Il Congo torna al Mondiale dopo 52 anni e tutti sognano un figlio come Lukaku: “È un’istituzione per noi”

Stasera la Repubblica Democratica del Congo torna al Mondiale 52 anni dopo e nella comunità congolese c'è un nome-simbolo che tutti i genitori sognano per i figli: quel Romelu Lukaku che è del Napoli e ha radici proprio lì.

Il Congo torna al Mondiale dopo 52 anni e tutti sognano un figlio come Lukaku: “È un’istituzione per noi”

Belgium forward Romelu Lukaku #9 celebrates after scoring a goal during the international friendly football match between Croatia and Belgium ahead of the 2026 FIFA World Cup football tournament at the Rujevica Stadium in Rijeka on June 2, 2026. (Photo by MARKO PERKOV / AFP)

Stasera, a Houston, contro il Portogallo di Cristiano Ronaldo, la Repubblica Democratica del Congo torna a giocare un Mondiale dopo 52 anni: l’ultima volta era il 1974, si chiamava Zaire e a comandare c’era Mobutu. Per i Leopardi, numero 48 del ranking Fifa, è un’impresa storica — e c’entra, eccome, anche un attaccante che a noi sta a cuore.

Perché stasera conta così tanto per il Congo

Non è “solo” una partita. Il Congo ci è arrivato eliminando la Nigeria e battendo la Giamaica nello spareggio decisivo, e la qualificazione è stata festeggiata con un giorno di festa nazionale. In un Paese segnato da corruzione, instabilità politica, dalla violenza nell’est e da un’epidemia di ebola, la nazionale è l’unico collante. “È l’unica cosa su cui in Congo sono tutti d’accordo: si tifa per la nazionale”, racconta a Sporza Gilles Mbiye-Beya, analista e voce del podcast Koolcast, congolese d’origine. “Ora che siamo qualificati, i congolesi sono un po’ più orgogliosi di essere congolesi”. Una squadra giovane, forte soprattutto in difesa con la coppia Mbemba-Tuanzebe, costruita anche grazie ai tanti talenti della diaspora — molti con un passato in Belgio — che oggi scelgono il Congo. E che, quando segnano, spesso esultano “con una mano sulla bocca e il gesto della pistola alla tempia, per richiamare l’attenzione sul genocidio nell’est del Paese”.

E in Congo tutti sognano un figlio come Lukaku

Ed eccoci al cuore della storia. Perché il modello, l’idolo, la stella polare di quella comunità ha un nome solo. Lukaku è un’istituzione nella comunità congolese”, spiega l’ex professionista Paul Beloy, anche lui di origini congolesi, una volta convocato dallo Zaire. “Dimostra che anche i congolesi possono farcela, che valgono e che possono persino emergere. Tutti i genitori africani sperano che il loro figlio calciatore diventi il prossimo Lukaku”. Un sogno che ha radici profonde, perché Romelu — oggi punta del Napoli — è figlio di quella terra: nato ad Anversa da genitori congolesi, ha scelto il Belgio, ma il sangue è lo stesso dei Leopardi in campo stasera. Non solo: suo padre, Roger Lukaku (scomparso a settembre 2025), fu un attaccante della nazionale dello Zaire poi diventato Congo, con due Coppe d’Africa alle spalle prima di una lunga carriera in Belgio. La maglia che stasera i Leopardi indossano per la prima volta dopo mezzo secolo, insomma, in casa Lukaku l’hanno già vestita. Per questo, mentre il nostro Big Rom continua a far parlare di sé ai Mondiali — dai mesi difficili in Belgio alla pace col club, passando per il rebus sul futuro a Napoli — dall’altra parte dell’oceano c’è un popolo intero che, in fondo, in lui si specchia. E che stasera sogna anche solo il primo, storico gol del Congo in un Mondiale.