Il Mondiale americano sta mostrando all’Europa che il calcio può essere business, funzionare e divertire
L’America non finge. Non traveste il business da liturgia. Il Mondiale americano dice: sì, ci sono i soldi. Tanti. Ci sono gli sponsor, il marketing, i naming rights, le fan zone sponsorizzate. E allora? Il calcio mondiale è sempre stato una grande macchina di denaro e politica

24 June 2026, USA, New York City: Soccer: World Cup, national team, ahead of the final group stage match against Ecuador. Hundreds of German soccer fans are celebrating in Times Square. Photo: Jan Woitas/dpa - IMPORTANT NOTICE: In accordance with the regulations of the DFL (German Soccer League) and the DFB (German Soccer Association), it is prohibited to use or allow the use of photographs taken in the stadium and/or during the game in the form of sequential images and/or video-like photo sequences. (Photo by JAN WOITAS / dpa Picture-Alliance via AFP)
Il Mondiale americano ci ricorda che il calcio non è mai stato puro (e meno male)
Prima del Mondiale americano ci avevano spiegato tutto. Ci avevano attaccato un pippone che sarebbe stato un Mondiale blindato, respingente, carissimo, senz’anima. Che gli Stati Uniti non capiscono il calcio. Che tra visti, controlli, cani antidroga, metal detector, perquisizioni, biglietti costosi e panini a prezzi da mutuo, il torneo sarebbe stato un mix tra Disneyland e Alcatraz, con il pallone al centro solo per errore.
E invece — fin qui — è successo qualcosa di molto più interessante. È successo che questo Mondiale americano è stato bellissimo. Non perfetto, non “puro”, non edificante nel senso zuccheroso del termine. Sicuramente non straordinario dal punto di vista calcistico (ma quale mondiale lo è stato? A Italia 90 le squadre non segnavano mai.) Bellissimo proprio perché americano: gigantesco, commerciale, esagerato, contraddittorio, pieno di soldi e pieno di gente che scopre l’America – come se Cristoforo Colombo avesse aperto un account TikTok.

La cosa più divertente è che molti stranieri sono arrivati negli Stati Uniti terrorizzati. Ne sono usciti — o ci stanno ancora dentro — con video in cui si commuovono per un refill gratuito, per un commesso che sorride, per un barbecue in Texas, per un Waffle House alle due di notte. O si stupiscono per un supermercato grande come un aeroporto, per una stazione di servizio dove puoi comprare benzina, carne affumicata, cappelli, bibite da un litro, e forse anche una carriera nuova.
Il tifoso europeo abituato a fare la morale al capitalismo
È un cortocircuito meraviglioso. Il tifoso europeo, cresciuto nella religione del “calcio popolare” e nella pratica del biglietto a cento euro, arriva in America per fare la morale al capitalismo e poi si ritrova a dire: però questi sono gentili. Però funziona. Però il parcheggio è organizzato. Però il bagno è pulito. Però il panino è enorme. Però la signora mi ha chiamato “honey” e mi ha regalato una salsa di cui non so pronunciare il nome. Però, insomma, sarà che questi americani che noi raccontiamo sempre come ignoranti, rumorosi e artificiali, forse forse sono anche accoglienti e gentili?
Qui sta il punto. L’America non finge. Non ti dice che il Mondiale è un pellegrinaggio francescano. Non traveste il business da liturgia. Non ti racconta che il calcio appartiene al popolo mentre vende pacchetti hospitality, diritti tv, sponsor globali e maglie a prezzi lunari. Negli Stati Uniti il denaro è visibile, dichiarato, persino volgare se vogliamo – non c’è la presa per il culo del tifoso. Ma è proprio questa mancanza di ipocrisia che rende il torneo più onesto di molti altri.

