Il Napoli era da rifare. Chi non lo ha capito (la società), ha più colpe di Allegri
La partita contro la Juventus ha il sapore acre di una resa, per il Napoli di Allegri. L'analisi tattica si trasforma in un'analisi energetica e in una conte degli infortunati

Juventusí Bosnian forward #17 Kerim Alajbegovic fights for the ball with Napoliís Italian defender #22 Giovanni Di Lorenzo during the Italian Serie A football match between Juventus and Napoli at the Allianz Stadium in Turin, northern Italy on November 1, 2026. (Photo by Marco Bertorello / AFP)
Il Napoli ha dato la sensazione di non poter fare più di così
La partita di Torino contro la Juventus ha il sapore acre di una resa, per il Napoli di Allegri. Non tanto e non solo per il risultato, ma soprattutto perché la squadra azzurra ha dato la sensazione di non poter fare più di quanto ha fatto. È un discorso che inizia in infermeria, nel senso che le assenze improvvise di Hojlund, Milinkovic-Savic (che hanno dato forfait poco prima dell’inizio della gara), Di Lorenzo e De Bruyne hanno avuto un impatto fortissimo sulla prestazione del Napoli. Da qui discendono, inevitabilmente, anche le evidenti problematiche tattiche della squadra di Allegri. Che, per dirla brutalmente, va sistematicamente in apnea non appena esaurisce una certa autonomia. È come se agli azzurri finissero le idee e l’ossigeno insieme. E di conseguenza commettono errori banali, stupidi, o comunque tendono a sparire dal campo.
In questo senso, la gara contro la Juventus deve essere considerata come un caso/esempio molto esplicativo. Perché l’approccio del Napoli è stato positivo, nella prima parte del primo tempo la squadra di Allegri – come vedremo – si è mossa bene ed è stata in partita, ha difeso in maniera abbastanza intensa e ha anche mostrato delle buone soluzioni nella prima costruzione. Nel secondo tempo, però, queste premesse sono state completamente cancellate. I cambi obbligati (Rrahmani per Di Lorenzo e Gilmour per De Bruyne) hanno tolto qualsiasi tipo di grip agli azzurri, che pian piano sono retrocessi sempre più sul campo e quasi hanno “costretto” la Juventus a crederci.
Poi va bene, le due reti dei bianconeri sono arrivate con due grandi conclusioni da fuori, cioè grazie a due giocate estemporanee. Ma l’inerzia della partita, dopo l’intervallo, è passata completamente dalla parte di Spalletti e dei suoi giocatori. E il problema vero è che questo passaggio, anche prima dell’espulsione di Marianucci, è parso inevitabile.
Il 4-3-3 solo nominale
Dal punto di vista tattico, il buon inizio del Napoli si è sublimato nel sistema di gioco, fluido, ibrido, con cui Allegri ha disposto i suoi calciatori. Sì, perché il 4-3-3 degli azzurri deve essere considerato solo nominale: le rotazioni tra Di Lorenzo, i centrocampisti e gli esterni d’attacco sono andate a determinare degli scaglionamenti sempre diversi in fase di costruzione, per esempio De Bruyne in mezzo a Marianucci e Rafa Marín, oppure il belga e Anguissa davanti a una linea a tre composta dai due centrali e da Olivera, con Di Lorenzo che si sovrapponeva all’interno e portava alla formazione di un 3-5-2 asimmetrico.



Tre soluzioni diverse per far partire il gioco da dietro nei primi 20 minuti, il Napoli visto a Torino è stato una squadra anche varia, nella sua impostazione tattica
Più che nel modo in cui ha costruito azioni da gioco, l’approccio del Napoli si è fatto percepire nel modo in cui la squadra azzurra ha tenuto il campo. Soprattutto in fase di riconquista. È proprio grazie a un buon recupero palla, per altro in zona di campo avanzata, che De Bruyne, Di Lorenzo e Politano hanno costruito il cross che ha portato Lucca a sfiorare il gol:
Prima l’anticipo di Olivera, poi la riaggressione e la riconquista sul primo cross di Politano ribattuto dalla difesa della Juve
L’azione che vedete sopra non ha nulla di clamorosamente articolato e/o sofisticato, semplicemente si determina a partire da un approccio intenso – diciamo pure aggressivo – alla fase di non possesso. Poi c’è anche da sottolineare il fatto che in area ci siano tre giocatori azzurri, vale a dire Lucca, Lang e Olivera, una ulteriore conferma sulla percezione per cui l’avvio di gara della squadra di Allegri sia stato positivo. Al di là dell’occasione, a dirlo sono anche i numeri: se consideriamo le statistiche relative alla prima mezz’ora di gioco, gli azzurri hanno tenuto il pallone per il 65% del tempo di gioco, hanno tentato la conclusione per 4 volte (la Juventus si è fermata a 2) e hanno avuto una precisione nei passaggi decisamente più alta rispetto ai loro avversari (88% contro 72%).
