Maradona e i Mondiali 2026: “Volevano quattro tempi da 25 minuti per la pubblicità”

Un'intervista del 2018 a Telesur, col telecronista del "gol del secolo" Víctor Hugo Morales, è tornata virale: il Diez bocciava la scelta di USA-Canada-Messico e ricordava la vecchia idea dei 100 minuti per gli spot. Oggi, con le pause-idratazione, sembra una premonizione.

Maradona e i Mondiali 2026: “Volevano quattro tempi da 25 minuti per la pubblicità”

Le parole di Maradona sui Mondiali 2026 sono tornate virali in questi giorni, e suonano come una profezia. Era il 13 giugno 2018: poche ore dopo l’assegnazione del torneo a Stati Uniti, Canada e Messico, il compianto Diego — scomparso nel 2020 — commentava la notizia in tv, nel programma “De la mano del 10” su Telesur, intervistato dall’amico Víctor Hugo Morales, il leggendario telecronista uruguaiano che nel 1986 aveva immortalato la sua serpentina contro l’Inghilterra. E il Diez, come riportò La Nación, non usò giri di parole.

Maradona e i Mondiali 2026: “Non c’è passione”

“No, non mi piace, assolutamente”, rispose a Morales che gli chiedeva se gli piacesse l’assegnazione. “È che non c’è passione. I canadesi saranno bravi sciatori… tutto quello che vogliono. E gli americani volevano quattro tempi da 25 minuti per la pubblicità, vi ricordate? 100 minuti dovevamo giocare…”.

Una stroncatura netta della scelta dei tre Paesi, accusati di non avere la storia e la passione necessarie per ospitare la Coppa del Mondo — lo stesso nervo scoperto che attraversa la definitiva americanizzazione del calcio di cui parliamo da tempo.

I “quattro tempi da 25 minuti” e la vecchia idea del 1994

Maradona se lo ricordava bene, perché ci avevano già provato. Nel marzo 1994, alla vigilia del Mondiale statunitense, il presidente della FIFA Joao Havelange propose di sostituire i due tempi da 45 minuti con quattro quarti da 25 minuti — 100 minuti totali. L’obiettivo era conquistare il mercato americano: le emittenti (allora ABC ed ESPN, oggi FOX) temevano le lunghe fasi senza interruzioni, difficili da riempire di spot come negli sport USA. La proposta fu discussa sul serio in FIFA e IFAB, ma venne bloccata dall’opposizione di UEFA e federazioni britanniche, contrarie a stravolgere la struttura storica del gioco solo per la pubblicità. Non era la prima volta che il pallone si piegava al business: la FIFA, del resto, ha venduto agli sponsor perfino le ascelle dei guardalinee.

Profezia avverata: le pause-idratazione (per gli spot)

Più di trent’anni dopo, l’idea è rientrata dalla finestra. A questo Mondiale 2026 le partite sono scandite dalle pause per l’idratazione, ufficialmente pensate per la salute dei giocatori — le abbiamo viste anche con Cristiano Ronaldo e il Portogallo — ma ribattezzate dagli sponsor (in stadio e in tv) e perfette per piazzare la pubblicità nei momenti di massimo ascolto. Esattamente ciò che Diego aveva intuito. Lui, che il calcio lo aveva fatto diventare arte — basti pensare al suo gol del secolo raccontato proprio da Víctor Hugo Morales — non poteva sopportare l’idea di un gioco spezzettato per gli inserzionisti. E così quel video del 2018, oggi, fa l’effetto di una sentenza. Persino l’Azteca, il suo stadio del 1986, ospita un Mondiale molto diverso da quello che amava. Come quasi sempre, Maradona aveva visto giusto.