Conte fermo è uno spreco, ma non è solo una questione di soldi, chiede autonomia totale. E alla lunga diventa faticoso da gestire

Metà luglio, squadre in ritiro e il tecnico più vincente del calcio italiano in vacanza. Un paradosso che Vocalelli sulla Gazzetta prova a decifrare, andando oltre l'ingaggio: il vero nodo, sostiene, è il potere che un allenatore così pretende.

Conte fermo è uno spreco, ma non è solo una questione di soldi, chiede autonomia totale. E alla lunga diventa faticoso da gestire

Ni Napoli 24/05/2026 - campionato di calcio serie A / Napoli-Udinese / foto Nicola Ianuale/Image Sport nella foto: Antonio Conte

C’è un’immagine che stona con l’estate del calcio: quella di Antonio Conte fermo, in panchina solo nel senso di non averne una. A rifletterci è Alessandro Vocalelli in un editoriale sulla Gazzetta dello Sport, che parte da una provocazione: possibile che il tecnico più vincente resti “in poltrona”?

La provocazione: come se Sinner si fermasse un anno

Il paragone è spiazzante. “È come se Sinner oggi annunciasse non di voler saltare un grande appuntamento, ma di aver deciso di star fermo per dodici mesi”, scrive Vocalelli. “È come se la Ferrari, magari per stanchezza o mancanza di forti motivazioni, decidesse di disertare la Formula 1 per un’intera stagione”. Perché, ricorda l’editorialista, Conte “oggi rappresenta per il suo movimento un’eccellenza assoluta”nessuno, nella storia del calcio italiano, aveva mai vinto tre scudetti con tre squadre diverse — riuscì solo a Capello, prima che i titoli con la Juve gli venissero revocati.

Zazzaroni Conte

 

Il record e la “garanzia” di successo

Il curriculum è impietoso con la concorrenza: alla Juve campione al primo anno, all’Inter al secondo tentativo, al Napoli al primo colpo. “Una garanzia assoluta di successo”, la definisce Vocalelli, che aggiunge un dettaglio economico spesso trascurato: Conte “è un moltiplicatore non solo di successi ma anche di introiti”. L’esempio è quello dell’Inter capace di ripartire dopo aver venduto Lukaku e Hakimi per quasi 200 milioni: “Ma con chi, se non grazie a chi, avevano dimostrato di poter valere così tanto?”.

Il vero nodo: l’autonomia

Ed è qui che l’editoriale arriva al punto, quello scelto anche per il nostro titolo. Il problema, spiega Vocalelli, non è (solo) l’ingaggio:

NAPOLI

“La realtà è che uno così non solo è impegnativo dal punto di vista economico, ma ti chiede ancora di più, molto di più, dal punto di vista dell’autonomia. E la cosa all’inizio magari va bene, poi rischia di diventare faticosa da gestire”.

Da qui la conclusione, cinica ma lucida: “Meglio, per essere chiari, lasciarlo andare, con il suo carico di ambizioni. O evitare di fargli la classica telefonata: ma non è che te la sentiresti…”. Una lettura che, vista da Napoli, somiglia molto a una spiegazione del perché il rapporto con Conte fosse stato vissuto sempre sul filo delle tensioni, fino all’addio che ha aperto il nuovo corso con Allegri.

Lo “spreco” che interroga il calcio italiano

Resta la domanda di fondo, che Vocalelli gira a tutto il movimento: “Ma davvero possiamo permetterci uno spreco del genere? Siamo talmente forti, attrezzati, da poter accettare l’idea che Conte stia comodamente in poltrona a osservarci?”. Un interrogativo che si intreccia col presente, visto che il suo nome resta sul tavolo anche per la panchina della Nazionale, e con l’opinione di chi, come Evelina Christillin, lo considera “il migliore in assoluto”. Forse Conte, dopo aver “consumato mille energie”, ha solo bisogno di una pausa. Ma il dubbio che nessuno gli abbia proposto un progetto all’altezza — e che il prezzo, più che economico, sia quello del potere — resta tutto.