Se Genny la Carogna è ultrà della Juventus, nessuno dice niente
Locatelli e altri juventini vanno sotto la curva che impone le sue regole. Ma stavolta nessuno dice niente. Dove sono finiti i titoloni sul "calcio in mano agli ultrà"?

Juventus' Italian defender #04 Federico Gatti (C) talks to Juventus' supporters prior to the Italian Serie A football match betweem Torino and Juventus FC at the Olympic Stadium Grande Torino in Turin on May 24, 2026. (Photo by MARCO BERTORELLO / AFP)
Il calcio ha questa strana abitudine di scambiare la memoria per un orpello, qualcosa da archiviare in soffitta quando la polvere dà fastidio agli occhi. Si gioca, si corre, si urla, e nel frattempo il passato diventa una carta carbone che si è sbiadita sotto il sole di troppi lunedì. Ricordate Roma? Maggio 2014. Quella finale di Coppa Italia che non voleva cominciare, sospesa tra il sangue versato da Ciro Esposito e il silenzio di un Olimpico che sembrava una zona di guerra. E poi, quell’immagine. Marek Hamsik, il capitano del Napoli, costretto a salire sotto la curva per una trattativa che non era di sua competenza, sotto lo sguardo di Genny ‘a Carogna. Fu un diluvio, un’apocalisse mediatica. Si gridò al ricatto, alla sudditanza, alla fine dello Stato di diritto dentro uno stadio. Fu un processo pubblico che partiva dai salotti buoni e arrivava fino all’ultima emittente ai confini con le Alpi.

Mp Firenze 21/12/2025 – campionato di calcio serie A / Fiorentina-Udinese / foto Matteo Papini/Image Sport
nella foto: protesta tifosi Fiorentina
Il ricatto ultrà che a Torino diventa normale amministrazione
Ieri, invece, il silenzio. O meglio, la minimizzazione. Locatelli sotto la curva bianconera, un confronto serrato, gesti che non lasciavano spazio a dubbi: il capitano in ostaggio, o forse, ancora peggio, in ascolto. Ma c’è di più. Ieri non è stato solo il singolo giocatore a finire nel tritacarne; è stata l’intera Serie A a finire sotto scacco. Una curva che tiene in ostaggio il campionato, bloccando migliaia di tifosi e costringendo a ritardi inaccettabili in un momento cruciale, con la Champions in ballo e le partite che avrebbero dovuto iniziare in contemporanea. Dov’era la stampa indignata? Dove sono finiti i titoloni sul “calcio in mano agli ultrà”? È bastato liquidare tutto con la solita formula del “fallimento sportivo”, la Juventus che non va in Champions come se fosse una questione puramente tecnica. Ma non è così.
La verità è che il calcio italiano è un teatrino manipolato mediaticamente, dove lo scandalo è un vestito che si indossa solo su misura, a seconda della latitudine o del colore della maglia. Questa disparità di trattamento è la cifra di un sistema che ha smarrito la bussola. Quando abituiamo il pubblico e le istituzioni a considerare “normale” che una curva detti i tempi del calcio nazionale, stiamo istituzionalizzando l’anomalia. E le conseguenze, piaccia o meno, arrivano sul campo. Non siamo andati ai Mondiali per caso: non ci siamo arrivati perché abbiamo smesso di essere un movimento credibile, preferendo la convenienza della narrazione alla durezza della realtà.

L’indignazione a corrente alternata
Il punto non è se Locatelli sia o meno un ostaggio. Il punto è la misura. Se il calcio vuole essere credibile, non può usare il metro dell’indignazione a corrente alternata. Non si può strillare alla malavita quando il sole batte su una curva e parlare di “delusione sportiva” quando lo stesso sole illumina l’altra. La verità, brutale e scomoda, è che quell’immagine di Hamsik non è mai passata. È rimasta lì, sospesa, a ricordarci che per alcuni lo scandalo è un reato, per altri è solo un momento di tensione che “fa parte del gioco”. E mentre il sistema si gira dall’altra parte, il calcio italiano continua a correre, con la sua solita, inguaribile, ipocrita memoria corta. A perdere, alla fine, non è solo la Juventus, non è solo una tifoseria, ma è l’idea stessa di uno sport che, per paura di guardarsi allo specchio, ha rinunciato a essere grande.