C’era una volta il giornalista sportivo che faceva le domande, ora spiega all’allenatore come deve giocare
La figura del "giornalista-tattico" o del "finto analista da tastiera" si è moltiplicata. La complessità e il fascino del calcio si stanno perdendo all'interno di questo assurdo teatrino dell'io

Felice Caccamo
Un tempo il confine era chiaro, quasi sacrale. Il giornalista osservava, chiedeva e cercava di capire; il tecnico spiegava, motivava le sue scelte ed entrava nei dettagli di quello che era successo sul prato verde. C’era una separazione dei ruoli che non era solo un principio d’etichetta professionale, ma il presupposto fondamentale per offrire al pubblico un’informazione pulita, un’analisi autentica e un confronto costruttivo.
Oggi quel confine è stato spazzato via. Basta sintonizzarsi su un qualsiasi post-partita o scorrere una conferenza stampa per rendersi conto di una metamorfosi surreale: chi ha in mano il microfono non fa più domande, fa lezioni. Assistiamo a lunghi e articolati comizi tattico-tecnici in cui l’intervistatore elenca gli errori della partita, analizza il posizionamento dei braccetti, rimarca il ritardo nelle scalate della mezzala, trova la falla, offre la soluzione e, per chiudere il cerchio, si dà pure la risposta da solo. All’allenatore, spiazzato e visibilmente disarmato, viene poi concessa la parola solo per un pro-forma: un “cosa ne pensa?” gettato lì come se fosse un semplice timbro di ratifica.
Si è moltiplicata la figura del “giornalista-tattico” o del “finto analista da tastiera”
A soffiare sul fuoco di questo fenomeno è stata l’esplosione dei social network, dove l’autoreferenzialità ha trovato il suo terreno più fertile. La figura del “giornalista-tattico” o del “finto analista da tastiera” si è moltiplicata. Nascosti dietro un’idea personale elevata a dogma irrefutabile, supportati da lavagne digitali e dati sugli expected goals, molti addetti ai lavori non cercano più di estrarre un’informazione reale da chi sta in panchina. Cercano uno specchio. Vogliono mostrare a follower e telespettatori di saperne di più di chi vive la spogliatoio e il campo tutti i giorni. L’egoriferimento ha trasformato le interviste in uno show personale dove il protagonista deve essere chi interroga, non chi viene interrogato.

In questo scenario grottesco, l’allenatore si trova tra incudine e martello. Se prova a dissentire o a smontare la teoria del giornalista, viene immediatamente etichettato come “nervoso”, “presuntuoso” o “in confusione”. Se si adegua, finisce per recitare il solito e noioso repertorio di frasi fatte — “dobbiamo lavorare”, “analizzeremo in settimana” —, spegnendo qualsiasi interesse.
Ecco allora che l’unica via di fuga rimasta, di fronte all’ennesimo spetto-comizio, è la resa ironica o surreale. Immaginiamo un ipotetico “Mister Pippo” che, dopo una sconfitta pesante, ascolta pazientemente due minuti di monologo tattico su cosa ha sbagliato dal 1° al 90° minuto. A quel punto, l’unica risposta lucida diventerebbe la citazione del Conte Mascetti: un bell’«antani con scappellamento a destra e tarapia tapioco», per far capire che, di fronte a un’intervista dove l’intervistatore ha già fatto tutto da solo, all’allenatore non resta che la supercazzola.
L’analisi vera del calcio, la complessità delle dinamiche di spogliatoio e il rispetto dei ruoli si stanno perdendo all’interno di questo grande teatrino dell’io. Fino a quando chi fa le domande continuerà a preferire l’ascolto della propria voce alla ricerca della verità, il giornalismo sportivo rimarrà incastrato in questa stucchevole recita, dove tutti sanno tutto, ma nessuno ascolta più nessuno.