Il Mondiale americano dice: sì, ci sono i soldi. Tanti. Ci sono gli sponsor, il marketing, i naming rights, le fan zone sponsorizzate, i contenuti social progettati fino all’ultimo secondo. E allora? Da quando il calcio mondiale sarebbe il dopolavoro ferroviario? Da quando la Fifa sarebbe la parrocchia? Da quando noi europei, che abbiamo trasformato ogni club in una piattaforma finanziaria e ogni calciatore in un asset contabile, possiamo permetterci di fare gli scandalizzati perché in America vendono bene il prodotto?
Negli States non si vergognano di chiamare il calcio un prodotto
La differenza è che lì non si vergognano di chiamarlo prodotto. E, paradossalmente, proprio per questo riescono a trattare il tifoso come un cliente. Che non è sempre una brutta cosa. Il cliente va orientato, servito, nutrito, intrattenuto, fatto entrare e uscire senza essere umiliato. Il tifoso europeo, invece, spesso viene trattato come un problema di ordine pubblico da contenere e poi come un romantico da citare nei comunicati stampa.
Naturalmente non bisogna essere ingenui. Le storie sui controlli, sulle difficoltà di ingresso, sulle paure legate all’immigrazione e sulla presenza delle autorità non sono invenzioni. Sono parte del Mondiale, e in alcuni casi raccontano un’America dura, sospettosa, muscolare. I giocatori dell’Iran ne sanno qualcosa.
E però sarebbe altrettanto ingenuo ridurre tutto a quello. Perché poi c’è l’altra America, quella che non entra nei comunicati delle Ong né nelle caricature antiamericane: l’America dei volontari, dei ristoratori, degli autisti, dei tifosi locali che adottano una nazionale senza diaspora, delle città di provincia che diventano per un mese il centro del mondo.
Questo Mondiale sta funzionando perché è diventato anche un viaggio antropologico. Gli europei che entrano da Buc-ee’s e capiscono che la stazione di servizio americana è una cattedrale laica. Gli africani e i mediorientali che trovano, accanto alle complicazioni burocratiche, comunità locali entusiaste di accoglierli. Gli inglesi che, dopo anni di superiorità ironica, iniziano a sospettare che forse gli americani non siano tutti personaggi secondari di una sitcom.

Il cibo è diventato il vero linguaggio diplomatico del torneo
C’è soprattutto il cibo, che è diventato il vero linguaggio diplomatico del torneo. Noi italiani abbiamo con il cibo un rapporto teologico: tutto ciò che non è nostro è colpevole fino a prova contraria. Ma il Mondiale americano ha imposto una verità meno elegante e più democratica: il cibo da stadio, il barbecue, il fast food, le salse, gli hot dog, il refill infinito, i nachos, il brisket, non saranno alta cucina, ma producono convivialità. E la convivialità, durante un Mondiale, conta più della purezza gastronomica. Ci sono gli argentini che discutono se il barbecue di Kansas City possa rivaleggiare con l’asado e i giapponesi che scoprono le steakhouse texane (guarda il video).
In Europa siamo bravissimi a spiegare cosa il calcio dovrebbe essere. Gli americani, con tutti i loro limiti, sono bravissimi a organizzare cosa il calcio può diventare quando lo si tratta come esperienza totale. Oltre i novanta minuti – ci sono viaggio, consumo, incontro, video, racconto, strada, periferia, centro commerciale, ristorante aperto di notte, famiglia che ti indica la strada, sconosciuto che ti chiede da dove vieni e per chi tifi. L’America è un luogo di spazi infiniti che ti spingono all’esplorazione – non spaventano e non intimidiscono.
Si può sorridere, certo. Si può trovare tutto eccessivo. Ma intanto il Mondiale americano sta facendo una cosa che molti tornei recenti avevano smesso di fare: sta generando stupore e curiosità. Non solo per le partite, ma per ciò che accade intorno alle partite. E i Mondiali vivono anche di questo. Anzi, forse soprattutto di questo.

Il calcio mondiale è sempre stato una grande macchina di denaro e politica
Il calcio mondiale è sempre stato una grande macchina di denaro e politica. L’errore è pretendere che non lo sia. L’ipocrisia è commuoversi per “la magia dei Mondiali” e poi scandalizzarsi quando quella magia ha un conto economico, una polizia e una logistica.
L’America almeno non recita. Ti dà lo spettacolo e ti presenta il conto. Però, nel frattempo, ti sorride, ti riempie il bicchiere, e magari ti convince che il calcio, fuori dall’Europa, non è una bestemmia. È semplicemente un’altra cosa. Più grande, più rumorosa, più commerciale, più ingenua, più sincera. Ed è soprattutto organizzata benissimo, con un’attenzione all’efficienza operazionale che dovremmo copiare all’istante.
E forse è proprio per questo che questo Mondiale, nonostante tutto quello che si doveva dire male, è già riuscito benissimo.
P.S.
L’autore di questo pezzo è anche cittadino americano – e quindi naturalmente parziale. Ma la frase chiave è “anche.” In America si può essere italiani e anche americani. Giapponesi e americani. Somali e americani (si, Ilhan Omar sta al congresso, anche se Trump vorrebbe fucilarla): in Italia, quanti somali abbiamo in Parlamento?
P.P.S.
Gli iraniani hanno lasciato un bellissimo messaggio negli spogliatoi dello stadio di Los Angeles: la squadra di un paese in guerra con gli Stati Uniti che viene accolta calorosamente dalla diaspora – e si, gli iraniani d’America tifano contro il loro stesso regime, ma per la loro squadra di calcio.
P.P.P.S.
Sto ancora ridendo pensando a Palestra giocatore NBA che sceglie una squadra rispetto ad un’altra perché lo pagano meglio…