Elsa Fornero (quella dei giovani “choosy”): “Che lezione economica dai ragazzi del nuoto e dell’atletica”
L'ex ministra del Lavoro: "Un’Italia giovane, multietnica e fortemente integrata funziona. La politica colga gli imput"

Italy's Sara Curtis reacts after setting a new world record in a semi-final of the women's 50m backstroke swimming event during the LEN European Aquatics Championships at the Olympic Aquatic Centre in Saint-Denis, northern suburbs of Paris, on August 12, 2026. (Photo by SEBASTIEN BOZON / AFP)
Elsa Fornero, da Ministro del Lavoro, nel 2012 passò un brutto quarto d’ora quando disse che i giovani italiani sono troppo “choosy”. Troppo schizzinosi, esigenti. Viziati, un po’. Scoppiò un putiferio. Oggi sulla Stampa scrive un editoriale-monito alla politica: c’è una lezione (una tra tante altre) da cogliere nelle strepitose due settimane di vittorie europee tra nuoto e atletica. Il tema è sempre quello: lo sport non è un’appendice ludica della società. A volte racconta la società, a volte la anticipa, a volte indica la via.
E insomma Fornero scrive che “al di là delle medaglie, questi successi raccontano infatti un’Italia che potrebbe, anzi dovrebbe, essere un prezioso “modello di ruolo” per la nostra stagnante economia. Gli stadi, le palestre e le piscine in cui l’Italia ha vinto con autorevolezza costituiscono un laboratorio empirico in cui si realizza il prototipo di un Paese che funziona alla grande. Quella che abbiamo visto a Parigi nel nuoto e a Birmingham nell’atletica è anzitutto un’Italia giovane, multietnica e fortemente integrata”.
Lo sport funziona, tranne il calcio
“Ragazzi e ragazze di origini diverse che hanno gareggiato sotto la stessa bandiera e che, soprattutto, hanno costruito insieme ottimi risultati collettivi. È un’Italia nella quale i successi riflettono soprattutto preparazione, impegno, perseveranza, talento e merito invece che appartenenze o, peggio, relazioni e raccomandazioni. Ed è – aspetto non meno importante – un’Italia capace di organizzarsi, di utilizzare bene le risorse, di essere efficiente e produttiva, di valorizzare le squadre non meno dei singoli. E forse anche con meno interferenze e condizionamenti politici di quelli prevalenti in altre attività e forse con meno protagonismi e ambizioni personali spregiudicate di certi dirigenti del calcio o di certi manager del mondo digitale”.

“Sarebbe improprio – continua Fornero – pensare che lo sport non debba essere “intaccato” da interessi economici. Il denaro, i compensi e il profitto non sono categorie da demonizzare in astratto: sono componenti del tutto legittime di ogni attività in un’economia di mercato, specie quando si rapportano in modo bilanciato al valore complessivamente creato nel loro svolgimento. Il denaro è necessario per finanziare talento, impianti, professionalità e innovazione”.
“Indicano una via alla nostra economia stagnante”
“Non può allora essere un caso che, quando le regole sono chiare, il lavoro è lungo e paziente, la selezione è seria, la responsabilità è condivisa e il risultato dipende dalla qualità della prestazione, l’Italia sappia sorprendere positivamente. E allora le domande diventano inevitabili: quest’Italia dello sport non indica forse una possibile direzione di cambiamento anche per l’altra Italia, quella dell’economia poco dinamica, della produttività stagnante, della crisi demografica, dello scarso investimento nel capitale umano, delle opportunità ancora troppo spesso legate alle appartenenze e alla miopia del “prima gli italiani”? E quest’Italia vincente collettivamente non può dire qualcosa anche alla nostra politica, così litigiosa e così spesso inconcludente? A me pare di sì”.
“È questa, forse, la riflessione che dovremmo fare, al di là delle celebrazioni e degli encomi istituzionali, pur dovuti. Non è sufficiente che ci congratuliamo con i nostri campioni. Dobbiamo chiederci che cosa possiamo imparare da loro nei diversi campi nei quali svolgiamo le nostre attività. E la risposta sembra essere, in tanti anche se, per fortuna, non in tutti gli ambiti: maggiore preparazione e minore improvvisazione; più lungimiranza e minore esasperazione dei risultati immediati; più merito e meno “appartenenze”; più aperture e meno frontiere, più integrazione e meno emarginazione; più attenzione al risultato e meno alle divisioni”.