Antifútbol, perché il Mondiale a 48 squadre funziona davvero — Podcast

Nuova puntata del podcast che Viale De Laurentiis 29 realizza con il Napolista. Un bilancio, senza snobismi, del primo Mondiale a 48 squadre: lo spettacolo c'è, la macchina commerciale gira, ma i format non cambiano le gerarchie del pallone. E il'Italia resta a guardare

Antifútbol, perché il Mondiale a 48 squadre funziona davvero — Podcast

È online la decima puntata di Antifútbol, il podcast che il team di Viale De Laurentiis 29 realizza con il Napolista. Il tema è il Mondiale 2026, e stavolta il punto di partenza è una piccola confessione: senza vergognarsene, si riconosce che Canada-Messico-USA 2026 funziona. Malgrado le reticenze e gli snobismi, le partite le guardiamo e lo spettacolo ce lo godiamo — fuso orario permettendo.

Il nuovo format e le trame di Infantino

Ricorderemo questo Mondiale per tre cose, si dice nella puntata. La prima è il format: è il primo torneo iridato a 48 squadre, con una quarantina di partite e un turno in più rispetto all’edizione a 32 — un cambiamento che divide i puristi ma sul campo sta regalando gol e spettacolo. La seconda è lo sfoggio di relazioni del presidente FIFA Gianni Infantino che intorno all’organizzazione ha tessuto le sue trame politiche a partire dal rapporto con Donald Trump e a discapito della UEFA. La terza è l’exploit nella conversione del prodotto sportivo in risultati commerciali: il modello americano che mostra all’Europa come il calcio possa essere business, funzionare e divertire.

I format cambiano, le gerarchie no

Il punto, però, è un altro: la FIFA può modificare i format, non le gerarchie che la manifestazione esprime. L’exploit delle africane si è esaurito ai sedicesimi; il Marocco continua a sorprendere perché raccoglie i frutti degli investimenti nelle Academy, a partire dalla Mohammed VI. Il tanto vituperato calcio europeo, intanto, resta competitivo: crisi e successi dipendono dalla salute dei movimenti nazionali — vedi la Norvegia di Haaland, che ha ribaltato le gerarchie eliminando il Brasile.

Il convitato di pietra: l’Italia

E qui arriva la riflessione più amara: il convitato di pietra è l’Italia. Un Paese che non riesce in nulla di ciò che gli altri fanno benissimo — il lavoro sui giovani, lo scouting nel villaggio globale dei talenti di passaporto italiano, la formazione all’estero dei propri prospetti — e per questo resta ai margini della festa. È lo stesso allarme per cui il Mondiale ci mostra che il calcio è in continua evoluzione, e l’Italia farebbe bene a prenderne atto. Per le musiche si ringraziano gli O’Funk’Illo e Marco Crimaldi.

Buon ascolto: trovate Antifútbol su Spotify.