Il calciomercato non si fa solo con l’emozione, i big data servono: il Liverpool insegna (ma anche il Napoli)
Una riflessione sul processo di selezione dopo le frasi di Manna. Il punto è essere data-informed: decidere con più informazioni, non con meno giudizio.

Dc Napoli 06/04/2026 - campionato di calcio serie A / Napoli-Milan / foto Domenico Cippitelli/Image Sport nella foto: Giovanni Manna
Nel calcio moderno il tema non è scegliere tra dati ed emozioni
I dati non comprano i calciatori. Sembra una frase sul mercato. In realtà può essere una frase sul modello operativo.
Lo spunto arriva dalle parole attribuite a Giovanni Manna, secondo quanto riportato dalla stampa dopo l’intervento a Colpi da Maestro su Sky Sport. Secondo quella formulazione, il direttore sportivo del Napoli avrebbe parlato di un uso “limitato” dei dati, perché i calciatori devono trasmettere emozioni. Nello stesso passaggio si richiama anche il ruolo dei collaboratori e dell’osservazione diretta.
Fin qui, nulla di scandaloso se la frase viene letta nel suo significato più umano: il calcio non si compra con un foglio Excel, un giocatore non è una colonna di numeri, il talento non sempre si lascia catturare da una metrica. Verissimo. Per fortuna.
Però, il rischio è che quel passaggio venga letto, magari ingenerosamente, come una descrizione del metodo. Perché nel calcio moderno il tema non è scegliere tra dati ed emozioni. Il tema è costruire un processo in cui l’emozione non sia lasciata sola a decidere.
Un dirigente di un’azienda, quando parla in pubblico, non racconta soltanto il proprio gusto. Racconta, o rischia di raccontare, l’architettura decisionale della società. E il mercato ascolta. Ascoltano gli agenti, ascoltano i club, ascoltano i calciatori, ascoltano i concorrenti. E ascoltano anche i tifosi.
Dire troppo del proprio modo di decidere è sempre un piccolo rischio operativo. Dire, o lasciar intendere, che un input rilevante pesa poco può diventare un messaggio non necessario.
Il dato non deve comandare. Ma deve avere diritto di parola per i calciatori
Tradotto in lingua da consiglio di amministrazione: il mercato è allocazione del capitale. “Prendere un giocatore bravo” significa acquistare un asset sportivo con dentro ingaggio, ammortamento, adattamento tattico, rischio fisico, rischio caratteriale, valore di rivendita, lista Uefa, sostenibilità salariale, reputazione e coerenza strategica.

Una volta si diceva: “Quel giocatore mi piace”. Oggi bisognerebbe aggiungere: “ma il processo di selezione cosa dice?”
Il dato non deve comandare. Ma deve avere diritto di parola. Deve poter disturbare l’intuizione, rafforzarla, contraddirla, metterla alla prova.
Se uno scout dice “mi piace”, il dato deve poter chiedere: perché? Se il dato dice “funziona”, lo scout deve poter chiedere: in quale contesto? Se l’allenatore chiede un profilo, la società deve poter chiedere: serve solo adesso o serve anche al club tra due anni?
Il punto non è essere data-driven, come se il calcio fosse diventato una procedura informatica. Il punto è essere data-informed: decidere con più informazioni, non con meno giudizio.
Il Liverpool dell’era Klopp viene spesso citato per questo. Non perché abbia vinto grazie all’algoritmo: sarebbe ridicolo. Ha vinto con un allenatore straordinario, giocatori fortissimi, cultura, energia e identità. Molti di quei giocatori, però, non erano stati accolti come acquisti destinati ad emozionare le copertine. Erano profili da capire, non soltanto da applaudire.
Proteggere l’occhio dell’esperto
Nell’epoca di Klopp, il Liverpool ha costruito un sistema in cui l’analisi aiutava ad identificare valore, compatibilità e margini di crescita. I dati non hanno abolito il ‘suo’ calcio. Hanno migliorato la qualità delle domande.
Ed è esattamente questo che una struttura decisionale moderna dovrebbe applicare: non sostituire l’occhio dell’esperto, ma proteggerlo dai suoi eccessi. Perché l’occhio esperto è prezioso. Ma è ancora più prezioso quando accetta di essere sottoposto a controllo.
Il calcio italiano ha grande competenza individuale. Ma quanti club hanno davvero una cultura del processo decisionale come sistema? Ci si affida molto agli uomini bravi, meno alla capacità di rendere replicabile il loro talento decisionale.

