De Laurentiis e la stoccata all’Italia: “Qui il vero sport è l’invidia per chi ha successo. In America, invece, lo rispettano”

Alla presentazione delle maglie del Centenario, la domanda sulla prima pietra dello stadio diventa per il presidente il pretesto per un affondo sul Paese: "lacci e lacciuoli" a chi produce e s'inventa. E per raccontare la ferita di famiglia, quando la burocrazia mise in ginocchio il cinema italiano e lo zio Dino fu costretto a emigrare in America.

De Laurentiis e la stoccata all’Italia: “Qui il vero sport è l’invidia per chi ha successo. In America, invece, lo rispettano”

Db Riyadh 22/12/2025 - finale Supercoppa Italiana / Napoli-Bologna / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Aurelio De Laurentiis

Nel giorno della presentazione delle maglie del CentenarioDe Laurentiis parte dallo stadio del Napoli e arriva a una riflessione amara sull’Italia. Alla domanda sulla prima pietra dell’impianto, risponde: “Se non troverò ostacoli burocratici, immagino di sì”. Ma è la premessa a diventare titolo: “Questo è un paese molto strano, dove i politici fanno politica guardando allo specchio sé stessi, e nello specchio poche volte appaiono i cittadini”.

De Laurentiis, dallo stadio del Napoli all’invidia: “In Italia lacci e lacciuoli”

Il presidente spiega perché guarda all’America: “C’è un grandissimo rispetto per il successo. In Italia c’è una grandissima invidia per il successo”. E aggiunge la frase che pesa: mettere “lacci e lacciuoli” burocratici “a chi si produce, si inventa, si spacca in quattro, per rendergli la vita impossibile, è lo sport preferito dagli altri”. Un tema che riguarda “tutta l’Europa”, dice, e che per il Napoli si traduce in un ritardo strutturale, visto che il club — come ha ripetuto più volte — sta vincendo senza avere strutture proprie, mentre cerca i suoli per il nuovo stadio e il Comune interviene sul Maradona.

L’aneddoto sul cinema: lo zio Dino, la legge Corona e la fuga in America

A sostegno, De Laurentiis srotola un ricordo di famiglia. Dopo la guerra, racconta, “gli americani ci avevano detto: basta che non fate concorrenza col cinema, vi compenseremo con tre film colossal che verremo a girare da voi, fra cui Cleopatra”. Ma “l’abilità italiana” fece emergere Fellini, Rossellini, De Sica e il cinema di genere, spingendo l’industria italiana “al secondo posto nel mondo come fatturato e numero di film prodotti”. La reazione, nel suo racconto, fu punitiva: gli americani protestarono, Andreotti disse “non posso fare nulla”, e il ministro Corona con la sua legge (del 1965) “tagliava le gambe” all’industria del cinema italiano. “Mio zio cercò di resistere due anni, poi nel ’67 fece le valigie e andò in America. Io avevo 18 anni e volevo divertirmi. Mi dissero che in Italia non si poteva fare nulla“. La stessa “napoli-tudine” imprenditoriale che si racconta nei tre uomini simbolo Lauro, Ferlaino e De Laurentiis.

Dal cinema al calcio: “Ho imparato marketing e creatività”

La morale, per il presidente, è diventata un metodo. “Mi son guardato allo specchio e ho detto: questo è un Paese difficilissimo, che ha messo in ginocchio il cinema italiano. E mi dissi: non uscire mai dai binari”. Da lì, “una cavalcata di successo nel cinema con grande impegno”, dalla quale ha tratto ciò che gli è servito altrove: “Ho imparato marketing e creatività, utili nel mondo del calcio, dove io non sapevo nulla. E questa è stata la mia fortuna”. Un discorso che cade nell’anno in cui il club celebra i suoi cento anni: dal “Pe’ cient’anne” con cui il Napoli ha aperto il Centenario alle nuove maglie celebrative presentate dal club. Con, sullo sfondo, il nodo mai sciolto: lo stadio, e un Paese che — secondo De Laurentiis — al successo preferisce l’invidia.