“Se giochi qui, devi pagare”: in Messico i cartelli si prendono il calcio dei ragazzi, l’altra faccia del Mondiale

A Celaya, nel Guanajuato, una maestra ha fondato una squadra per strappare i suoi studenti alla strada. Ma i narcos ora vogliono i campionati minori: riciclano denaro, gestiscono scommesse, e sui campi lasciano croci al posto delle folle. Lo racconta un reportage del New York Times.

“Se giochi qui, devi pagare”: in Messico i cartelli si prendono il calcio dei ragazzi, l’altra faccia del Mondiale

Women play a 5-a-side football game during the ''Retas 9M'' organized by feminist collectives, an initiative to reclaim public spaces so that women can engage in outdoor activities, in Mexico City, Mexico, on March 9, 2026. (Photo by Ian Robles/Eyepix Group/NurPhoto) (Photo by Eyepix / NurPhoto / NurPhoto via AFP)

Mentre il Mondiale riempie gli stadi del Messico, Paese co-ospitante, a poche ore di distanza i cartelli della droga si stanno prendendo il calcio dei ragazzini. Lo racconta un reportage di Maria Abi-Habib sul New York Times, da Celaya, città industriale del centro del Paese e una delle più pericolose al mondo. Qui il pallone è “una rara fonte di gioia” e una delle poche vie oneste per uscire dalla povertà — ed è proprio per questo che è diventato un bersaglio.

Celaya, il “triangolo delle Bermuda” dove il calcio è un bersaglio

Celaya e il Guanajuato sono un crocevia del petrolio messicano: la raffineria statale ha portato lavoro, ma anche i cartelli che si contendono il greggio da rivendere al mercato nero — miliardi di dollari l’anno, secondo il Tesoro americano. La zona è al 13° posto al mondo per omicidi; la gente la chiama “il triangolo delle Bermuda”, dove i pendolari “spariscono per sempre“. Lontano dalle folle del torneo, molti campi sono ammutoliti: al posto degli spettatori, croci e monumenti con i nomi delle vittime — giocatori, arbitri, tifosi uccisi. A gennaio un cartello ha ammazzato 11 persone dopo una partita a Salamanca (“il massacro”); l’anno scorso sono stati uccisi 13 giocatori, quest’anno già 14 tra giocatori e spettatori. Non è un caso isolato del Paese: già nel 2022 raccontavamo l’orrore del calcio messicano, con trenta morti in una guerra tra bande.

I Ravens di una maestra: Juan Pablo, Manuel e la fame di riscatto

Al centro del racconto c’è Sugey Milagros Salinas Grimaldi, maestra che ha fondato una squadra, i Ravens (“corvi”, perché “uccelli intelligenti, ottengono ciò che vogliono osservando con attenzione”), per tenere i suoi studenti lontani dai cartelli. Li finanzia di tasca propria. A bordo campo suonano i narcocorridos, le ballate che esaltano i signori della droga: “Non mi piacciono, ma non posso dir loro di spegnerli”, spiega. Sono canzoni che parlano anche dei loro cari uccisi. La sua devozione nasce da una ferita: nel 2021 un suo studente di 12 anni fu ammazzato perché non era riuscito a pagare lo spacciatore. “Forse avrei potuto fare di più per lui”, dice piangendo. Attorno a lei, due ragazzi con la stessa fame: Juan Pablo, 14 anni, capitano modello, e Manuel, 13, talento fragile che ha saltato due mesi di scuola per drogarsi, con un fratello ucciso da un cartello e il padre suicida. Entrambi sognano i provini delle squadre professionistiche: è la stessa idea per cui, in un Paese lacerato, quando la Nazionale scende in campo calano gli omicidi.

“Se giochi qui, devi pagare”: il business dei narcos

Il calcio, però, è diventato una macchina da soldi. I cartelli hanno creato squadre per competere nei tornei minori, riciclare denaro e controllare le comunità: “Fanno soldi anche con le scommesse — spiega il capo della polizia di Salamanca, Juan Pablo Ramírez Talavera —. Dovrebbe essere un gioco sano; invece questi campionati amatoriali si sono trasformati in una macchina da soldi”. Nello Stato operano fino a 20 tra cartelli e bande. Non stupisce, del resto: già l’ex ct della Nazionale Tata Martino diceva che “in Messico il calcio si basa solo sul business”. Dopo un torneo, sui campi dei Ravens è comparso un cartello con una minaccia semplice: “Se giochi qui, devi pagare”. Ed è la stessa contraddizione del Paese che ospita il torneo (e i suoi 16 stadi tra Usa, Canada e Messico), dove gli insegnanti hanno persino abbattuto le statue dei calciatori per protesta. Alla fine, la storia si chiude su un dettaglio che vale più di mille analisi: a Juan Pablo servivano 300 dollari per andare al provino del Chivas. Non li ha trovati. “Non riesco a immaginare di non diventare un giocatore professionista”, dice. “Ma credo che potrei fare il meccanico”.