Bruyne che si muovevano davanti a Gilmour e dietro a Hojlund. Dal punto di vista dei moduli, si può parlare di un 3-5-1-1 o anche di un 3-6-1, ma in realtà non ha molto senso: le rotazioni continue tra i centrocampisti hanno portato il Napoli a giocare in modo fluido, a turno KDB e McTominay si sono mossi da sottopunta alle spalle di Hojlund. Ed è proprio grazie a questo movimento continuo che è arrivato il gol del pareggio:
Tre tiri per fare un gol
Tutto inizia da un ripiegamento di De Bruyne per impostare, poi il Napoli muove bene il pallone e accompagna bene l’azione. Al momento del primo tiro di Politano ci sono tre giocatori in area di rigore più Vergara, De Bruyne e Anguissa a rimorchio, ed è grazie a questa presenza che gli azzurri sono riusciti a trovare il gol. All’apice, per altro, di un segmento di partita in cui si sono espressi in modo promettente, in cui il Porto ha un po’ tirato il fiato ed è venuta fuori la qualità della squadra di Allegri.
I numeri, in questo senso, sono interessanti: dopo i primi 2 tiri del Porto nei primi 10 minuti, ovvero la conclusione dal limite dell’area di Borja Sainz e la capocciata di Bednarek che ha determinato l’1-0, il primo tempo si è chiuso con il Napoli avanti per numero di conclusioni complessive (6-3), di tiri in porta (3-1), di contrasti tentati e passaggi intercettati (15-12). Anche il dato sui duelli aerei vinti è risultato a favore della squadra di Allegri (9-8). Questo vuol dire che tutto sommato, almeno nella prima frazione di gioco, è esistita una partita. Il Napoli non l’ha controllata, non l’ha governata, è andato sotto ma poi ha meritato di andarla quantomeno a pareggiare. Non è poco, non è scontato, per una squadra che aveva e ha 9 calciatori indisponibili (più Marianucci fuori lista).
La fine delle energie (e quindi di tutto il resto)
Tutto questo, nel secondo tempo, è letteralmente scomparso. Perché il Napoli ha finito le energie, perché il Porto a un certo punto ha rialzato i ritmi del suo gioco, perché Allegri non ha potuto fare cambi. Ed è qui, in questo punto esatto, che sono venuti fuori i limiti del lavoro portato avanti finora dal tecnico degli azzurri. Perché, di fatto, il Napoli è una squadra che non ha gli strumenti, le conoscenze, la stoffa emotiva per giocare partite di sofferenza – questa definizione l’ha utilizzata proprio Allegri nella conferenza stampa della vigilia. I giocatori che sono in organico in questo momento non difendono bene se gli viene chiesto di difendere bassi, non muovono bene la palla se non hanno un codice, uno spartito da seguire, non sanno gestire le energie in modo da poter gestire anche le partite. Insomma: non sono adatti per il calcio secondo Allegri.
Allegri queste cose le sa benissimo, e infatti nelle ultime settimane ha decisamente virato verso un approccio più spregiudicato, meno speculativo. Il problema, però, è che un sistema di gioco più offensivo richiede sovrastrutture e principi che vanno costruiti col tempo, nel tempo, riferimenti fissi che non appartengono alla visione di Allegri. Oppure occorre una grande quantità di energie, in modo da tenere sempre alta l’intensità e l’aggressività. Ecco, ora come ora al Napoli mancano proprio queste energie.

Anche perché, altro punto da addebitare alla sua concezione del calcio, Allegri interviene sulla sua squadra attraverso i cambi. O meglio: attraverso intuizioni che si determinano con l’inserimento, lo spostamento, il movimento dei giocatori. L’attuale allenatore del Napoli è un tattico raffinatissimo, ma lo è a valle. Non a monte. Le sue squadre hanno un’identità liquida, cangiante, negoziata e negoziabile.
Il calcio speculativo bisogna saperlo fare
Questo tipo di filosofia funziona, o comunque funziona meglio, quando c’è una base difensiva solida. Vale a dire quando una squadra riesce a non subire gol, e allora ne basta uno per vincere la partita. In questo senso, numeri alla mano, non è poi così assurdo pensare che il Napoli viene da una serie di nove partite in cui ha realizzato 16 reti, con sole due gare senza segnare (a Venezia e a Torino contro la Juve). Il fatto è che, in queste stesse 16 partite, gli azzurri di gol ne hanno incassati 17.
Questo è il dato più significativo, la dimostrazione concreta e incontestabile per cui Allegri, almeno fino questo momento, non sia riuscito a fare ciò che sa fare meglio. Ovvero lavorare su una reale solidità difensiva, sulla capacità di speculare – perché no? – sul risultato al di là di quella che è la qualità delle prestazioni. Il Napoli visto finora è una squadra a cui manca proprio la forma mentis per poter pensare al calcio come a un gioco conservativo, di sottrazione.
