La governance della Nazionale ha fallito al primo intoppo, è il caso di chiarire il concetto di delega

Malagò e Maldini non si sono intesi su "scelta condivisa". Nelle imprese la delega non consiste nel dire: fai quello che vuoi. Ma nel dire: questo è ciò che vogliamo ottenere, questo è il perimetro nel quale puoi decidere, questi i rischi su cui dobbiamo tornare a parlarci

La governance della Nazionale ha fallito al primo intoppo, è il caso di chiarire il concetto di delega

Ezio Maria Simonelli, President of Serie A; Giovanni Malago, President of the FIGC; Paolo Maldini, Technical Director of the FIGC and President of Club Italia; and Leonardo, Advisor to Club Italia, attend a meeting at the Serie A League headquarters in Milan, Italy, on July 23, 2026. (Photo by Emanuele Roberto De Carli/NurPhoto) (Photo by Emanuele Roberto De Carli / NurPhoto via AFP)

Bisogna intendersi sul concetto di carta bianca

Nel calcio italiano la carta bianca viene generalmente consegnata con un “bianchetto”. La Figc aveva scelto Paolo Maldini come direttore tecnico. Maldini aveva voluto con sé Leonardo. L’idea era chiara: affidare la ricostruzione tecnica della Nazionale a due uomini di calcio autorevoli e capaci di prendere decisioni.

Il progetto doveva accompagnare il calcio italiano verso il 2030. È durato sedici giorni. Secondo quanto riportato, Maldini e Leonardo hanno deciso di lasciare dopo lo stop alla candidatura di Andrea Pirlo. Fin qui, tutto rivoluzionario quasi quanto mettere undici giocatori in campo.

In quei sedici giorni Maldini e Leonardo hanno affrontato una delle prime decisioni per cui erano stati chiamati. Hanno cercato il nuovo commissario tecnico. Prima Ancelotti. Poi Guardiola. Non proprio due curriculum raccolti su LinkedIn.

Maldini aveva anche spiegato la logica: partire dai migliori e verificarne la disponibilità. Una strategia difficilmente contestabile, soprattutto se ti chiami Maldini e al tuo fianco hai Leonardo. Il vantaggio di assumere due personaggi di quel calibro dovrebbe essere anche questo: poter bussare a porte alle quali altri solo citofonano. La pista Ancelotti non si è concretizzata. Guardiola ha detto no. E si è arrivati ad Andrea Pirlo.

Champions

Ed è qui che comincia la parte interessante. Perché tra Ancelotti, Guardiola e Pirlo cambia la natura della scelta. I primi due rappresentavano l’idea di utilizzare il peso internazionale di Maldini e Leonardo per portare sulla panchina italiana un allenatore di statura eccezionale. Pirlo rappresentava necessariamente una “strategia” diversa.

Non significa che Pirlo non potesse essere la scelta giusta. Nel calcio le scelte migliori hanno spesso il brutto vizio di diventarlo soltanto dopo. Ma proprio per questo nasce una domanda. Per scegliere Pirlo servivano Maldini e Leonardo? Perché se assumi due personalità di quel peso stai implicitamente acquistando qualcosa in più: network, autorevolezza internazionale, e capacità di attrazione.

Un consiglio di amministrazione non perde la responsabilità perché ha delegato

Dopo aver sondato Ancelotti e tentato concretamente Guardiola, Maldini e Leonardo hanno puntato su Pirlo. Ma non sappiamo se Pirlo fosse una soluzione successiva, una scelta già presente dall’inizio o semplicemente un progetto diverso. Ed è proprio questo che rende interessante capire quale fosse il processo di selezione. Quali altri allenatori erano stati valutati? Quali criteri erano stati utilizzati? Pirlo era davvero il profilo ritenuto migliore oppure la soluzione diventata più praticabile quando altre porte si erano chiuse? Non sappiamo la risposta. Ed è meglio non inventarla.

Ma è esattamente il genere di domanda che una buona governance dovrebbe porsi prima della firma, non dopo la prima pagina dei giornali.

Poi è esploso il caso. Nel pieno delle polemiche la candidatura si è fermata. Pirlo ha annunciato di aver appreso di non essere più candidato e ha precisato che le sue collaborazioni hanno solo una valenza commerciale non un significato politico. Ma non è questo il punto rilevante dal punto di vista aziendale. Il punto interessante, in tale caso, è un altro. Chi decide?

pirlo

Tradotto in lingua da consiglio di amministrazione, la Figc aveva nominato un nuovo management e gli aveva affidato la guida tecnica. Quel management aveva assunto un ruolo centrale nella ricerca del nuovo commissario tecnico. Ma per il nome individuato dall’area tecnica è emerso un problema che andava oltre la valutazione calcistica. Malagò poteva fermarsi? Certamente. E, di fronte a un rischio che riteneva incompatibile con la posizione istituzionale, poteva anche ritenere doveroso farlo.

Un consiglio di amministrazione non perde la responsabilità perché ha delegato. E per la Nazionale italiana non basta verificare se l’allenatore sappia costruire una difesa a quattro. LA NAZIONALE è anche un simbolo istituzionale. Pensare che certi aspetti non debbano interessare il presidente federale sarebbe ingenuo.