Questa buona prova va fatta risalire alle scelte – per quanto praticamente obbligate – di Allegri, che ha dovuto ridisegnare l’attacco per l’assenza di Hojlund e ha anche dovuto fronteggiare il cambio di modulo della Juve. Che si è schierata con un 4-4-2 asimmetrico in cui McKennie e Alajbegovic agivano ai lati di Kolo Muani e Woltemade: naturalmente il bosniaco e l’americano si sono mossi in modo diverso, nel senso che la maggior parte delle azioni della squadra di Spalletti (addirittura il 43%) sono state imbastite sulla sinistra, dal lato di Alajbegovic. Questo dato tornerà molto utile per capire come e dove si sia decisa la partita nel secondo tempo.
Benzina finita
Dopo la mezz’ora, il Napoli ha iniziato a scomparire dal campo. O comunque a contrarsi e ritrarsi sempre di più. Da questo punto di vista, i numeri sono impietosi. Dalla conclusione di Lang – ultima occasione che si può definire tale, tra quelle costruite dal Napoli – al minuto 29 al minuto 75′ vale a dire all’episodio che ha chiuso la gara (l’espulsione di Marianucci), gli azzurri hanno tirato verso la porta di Vicario una sola volta. Con Gilmour, per altro al minuto 74. E da fuori area, per giunta.
Sì, avete letto bene: in 45 minuti di gioco effettivo, a cavallo del primo e del secondo tempo, il Napoli non ha messo insieme neanche un’azione offensiva che si è conclusa con un tentativo dentro lo specchio della porta. La sensazione, in quel segmento di gara, è che gli azzurri avessero finito la benzina. E il fatto che in mezzo ci siano stati (altri) due cambi obbligati, oltreché peggiorativi, ha ulteriormente aggravato l’andazzo del primo tempo. Che si era concluso con la Juve in crescita – prima è venuta la traversa di Cabal, poi un bel tiro di Alajbegovic ben respinto da Meret – e con una progressiva perdita di intensità da parte dei calciatori di Allegri.
Ora, alla luce di certi dati, è inevitabile andare al di là della tattica. Oppure, per dirla meglio: è impossibile pensare che un crollo così grande, così verticale, possa essere riconducibile a dinamiche di campo. Anche perché neanche la Juventus ha dato l’impressione di essere una squadra in salute. Né tantomeno ha impresso un’accelerazione al suo gioco. La squadra di Spalletti, semplicemente, a un certo punto si è ritrovata a essere padrona del campo.

La mappa dei tiri di Juventus-Napoli tra il minuto 30′ e il minuto 75′
A questo punto bisogna necessariamente parlare del Napoli in termini di squadra-progetto e di pura tenuta fisica. Due aspetti legati tra loro, che si intersecano, che alla fine determinano ciò che succede in campo. Nel caso della partita di Torino, è inevitabile pensare che il buon avvio abbia esaurito le energie dei calciatori schierati dal primo minuto. Poi sono venuti i problemi fisici di Di Lorenzo e De Bruyne, due cambi obbligati, l’ingresso di Gilmour a centrocampo e lo spostamento di Marianucci a destra. Al di là dell’evidente perdita in valore assoluto (Marianucci non vale Di Lorenzo, Gilmour non vale De Bruyne), è chiaro che il piano-partita visto nel primo tempo non poteva più essere attuato.
Parlare in certi termini non significa dare degli alibi ad Allegri – anche perché in quel senso ci sarebbero da ricordare anche le assenze di Favasuli, Alisson Santos, David Neres, Badiashile, Lobotka, Spinazzola, Buongiorno, Milinkovic-Savic, Hojlund. Allo stesso tempo, però, va anche detto che il calcio d’élite dell’era contemporanea è uno sport che non contempla l’improvvisazione. E allora è fondamentale preparare le partite, sapere chi scenderà in campo e cosa bisogna fare per difendere/attaccare bene. Se una squadra è come il Napoli 2026/27, ovvero fragile e costantemente in riserva, preparare bene le partite diventa difficile. Se non impossibile.