Il salto industriale avviene proprio lì: quando la singola conoscenza dell’esperto non diventa metodo della società. Quando il mercato non dipende solo dall’intuizione, dalla telefonata o dalla memoria.
Naturalmente esiste anche il rischio opposto. Il fanatismo del dato è insopportabile quasi quanto la nostalgia dell’occhio puro. Non basta assumere analisti, comprare piattaforme e parlare inglese nelle riunioni per diventare moderni. Anche questa è mitologia, ma con il portatile acceso.
La vera domanda è un’altra: il dato entra davvero nella stanza in cui si decide? E come? Può evitare che la prossima finestra di mercato sia soltanto la correzione emotiva della precedente?
Qui sta la governance. Non nel dato in sé, ma nel diritto del dato a partecipare al conflitto decisionale. La governance del processo decisionale sta nel gestire informazioni potenzialmente conflittuali perché vengano capite, analizzate, stressate e infine distillate in una decisione responsabile e difendibile nel tempo.
Un club può e deve innamorarsi di un giocatore. Ma prima dovrebbe stressare quell’innamoramento. Deve chiedere allo scout cosa vede. Deve chiedere al dato cosa non torna.
I calciatori devono trasmettere emozioni? Certo. Senza emozione, il calcio sarebbe consulenza aziendale in pantaloncini. Ma l’emozione è il prodotto finale, non il controllo interno.
Il Napoli non è una società ingenua, lo ha dimostrato
Il Napoli, peraltro, non è una società ingenua. Sarebbe ingeneroso trasformare una “battuta” in una sentenza sulla modernità del club. Il Napoli ha costruito valore, ha vinto, ha saputo comprare e vendere, ha spesso anticipato gli altri, ha gestito il mercato con una disciplina economica superiore a quella di molte concorrenti italiane. In un calcio che spesso confonde ambizione e disavanzo, il Napoli ha dimostrato che si può competere anche senza trattare il bilancio come un fastidio amministrativo.
Proprio per questo, certe “battute” vanno maneggiate con attenzione. Non perché dimostrino una debolezza. Ma perché possono comunicarla.
Così il tifoso non legge più certe scelte come parte di un metodo, ma come il prodotto di un’impressione, di una telefonata, di un innamoramento. E poi farnetica viaggi in autostrada (la piu gettonata resta la A16, questa volta in direzione Napoli).

La formula corretta, per un’azienda, non è “decidiamo con i dati”. E non è nemmeno “i dati ci interessano poco”. È un’altra: decidono le persone, ma dentro un processo che le aiuta a dubitare.
E il dubbio, nelle aziende, non è debolezza. È capitale competitivo.
Nel calcio italiano, dove spesso l’intuizione viene venerata e il processo viene sospettato di freddezza, questa è forse la vera modernità: non togliere emozione, ma proteggere il club dall’emozione sbagliata.
A Cruyff viene attribuita una frase meravigliosa: “I’ve never seen a bag of money score a goal”. Non è una frase contro i dati. È una frase contro la confusione tra prezzo e qualità.
Il denaro non segna. L’ingaggio non salta l’uomo. Il valore contabile non protegge la palla spalle alla porta. Proprio per questo servono più informazioni, non meno. Servono dati per non innamorarsi della reputazione, del racconto dell’agente, dell’effetto copertina. Servono dati per capire se dietro un prezzo c’è valore, oppure soltanto rumore.
Perché i dati non comprano i calciatori. Ma possono evitare che un’emozione diventi soltanto rumore, o peggio solo un costo.