Malagò è il volto presentabile che il calcio italiano ha dovuto ingoiare

Gravina mai avrebbe mollato. Un anno fa fu eletto col 98,7% dei consensi. Ora non è più presentabile. Serviva altro e pur di far fallire il piano di Abodi, Marotta ha lavorato al Papa dei Parioli. Ma il blocco di potere è rimasto quello di prima

Malagò è il volto presentabile che il calcio italiano ha dovuto ingoiare

Dc Roma 22/06/2026 - Assemblea elettiva FIGC / foto Domenico Cippitelli/Image Sport nella foto: Giovanni Malago’

Malagò e il calcio, due mondi distanti

“Non sono il Papa nero” ha detto Giovanni Malagò alla platea calcistica che lo aveva appena eletto numero uno della Federcalcio col 68,6% dei voti. Nessuno ha mai pensato a Malagò come a un papa nero. Al massimo, un pontefice dei Parioli. Ma evidentemente lui – che stupido proprio non è – ha colto quel che è evidente anche a un bambino: l’estraneità culturale di Malagò a quel mondo del calcio che si era convintamente legato a Gravina rieletto appena un anno fa (per la terza volta) col 98,7% dei consensi (ricordiamo che è una percentuale nettamente superiore a quella di Putin in Russia e Lukashenko in Bielorussia). Tutto il mondo del calcio – tranne rarissime eccezioni – era ed è legato a doppio filo a Gravina. Sarebbe andati avanti con lui all’infinito. Purtroppo per loro Gravina non era più presentabile. Il sistema non poteva reggere all’ennesima figuraccia della mancata qualificazione ai Mondiali. La terza di fila.

Gravina

Anche se, ormai è evidente, quella parvenza di autocritica è del tutto sparita. Nelle parole di Gravina è tornata – da settimane – l’arroganza che lo ha sempre contraddistinto e che contraddistingue chiunque detiene realmente un potere, al di là delle cariche. Non ce n’è uno che gli contesti l’assurdità di conferire a Gattuso l’incarico di ct della Nazionale. Basti ricordare la trasmissione andata in onda un mesetto fa su La7, nel salotto Gruber: sembrava una celebrazione del presidente della Federcalcio.

Il grande sconfitto si chiama Abodi

“È stata la mano del gattopardo”, titola sarcasticamente il Fatto quotidiano. L’analisi è di Fabrizio d’Esposito. Quel che è accaduto è che il calcio italiano si è dato una patina di presentabilità. Gravina non era più un nome spendibile. Malagò invece sì. Ovviamente tutto è tranne che un uomo nuovo. Ma in Italia non sono nuovi nemmeno i volti dei neonati. Malagò è un estraneo alle logiche del mondo del calcio. Non a caso la sua prima esperienza nel mondo del pallone è stata diciamo trascurabile: fu commissario straordinario della Lega Serie A. Malagò è stato la risposta del sistema al tentativo – diciamo un po’ alla carlona – del ministro Abodi di mettere le mani sul pallone. Abodi un po’ si è mosso male, un po’ probabilmente ha creduto troppo a qualcuno nel governo. Fatto sta che è rimasto col cerino in mano. I reali detentori del potere, da Gravina a Marotta, hanno individuato in Malagò il profilo ideale per reggere la finzione della discontinuità. Il blocco di potere è rimasto lo stesso di prima. Non a caso il consiglio federale è stato riconfermato in blocco. Sì c’è stato anche l’endorsement di De Laurentiis, il primo a farlo. Ma De Laurentiis politicamente gioca partite solitarie. Chi tesse la tela e cuce la trama, non è mai lui.

Abodi america's cup

Il risultato è che Malagò e il calcio italiano devono provare a piacersi. Non parlano la stessa lingua ma dovranno andare d’accordo. Malagò lo sa benissimo, non è nato mica ieri. Ha fatto capire, forse lo ha proprio detto, veniamoci incontro che è nell’interesse di entrambi. Poi, magari, la Nazionale tornerà ai Mondiali, magari raggiungerà i quarti di finale, e i signori del calcio italiano potranno tornare a parlare esclusivamente la propria lingua. In questo momento, però, serve una rappresentanza diversa. Avete voglia a sbattervi che Gravina è stato il presidente migliore della storia mondiale del calcio. I risultati dicono altro. E ora vi beccate Malagò.