Zhegrova e due gol arrivati da sinistra
Certo, gran parte delle squadre che giocano le coppe europee hanno tanti infortuni. Solo che però l’approccio di Allegri, un approccio elastico e liquido fatto di intuizioni, di idee, di trasformazioni anche estemporanee, porta le sue squadre ad avere un’identità – soprattutto offensiva – molto volatile. In uno scenario filosofico e tattico come questo, un semplice cambio di formazione può diventare decisivo. E quando è imposto dalle contingenze, beh, per chi resta in campo poi diventa difficile ritrovare dei riferimenti certi.
La ripresa, in questo senso, si può considerare come il sequel già scritto dell’ultimo quarto d’ora del primo tempo. Spalletti ha intuito il calo progressivo del Napoli, ha inserito Gatti per passare alla difesa a tre e poi ha indovinato la mossa che ha indirizzato la partita, ovvero l’ingresso di Zhegrova al posto di un impresentabile Kolo Muani. L’esterno kosovaro ha avuto un impatto forte sulla partita, ma non attraverso la tattica: con la sua capacità di venire a giocare il pallone tra le linee, e di far saltare le marcature con il dribbling puro e la conduzione, ha creato i presupposti per muovere la difesa del Napoli anche dal lato sinistro. A quel punto, la squadra di Allegri ha dovuto scoprirsi sul suo lato destro. il sinistro della Juve.
Il suo tiro è bello, non c’è che dire. Ma l’assenza di contrasti, come dire, ha aiutato Alajbegovic a prendere bene la mira.
È tutto estremamente semplice, basta (ri)guardare bene il gol di Alajbegovic: Olivera – che poi è uscito a sua volta per un guaio muscolare, quindi è un altro calciatore da aggiungere alla lista degli indisponibili – fatica a contenere Zhegrova, l’ex esterno del Lille può prendersi campo col movimento a convergere verso il centro, trova Alajbegovic smarcato, lo serve e il resto lo fa la qualità dell’attaccante bosniaco. Su cui, anche questo va detto, non chiude nessuno. Anguissa non ci arriva e Marianucci è troppo piatto, soprattutto se consideriamo che Vergara (subentrato a Politano) aveva ripiegato bene su Cabal e quindi non c’erano impedimenti a una rottura della linea.
Cinque minuti dopo lo stesso Marianucci è intervenuto in modo ingenuo su Cabal, decretando di fatto la fine della partita vera e propria. Certo, poi si potrebbe osservare come anche il gol di Boga sia arrivato da sinistra. Grazie a un’altra conclusione scoccata da fuori senza che il giocatore della Juventus subisse un reale contrasto da parte di un difensore in maglia azzurra. Ma sarebbe come sparare sulla croce rossa, visto che il marcatore designato di Boga, un attimo prima del gol, era addirittura Antonio Vergara.
Conclusioni
Non c’è molto da aggiungere, anche perché l’analisi tattica ha finito per trasformarsi in un’analisi energetica. Quindi in una conta dei presenti, degli assenti a breve termine e dei lungodegenti. È un peccato che le partite e la stagione del Napoli debbano essere lette e quindi valutate secondo queste metriche, ma non c’è alternativa. Allegri e i componenti del suo staff, l’abbiamo anticipato, hanno le loro colpe. Ma è chiaro che la squadra affidata loro debba essere considerata quantomeno logora, per non dire a pezzi. Avrebbero potuto/dovuto rimetterla in piedi, o magari segnalare che non esistesse margine per farlo, ma non ci sono riusciti. E adesso devono trovare il modo per farla funzionare.
Non è facile, non sarà facile. Anche perché, in vista delle sfide contro Porto e Lazio, i giocatori su cui era stato edificato il buon trittico Bodo-Roma-Monza, ovvero De Bruyne, Di Lorenzo, McTominay e Hojlund, sono per lo meno in riserva, se va bene in dubbio. E i loro possibili sostituti, ovvero i vari Gilmour, Favasuli, Marianucci, Beukema, Giovane, Lucca, non offrono le stesse garanzie – per usare un eufemismo.
Così si torna al discorso sul Napoli inteso come squadra e come progetto. Ecco, l’idea di prendere Allegri per rivitalizzare o valorizzare un po’ di calciatori poteva essere considerata sensata, e infatti per alcuni ha funzionato e sta funzionando. Ma questa mossa non ha tenuto conto di quelle che erano le vere condizioni della rosa azzurra. Una rosa palesemente scarica a livello puramente fisico, forse anche a livello emotivo. Se vediamo le cose da questa prospettiva, le colpe di Allegri sono relative, o comunque inferiori a quelle di chi ha pensato che non ci fosse bisogno di voltare pagina. Di chi non si è arreso all’evidenza.