È un passaggio che idealmente poteva starci, a maggior ragione in vista di una stagione costruita – per scelta societaria – su un mercato praticamente immobile. Ma non ha funzionato, non sta funzionando. Il calcio speculativo è un’arte che necessita di tante componenti, per essere fruttuosa. Allegri ne è stato un grande interprete, in passato, ma il Napoli di oggi c’entra davvero poco con quel tipo di approccio. Lo dimostrano i risultati, lo dimostra l’andamento delle partite contro il Porto e contro la Juventus. Anche quella contro la Roma è andata in maniera discreta, se non buona, fino a quando la squadra azzurra non è arretrata sul campo, fin quando non si è messa a difendere dentro la propria area. E l’ha fatto male, molto male, esattamente come a Porto.
Le colpe di Allegri
I due gol subiti su calcio d’angolo in Portogallo, in qualche modo, rappresentano la sentenza definitiva sui problemi del Napoli. Il fatto che Bednarek e Kiwior abbiano colpito il pallone senza essere realmente contrastati non può essere ricondotto a un mancato match filosofico tra il progetto del Napoli-società, i giocatori dell’organico e il loro allenatore: è il frutto di un lavoro che non è stato fatto bene. Si vede chiaramente dal modo identico con cui la squadra azzurra copre l’area al momento della battuta del corner:


Due saltatori soli, a centro area, non possono essere un caso
Un altro aspetto su cui Allegri e il suo staff non possono essere incolpevoli va ricercato nella condizione espressa dai calciatori. Non è solo una questione di infortuni, ma anche di intensità e forza manifestate nell’arco delle partite. È da inizio stagione che, contro qualsiasi avversario (dal Como all’Inter, passando per Arsenal e Bodo/Glimt), i giocatori del Napoli sembrano andare a una velocità inferiore rispetto ai loro avversari. In altre partite gli azzurri hanno anche mostrato qualcosa in più a livello di tenuta fisica, ma i periodi di autonomia reale, in questo senso, sono stati davvero limitati. E su questo punto la preparazione fisica svolta in estate, prima ancora che il lavoro puramente tattico, avrebbe potuto sortire degli effetti migliori.
Le colpe della società (e dei giocatori)
È inevitabile, citando questo punto, pensare al fatto che il Napoli – inteso come club, come società – abbia deciso di tenere la stragrande maggioranza dell’organico. Perché, come ipotizzato, la preparazione di Allegri potrebbe anche essere stata errata. Ma è vero pure che tutti i calciatori rimasti a Napoli sono reduci da due stagioni in cui le emergenze-infortuni si sono susseguite a ciclo continuo. Anche nell’anno dello scudetto di Conte, magari non tutti se lo ricordano perché il Napoli giocava solo il campionato, diverse partite vennero affrontate con i giocatori contati. Lo stesso Conte fu costretto a inventarsi delle soluzioni molto creative – Spinazzola esterno d’attacco, Raspadori seconda punta laterale – per far fronte alle assenze.
Il fatto che il Napoli abbia deciso di confermare in blocco quei giocatori lì, per altro tutti gravati da un anno in più sulle spalle, a questo punto deve essere considerato un errore. La questione è essenzialmente fisiologica: un atleta giovane ha bisogno, dopo un infortunio, di un periodo di recupero più breve rispetto a un trentenne. A maggior ragione se, come detto, il trentenne in questione ha una storia recente negativa, dal punto di vista della tenuta fisica.
Si potrebbe parlare poi di tante altre mosse strategico-progettuali che non stanno funzionando, e magari lo faremo in altri articoli, ma fondamentalmente la verità è che De Laurentiis e il suo staff si sono fidati di un gruppo di calciatori di cui, evidentemente, non potevano (più) fidarsi. E adesso questa lettura va al di là degli infortuni, riguarda anche le prestazioni offerte e quindi il valore tecnico. Ecco: in questo momento – e fin dall’inizio dell’annata 26/27 – praticamente tutti i calciatori del Napoli stanno rendendo al di sotto dei loro standard. Allegri avrà le sue colpe, lo abbiamo detto, ma non può essere considerato il responsabile di tutto.
Conclusioni
Insomma: nel Napoli, tutti devono interrogarsi su questo pessimo inizio di stagione. Sulle prerogative e sulle prospettive del progetto, sugli errori commessi. Sulle scelte che vanno fatte nell’immediato e su quelle che, invece, andranno a indirizzare la programmazione del futuro. Possibilmente senza pensare che ci sia un solo colpevole. Come ha detto giustamente Allegri nel postgara di Porto, “accusare qualcun altro non ha senso”. Però è vero pure che non tutte le idee possono essere giuste, anche se hanno una ratio comprensibile.
In questo senso, le scelte di De Laurentiis e Manna nelle ultime due estati sono andate in una direzione chiara, facilmente leggibile. Solo che ora le mosse fatte si stanno rivelando molto, molto deleterie: oggi come oggi il Napoli sembra essere una squadra completamente svuotata, sia dal punto di vista fisico che emotivo, palesemente a fine ciclo e per di più guidata da un allenatore inadatto ai calciatori che il club gli ha messo a disposizione. O che comunque non riesce a trovare delle soluzioni per allentare le tensioni e far rientrare la crisi. È uno scenario cupo, molto cupo, ma in qualche modo va risolto. E non tanto per salvare questa stagione, ma per poter cominciare a immaginare le prossime.