Guardiola, chi ha provato a imitarlo si è fatto male
Un "suo calcio" non l'ha mai avuto, ne ha avuti tanti. Per il Guardian la sua vera eredità è stata la capacità di adattamento, la flessibilità

Manchester City's Spanish manager Pep Guardiola (L) and Bodoe/Glimt's Norwegian head coach Kjetil Knutsen gesture during the UEFA Champions League, league Phase - day 7 football match between Bodoe/Glimt and Manchester City in Bodoe, Norway on January 20, 2026. (Photo by Fredrik Varfjell / NTB / AFP) / Norway OUT
Visto che forse, a quanto pare, il Napoli potrebbe entrare nell’era del “mio gioco” di Vincenzo Italiano, val la pena di sottolineare – come fa Jonathan Wilson sul Guardian – che in realtà Pep Guardiola, proprio lui, un “suo gioco” non l’ha mai avuto. Ne ha avuti molti. Tanto che oggi che ha annunciato il suo addio al City, lo storico del calcio ne celebra proprio la capacità di adattamento e mutazione tattica come abilità principale. Quando lo diceva Ancelotti gli davano del “pensionato”…
“Arrivò nel calcio inglese nell’estate del 2016, c’era un certo scetticismo. La qualità del calcio espresso dal suo Barcellona era stata straordinaria, ed è forse difficile ora, 18 anni dopo, ricordare l’impatto che quella squadra ebbe al suo esordio, quanto incomprensibile sembrasse l’attenzione al passaggio e la manipolazione degli spazi. Ma il suo Bayern Monaco non aveva vinto la Champions League ed era lecito chiedersi se quello stile di gioco così preciso e tecnicamente impeccabile si sarebbe rivelato altrettanto efficace nel caos dell’inverno inglese come lo era stato in Spagna e in Germania”.
In evoluzione continua
“Guardiola ha rivoluzionato il calcio inglese prima che questo lo plasmasse”, continua il Guardian. “Il gioco è diventato più strategico, incentrato sulla manipolazione di schemi e strutture per creare spazi o superiorità numerica. Questa era la chiave del calcio di Guardiola e, sebbene il calcio inglese possa aver opposto maggiore resistenza rispetto alla Liga o alla Bundesliga, il modello non è risultato meno valido”.

Ma il punto è che Guardiola “ha continuato a evolversi, dai terzini che si sovrapponevano ai terzini che si invertivano e si inserivano a centrocampo, ai terzini che in realtà erano difensori centrali, fino ad avere John Stones che usciva dalla difesa come centrocampista ausiliario, da un falso numero 9 (o almeno un centravanti molto coinvolto nella costruzione del gioco) a un classico numero 9, da una richiesta di controllo assoluto attraverso la protezione del possesso palla a qualcosa di più libero, basato sulla capacità di attaccanti tecnicamente abili di superare il proprio avversario”. El Paìs ha scritto che è stato il “risultatista” migliore del mondo.
Un camaleonte
Non una sola grande idea, insomma. “Guardiola si distingue per la sua propensione ad adattarsi, a perfezionare e a cambiare. Questa inesauribile inventiva è forse alla base della sua tendenza, a volte, a complicare eccessivamente il suo approccio in Champions League , ma è anche il motivo per cui Guardiola è rimasto al vertice del calcio mondiale per 18 anni”.
“Altri visionari se ne sono andati lasciando il mondo che avevano creato crollare intorno alle loro orecchie; nessun altro, certamente, lo ha fatto dopo aver cavalcato il cambiamento, forse addirittura dopo averlo guidato in una certa misura. La fecondità della sua mente, quella flessibilità, quella costante ricerca di qualcosa di nuovo, di migliore, quella convinzione che il calcio non finisca mai, dovrebbero essere l’eredità di Guardiola”.