Il viaggio kafkiano degli iraniani verso il Mondiale. Mentre in patria nessuno tifa per loro
Lo racconta la Sueddeutsche, tra visti negati, nazionali esclusi dal regime, e hotel annullati gratis all'ultimo minuto

People on motorbikes ride past a billboard supporting Iranís national football team in the upcoming 2026 World Cup, installed on a building at Enghelab Square in Tehran on May 18, 2026. Iran's national football team was headed to Turkey on May 18 to play a final friendly match and apply for visas to fly to the United States for the 2026 World Cup, Iranian media reported. (Photo by AFP) /
Tijuana non era nel piano. Nel piano c’era Tucson, Arizona, con 241 camere prenotate al Westward Look Grand Resort and Spa, piscine con vista sul deserto, un centro sportivo dedicato, ristoranti pronti ad accogliere tifosi e giornalisti. Poi è arrivata la guerra, e con la guerra la cancellazione più politicamente imbarazzante nella storia dei Mondiali di calcio. La delegazione della nazionale iraniana aveva prenotato tutte le 241 camere dell’hotel per i successivi 30 giorni, ma con una clausola di cancellazione dell’ultimo minuto in caso di problemi di ingresso legati alla guerra. Siamo in zona inesplorata della storia: non era mai successa prima che un paese ospitante di una Coppa del Mondo dichiarasse guerra a una squadra partecipante.
Un percorso tortuoso
La Sueddeutsche Zeitung racconta il percorso tortuoso (eufemismo) che sta compiendo la nazionale iraniana per giocare al Mondiale negli Stati Uniti. Si allenerà e dormirà in Messico, a Tijuana, dove è atterrata domenica mattina su un charter tedesco. Le partite della fase a gironi, due a Los Angeles e una a Seattle, le disputerà sul suolo del nemico e poi tornerà subito oltre confine. Una logistica da romanzo kafkiano, resa possibile dall’intercessione della presidente messicana Claudia Sheinbaum con la Fifa e da una catena di convenienze diplomatiche che nessun manuale sportivo aveva mai previsto.

Dalla cerimonia di addio a Teheran – con un comandante dei Pasdaran sul palco a esortare i giocatori a “essere squadra” e la folla che scandiva “Morte a Israele, morte all’America” – la squadra è volata in Turchia, paese neutro dove i visti non servono. Soggiorno al Mardan Palace di Antalya, amichevoli contro Gambia e Mali, e poi una trasferta ad Ankara per ottenere i visti americani davanti all’ambasciata Usa: i calciatori della nazione in guerra con gli Stati Uniti in fila davanti agli sportelli consolari americani. Quando l’opzione Tucson è tramontata, il processo si è ripetuto per il Messico, saltando però l’iter burocratico dei rilievi biometrici, grazie a una deroga strappata dal ministro degli esteri iraniano Araghtschi al governo di Città del Messico.
“Se lo dice Johnny”
La Casa Bianca ha trattato la questione con il pragmatismo caotico di questi tempi. A marzo Trump aveva sconsigliato alla nazionale iraniana di venire, avvertendo che avrebbe “rischiato la vita” in territorio americano. Poi, quando Infantino – che Trump chiama affettuosamente Johnny – ha confermato la partecipazione dell’Iran, il presidente americano ha risposto: “Se lo dice Johnny, va bene per me”. Marco Rubio ha precisato che non entreranno negli Stati Uniti gli ufficiali con legami ai Pasdaran: il presidente federale iraniano Mehdi Taj, ex ufficiale della Guardia Rivoluzionaria, si è già visto negare il visto. Tredici dirigenti sono rimasti a terra sabato, poche ore prima della partenza. I giocatori, per ora, passano tutti. Anche se Taj ha dichiarato al New York Times che diversi giocatori della nazionale iraniana, tra cui il capitano Mehdi Taremi, avevano anche svolto il servizio militare obbligatorio con le Guardie Rivoluzionarie.
Azmoun paga per tutti
Tra i giocatori, però, manca il più forte: Sardar Azmoun, l’ex attaccante di Bayer Leverkusen e Roma. Escluso dalla rosa per ragioni politiche, per un post Instagram a sostegno dei manifestanti uccisi a gennaio 2026, e una foto con il sovrano di Dubai, emirato considerato filo-israeliano da Teheran. A Doha 2022, tutta la squadra aveva taciuto durante l’inno in solidarietà con le proteste “Donna, vita, libertà”. Stavolta la cornice è diversa: siamo di fronte, scrive il giornale tedesco, a un “Team Regime”.
Naturalmente, tutto è politica in questa faccenda, conclude la Sz. “La squadra, priva dell’attaccante Azmoun, è politica. La retorica politica del governo, che ha trasformato la squadra in una “squadra del regime”, è significativa. Anche la questione dei visti, le modalità di viaggio e gli alloggi sono politici. Dal punto di vista di quegli iraniani che amano il calcio e odiano il regime, si pone un ulteriore dilemma: si può tifare per la stessa squadra del governo sanguinario? Si vuole festeggiare lo stesso gol con loro?”.