Mondiali 2026, l’Iran accusa gli Stati Uniti: “Visti negati a gran parte della delegazione, è un trattamento discriminatorio”
Nuovo caso diplomatico ai Mondiali: i giocatori dell'Iran sono stati autorizzati a entrare, ma non dirigenti, consulenti e staff.

People on motorbikes ride past a billboard supporting Iranís national football team in the upcoming 2026 World Cup, installed on a building at Enghelab Square in Tehran on May 18, 2026. Iran's national football team was headed to Turkey on May 18 to play a final friendly match and apply for visas to fly to the United States for the 2026 World Cup, Iranian media reported. (Photo by AFP) /
Il calcio incontra di nuovo la politica, e succede alla vigilia dei Mondiali 2026. L’Iran ha accusato gli Stati Uniti di aver negato il visto a numerosi membri della delegazione che accompagnerà la nazionale alla Coppa del Mondo, denunciando quello che definisce un “trattamento deliberatamente discriminatorio”. Lo riporta il Corriere dello Sport, riprendendo una nota dell’ambasciata iraniana in Turchia.
I giocatori entrano, lo staff no
Il nodo è preciso: i calciatori hanno ottenuto i visti, ma a un numero “ampio” di dirigenti, consulenti tecnici e membri dello staff l’ingresso è stato rifiutato. “Perché non dite che i visti sono stati negati a gran parte dello staff dirigenziale ed esecutivo, ai consulenti tecnici e ad altri che sono parte integrante di qualsiasi nazionale?”, si legge nella nota, che contesta la ricostruzione fornita da Washington. E poi l’appello diretto all’organo che governa il calcio: “La Fifa deve ritenere gli Stati Uniti responsabili delle violazioni delle sue regole e del trattamento discriminatorio riservato alla nazionale di calcio iraniana”. Al momento non è arrivata una replica ufficiale americana.

La versione americana e la base a Tijuana
Dall’altra parte, la posizione statunitense ha una sua logica dichiarata. Il segretario di Stato Marco Rubio aveva spiegato che l’Iran sarebbe stato il benvenuto in campo, ma che lo staff con legami con i Pasdaran (i Guardiani della Rivoluzione) sarebbe stato escluso; secondo il New York Times, sono oltre una dozzina i membri dello staff respinti, tra allenatori, analisti e personale medico. La Casa Bianca ha perfino avvertito Teheran di non provare a “introdurre terroristi” negli USA. Risultato concreto: l’Iran ha spostato la propria base dei Mondiali da Tucson, in Arizona, a Tijuana, città messicana di confine. La squadra entrerà negli Stati Uniti solo per giocare e ripartirà in giornata, mentre il resto della delegazione seguirà le partite dalla TV, in Messico.
L’analisi
Qui il paradosso si fa quasi beffardo. Solo pochi mesi fa la Fifa aveva respinto la richiesta dell’Iran di spostare le proprie partite in Messico; oggi è la stessa Iran a doversi rifugiare in Messico, ma solo per dormirci. È l’ennesimo segnale che il Mondiale “unito” di USA, Canada e Messico nasce su faglie politiche profonde: lo si era visto quando Infantino e Trump sembravano allineati persino sull’ipotesi di escludere l’Iran. La FIFA, intanto, è chiamata in causa ma tace, e quel suo slogan preferito — lo sport che “deve restare fuori dalla politica” — suona sempre più vuoto, soprattutto in un torneo che la stessa FIFA vende come una grande, nuova narrazione globale. È lo stesso Mondiale che, dietro la festa, mostra le sue ombre: dalle madri dei desaparecidos che protestano a Città del Messico ai visti negati. Difficile, davvero, farsi fare la morale sull’unità del calcio.