Ma le dimissioni di Maldini e Leonardo aprono una domanda diversa. Un principio, in realtà, era stato dichiarato: la scelta del commissario tecnico sarebbe stata condivisa. Il problema è che “condividere” funziona benissimo finché tutti vogliono la stessa cosa. La governance comincia quando uno dice Pirlo e l’altro dice no.

Essere scelti per dirigere un’organizzazione non significa riceverne la sovranità territoriale

Se una divergenza sulla prima decisione importante è sufficiente a far saltare un progetto annunciato per quattro anni, forse presidente e management non avevano la stessa idea di cosa significasse quella condivisione. Questo è un problema di governance.

La questione Pirlo avrebbe dovuto essere gestita prima che diventasse una questione. Non sappiamo quali verifiche fossero state effettuate prima, né quando il tema sia emerso nel processo decisionale. Ma quando si valuta una nomina così esposta, possibili incompatibilità dovrebbero entrare nel processo prima che la decisione diventi pubblica.

Ma esiste anche l’altra metà del problema. Essere scelti per dirigere un’organizzazione non significa riceverne la sovranità territoriale. La delega non è libertà assoluta. Funziona dentro un perimetro. E proprio quel perimetro dovrebbe essere definito prima.

Non basta dire a Maldini: scegli il commissario tecnico. Bisogna stabilire che cosa significhi “scegli”. Significa proporre una rosa di candidati? Significa indicare il preferito? Significa negoziare l’accordo? Significa poter procedere autonomamente? Oppure significa scegliere, salvo approvazione finale del presidente quando emergano profili reputazionali, istituzionali o economici rilevanti? La distinzione fondamentale è tra scelta e approvazione.

Il management sceglie. La governance stabilisce quali decisioni possano essere prese autonomamente e quali debbano tornare al livello superiore. In azienda si chiamano reserved matters. Nel calcio potremmo chiamarle più semplicemente “cose sulle quali sarebbe meglio mettersi d’accordo prima”.

maldini

Due modelli pericolosi

Perché esistono due modelli entrambi pericolosi.

Nel primo, il presidente sceglie tutto, il direttore tecnico suggerisce e alla fine scopre di essere soprattutto un ottimo elemento scenografico per le conferenze stampa. Nel secondo, il direttore tecnico interpreta la delega come autonomia assoluta e considera ogni veto una modifica del mandato.

Il primo modello non è delega. Il secondo non è governance.

Poi esiste un terzo modello: stabilire prima chi decide cosa, entro quali limiti, con quali criteri e che cosa succede quando presidente e management non sono d’accordo.

E qui ritorna Pirlo. Perché la delega a Maldini e Leonardo non poteva essere semplicemente: trovateci un allenatore. Per quello non occorrevano necessariamente Maldini e Leonardo. La delega implicita era molto più ambiziosa: trovateci la persona capace di rappresentare il nuovo progetto tecnico della Nazionale, utilizzando competenza, relazioni e autorevolezza che hanno giustificato la vostra stessa nomina. Ancelotti e Guardiola rendevano immediatamente comprensibile quella logica.

Pirlo avrebbe richiesto una spiegazione in più. Non perché fosse necessariamente una scelta sbagliata, ma perché era una scelta diversa. E quando una strategia passa dai migliori allenatori del mondo a un profilo molto meno sperimentato, la governance deve sapere se sta assistendo alla stessa strategia, a un compromesso oppure a una nuova strategia. Sono tre cose diverse.

Malagò

È meglio rivedere la governance della Nazionale prima del prossimo nome

Ed è meglio scoprirlo prima di annunciare il terzo nome. La buona delega, infatti, non consiste nel dire: fai quello che vuoi. Consiste nel dire: questo è ciò che vogliamo ottenere, questo è il perimetro nel quale puoi decidere, questi sono i rischi sui quali dobbiamo tornare a parlarci.

È meno romantico, ma funziona meglio. E soprattutto sopravvive alle situazioni complesse, alle decisioni non-standard e perfino alla terribile eventualità che due persone intelligenti non siano d’accordo. Le dimissioni di Maldini e Leonardo non dimostrano necessariamente che Malagò abbia sbagliato a fermare Pirlo. E non dimostrano necessariamente che Maldini abbia sbagliato a proporlo.

Dimostrano qualcosa di più interessante. La nuova governance tecnica della Nazionale è arrivata alla sua prima decisione realmente controversa e non è riuscita ad assorbirla. Questo, in qualsiasi organizzazione, è un segnale.

Perché la qualità della governance non si vede quando presidente e management sono d’accordo. Si vede la prima volta che quello che hai scelto per decidere prende una decisione che non ti piace. A quel punto puoi discuterla, fermarla, cambiarla e continuare a lavorare insieme. Oppure puoi scoprire che avevate firmato lo stesso progetto immaginando due progetti diversi.

Sedici giorni dopo, il calcio italiano sembra pronto a ripartire. Il progetto era quadriennale. Ma, in fondo, sono soltanto passate tre settimane. Da raccontare, avrebbe aggiunto Fred Bongusto.

Una vita in finanza, tra Investimenti, Rischio e Governance, per lo più a gestire le conseguenze dell’ottimismo. Ha affiancato consigli di amministrazione nei momenti di calma e in quelli di caos, spesso facendo la domanda giusta, ma che rovina l’atmosfera. Divide il suo tempo tra Napoli, Londra, New York e ovunque giochi il Napoli, purché la pizza sia un cosa seria.

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