Guardiola, il risultatista migliore del mondo tranne che per il madridismo
El Paìs lo mette nel club ristrettissimo dei rivoluzionari che hanno vinto tutto cambiando anche il gioco. Ma a Madrid lo raccontano come un impostore

Manchester City's Spanish manager Pep Guardiola gestures on the touchline during the English FA Cup final football match between Crystal Palace and Manchester City at Wembley stadium in London, on May 17, 2025. (Photo by Glyn KIRK / AFP)
Guardiola dice che non è Guardiola il miglior allenatore della storia. È ovviamente un trucco perché ha tutta l’aria di pensarlo. Ma nel frattempo il resto del mondo ripete la stessa sentenza, con una enclave di resistenza geolocalizzata a Madrid: lì è ancora considerato come un impostore osannato da pochi romantici e da quella stampa infida che vuole solo la distruzione del Real. Rafa Cabeleira sul Paìs lo definisce “madridismo sociologico, inteso come ministero ufficiale della teologia calcistica – quella che sancisce come primo comandamento che Guardiola privilegia lo stile ai risultati”.
Guardiola risultatista
Solo che poi guardando i numeri, il bilancio svela “una scomoda verità: campionati qua e là, coppe, Champions League, record di punti, gol segnati e subiti, incredibili serie di vittorie, riconoscimenti… Guardiola è talmente orientato ai risultati che le sue crisi si misurano in eliminazioni europee. Non importa cosa vinca, perché ciò che conta è sempre ciò che perde, anche se perde meno di chiunque altro”.

Per l’editorialista del Paìs “c’è qualcosa che al catalano non viene perdonato, oltre al fatto di essere catalano: ha vinto molto e, per di più, ha avuto l’audacia di cambiare il gioco. Questo non è tollerato senza rompere diverse finestre, perché una cosa è conquistare e un’altra è far sentire tutti gli altri come se fossero in ritardo di vent’anni”.
Guardiola nel club di rivoluzionari con Cruyff e Sacchi
Per Cabeleira Guardiola è “in quel club di rivoluzionari fatto di pochi eletti: Rinus Michels, Johan Cruyff, Arrigo Sacchi, lui stesso… Una ristretta cerchia di geni e grandi lavoratori che non solo adempiono ai loro doveri professionali, ma rimodellano anche il panorama calcistico”.
“Il 99% del mondo del calcio lo riconosce come il migliore della sua epoca. I suoi compagni di squadra, i suoi rivali, i suoi commentatori e intere nazioni che potrebbero benissimo immortalare la sua influenza in due o tre articoli delle loro costituzioni, lo affermano. Lo hanno detto Jürgen Klopp e Zinedine Zidane. Così come Philipp Lahm, Leo Messi e Kevin De Bruyne. In Germania e in Inghilterra si parla di Guardiola come di un’invasione culturale paragonabile a quella di Marvel, Marlboro o Levi’s”. A Madrid… beh: “proprio qui risiede il potere di questo realismo madrileno sociologico, che agisce come una forza gravitazionale capace di trasformare qualsiasi prova in propaganda”.