Pampa Sosa all’Università e il tabù della salute mentale: “Non abbiate paura di chiedere aiuto”

L'incontro alla Federico II per presentare la sua autobiografia. Ha smontato la retorica manichea che divide vincenti e perdenti. "Nessuno ha detto che esiste solo il 110 e lode. Nessuno ha il diritto di etichettarvi come perdenti"

Pampa Sosa all’Università e il tabù della salute mentale: “Non abbiate paura di chiedere aiuto”

2005 archivio Storico Image Sport / Napoli / Roberto Carlos Sosa / foto Aic/Image Sport

Il 6 maggio scorso, all’Università degli Studi di Napoli Federico II, ho avuto il piacere e l’onore di presentare il libro di Roberto Carlos Sosa, detto Pampa: L’ultimo 10.

L’incontro, a cura dei professori Luca Bifulco e Sergio Brancato, del Dipartimento di Scienze Sociali, era rivolto soprattutto agli studenti. Accanto al Pampa c’eravamo io e la giornalista Carmen Romano.

Il libro del Pampa (Edizioni Mea) è una precisa ricostruzione della vita e della carriera dell’attaccante argentino, il cui apice è stato rappresentato, secondo l’autore, non da un trofeo, ma dalla possibilità di indossare, per l’ultima volta all’allora San Paolo, la maglia n. 10 che fu del nostro amato Diego.Sono passati 20 anni da quel giorno (era il 30 aprile 2006). Il Napoli si accingeva a tornare in Serie B dopo il fallimento che lo aveva relegato in serie C, il sogno in quel momento era tornare in Serie A, coppe e scudetti non erano nei pensieri di nessuno.

Sosa racconta di aver accettato, nel 2004, la proposta di Pier Paolo Marino di giocare in serie C, in una squadra che in quel momento nemmeno esisteva, proprio a patto di poter essere l’ultimo a vestire la casacca n.10 al San Paolo.

La cronaca di quella partita contro il Frosinone la ricordiamo tutti. Il Napoli aveva conquistato due giornate prima la promozione matematica e Sosa aveva festeggiato arrampicandosi sulla traversa e mostrando la maglia con l’effige di Diego e la scritta “Chi ama non dimentica”.

“Non ho mai segnato un gol così”

Il clima era di festa, dunque, per l’ultima stagionale in casa, ma per Roberto Carlos Sosa, argentino di Santa Rosa, cresciuto nel mito di Diego, le cui partite guardava insieme al padre la domenica mattina (a causa del fuso orario), la possibilità di indossare la 10 invece della 9 (con la quale aveva segnato già oltre 100 gol nel calcio professionistico in Argentina prima e in Italia poi) rappresentava insieme una gioia, una responsabilità e la realizzazione di un sogno.

Forse nemmeno nei sogni, però, Sosa era arrivato al punto di coronare quella partita con una rete. E invece, dopo soli 13 minuti dal calcio d’inizio, Chiodini (portiere del Frosinone) si cimenta in un’uscita degna di un’esibizione di arti marziali al limite dell’area, la palla rimane nei pressi, rimbalza, Sosa la difende e, spalle alla porta, calibra un incredibile pallonetto che si insacca sotto la traversa.

Durante l’incontro lo abbiamo naturalmente evocato quel gol e Sosa è apparso ancora incredulo, a distanza di 20 anni: “Io non li ho mai segnati gol così, l’ho sempre messa dentro con un colpo di testa o dopo essermele date con il centrale avversario”.
Fin qui, però, per quanto con emozione, si è trattato di rievocare cose che già sapevamo.

Il Pampa Sosa e il tabù della salute mentale

Il meglio e la parte inaspettata di quella lunga chiacchierata sono arrivati quando il discorso ha toccato quello che nel mondo del calcio è ancora un tabù: la salute mentale, il lato oscuro che a volte si impossessa delle vite di tutti noi, anche dei calciatori.È su questo tema che Sosa è riuscito a stabilire un contatto niente affatto banale con gli studenti che lo ascoltavano.

Ha detto ai ragazzi innanzitutto che le difficoltà esistono e che possono capitare a tutti, a uno studente di sociologia come a un calciatore di Serie A e che non è qualcosa di cui vergognarsi o aver paura di parlare. “Non abbiate paura di chiedere aiuto”, ha aggiunto.

Eileen Gu

Si è poi dilungato nello smontare la retorica manichea che divide vincenti e perdenti. Anzi, nel calcio, il vincente (perché lo scudetto lo vince solo una squadra) dai perdenti. Ha citato due mostri sacri dello sport, Micheal Jordan e Roger Federer (se non avete mai ascoltato il discorso di Jordan per il suo ingresso nella Hall of fame, nel 2009, lo trovate quiqui invece trovate il discorso di Federer in occasione della laurea honoris causa attribuitagli dall’Università di Dartmouth nel 2024) e la loro capacità di accettare le sconfitte, i tiri sbagliati e i punti persi. Avrebbe potuto citare Eileen Gu e la sua magnifica risata sotto la quale ha seppellito il giornalista che voleva far passare per sconfitte due argenti olimpici.

Secondo Sosa uno sportivo di fama e successo ha delle responsabilità (e il riferimento era anche ad Antonio Conte, che pochi giorni prima aveva dichiarato che “il secondo è il primo dei perdenti”) e non dovrebbe mai e poi mai dimenticare che tra chi lo ascolta, anche tra i calciatori che sono nello spogliatoio, potrebbe esserci qualcuno in un momento di difficoltà e che l’etichetta di “perdente” rappresenta un peso in più da sostenere, inutile e gratuito.

Si è parlato anche di quanto ancora poca sia l’attenzione dei club, che secondo il Pampa dovrebbero avere nello staff anche psicologi e mental coach, soprattutto per i ragazzi più giovani, che spesso arrivano da lontano, dopo una vita non semplicissima, e si trovano sotto i riflettori di un grande stadio, lontano da casa e dalla famiglia.

Sta seguendo un percorso per diventare mental coach

Questa sensibilità Sosa l’ha sicuramente affinata dopo aver smesso con il calcio giocato (oggi, dopo aver avuto qualche esperienza da allenatore, vive a Napoli ed è spesso presente in tv come commentatore, ma sta anche seguendo un percorso per diventare mental coach), ma non si può dire che ne fosse privo quando ancora vestiva la maglia azzurra. Nelle ultime pagine della sua autobiografia racconta di come abbia preso sotto la sua ala protettrice quell’argentino scapigliato e disordinato che abbiamo imparato a conoscere e amare come il Pocho Lavezzi. Lo stesso Pocho che, poche settimane fa, ha raccontato con grande lucidità di aver attraversato momenti di depressione. Evidentemente il Pampa ne aveva percepito la fragilità.

pocho Lavezzi, proveniente dal San Lorenzo Napoli

Dopo quasi 2 ore, i ragazzi in aula (che probabilmente quando Sosa ha segnato quel gol nemmeno erano nati) erano ancora a fare domande e a cercare il confronto. “Nessuno ha detto che esiste solo il 110 e lode. Una laurea presa con un voto più basso, magari in un momento di difficoltà o venendo da una situazione che non è tranquilla, è un traguardo importante e nessuno ha il diritto di etichettarvi come perdenti”.

Con queste parole (e con le foto e gli autografi di rito) si è concluso l’incontro. Credo che non sarà l’ultimo, però, perché Roberto Carlos Sosa, detto il Pampa, ha dimostrato di avere un punto di vista che nel mondo del calcio non è facile trovare e che è importante mostrare ai ragazzi e agli addetti ai lavori