De Laurentiis ricordi che quando ha scelto in nome del populismo, ha sempre fatto disastri
In città impazza il revisionismo su Conte, persino per sminuire il quarto scudetto. Il suo addio è un duro colpo e Adl con Sarri rischia di fare entrare il suo Napoli nella fase della senilità

Mg Napoli 23/05/2025 - campionato di calcio serie A / Napoli-Cagliari / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: Aurelio De Laurentiis
Gira gira, Napoli torna sempre alla sua presunta diversità che sbandiera con orgoglio. Da quando è notizia che Conte lascerà il Napoli, l’ambiente juventino ovviamente sogna a occhi aperti il suo ritorno. Un comportamento di buon senso, con tutto il riguardo per Luciano Spalletti. Allo stesso modo, che piaccia o meno, l’interismo in questi due anni ha temuto Antonio Conte non il Napoli. Quanta differenza con una discreta fetta della tifoseria napoletana che si esercita da mesi in singolari distinguo sullo scudetto dello scorso anno (“ce l’ha regalato l’Inter, non lo abbiamo vinto noi”), su questo secondo posto (inutile come quello di Ancelotti) e altri concetti che vi risparmiamo. Vi invitiamo a rileggere come il Napoli di Maradona vinse i suoi trofei. È stato inquietante osservare come le accuse di Fabrizio Corona – vere o falsissime che siano – di fatto ricalcassero tutte le amenità che siamo stati costretti a sorbirci in questi mesi. È come se la trama gliel’avesse fornita una parte dell’ambiente Napoli: dai metodi allenamento, agli infortuni, al suo essere despota. Le chiacchiere da bar elevate a sistema. Una città che non smette di lasciare allibiti.
Conte ha sfidato le sirene di Napoli senza farsi legare
Perdere Antonio Conte è un colpo durissimo per il club e per la squadra. Sì, il Napoli di De Laurentiis esisteva e aveva vinto anche prima di lui (nemmeno tantissimo, diciamolo). Lui è arrivato che il Napoli era in pieno naufragio. Decimo posto, società allo sbando, giocatori irriconoscibili. Ha compiuto un lavoro non meno di enorme. Sovrumano. Ha battuto una squadra decisamente più forte. Ha trasformato i calciatori: sarebbe bello fare il giochino cos’era McTominay prima di Conte e cos’è stato dopo; ripeterlo con Anguissa, Politano e altri. Ha cambiato parecchie carriere il “nazista” (Corona cit.). Soprattutto, Conte è riuscito in un’operazione che resta un unicum. Ha attraversato e vissuto Napoli come Ulisse con le sirene, senza peraltro farsi legare. Ha vissuto la città, dai caffè ogni mattina in piazza Amedeo ai tanti ristoranti frequentati, senza lasciarsi fagocitare. Anzi, rispondendo e offrendo sempre il suo punto di vista.

Conte a Napoli è stato culturalmente uno straniero. Altrimenti non avrebbe vinto uno scudetto (uno dei due vinti da De Laurentiis) partendo dalle macerie. Riorganizzando il Napoli in tutto. Ha dato un ordine. Ha stabilito regole. Ha riportato la voglia di lottare. Non a caso il Napolista ha in esergo una frase che lui ha pronunciato ai detenuti di Poggioreale (anche lì è andato): “La disciplina è fondamentale perché la motivazione è momentanea, la disciplina è per sempre e ti fa conquistare i traguardi”.
Poi sarà insopportabile? Vivaddio. Insopportabile e antipatico, oltre che bravissimo. Com’era Eduardo De Filippo, come sono stati tanti napoletani di successo prima della resa incondizionata al luogo comune del napoletano simpatico e che canta sempre. Non è che non entriamo nel merito delle accuse. Ma ci scappa da ridere quando sentiamo quali sarebbero i calciatori scelti da lui e quali da Manna. Ricorda la gag di Gigi Proietti con l’avvocato: “qua se l’inculamo, qua te se inculano”. I brocchi li ha scelti tutti Conte, quelli forti tutti Manna. La storia degli infortuni dovuta ai suoi allenamenti, non ci ha mai convinto. La Champions è stata fallimentare, questo sì. In compenso, il Napoli non è mai stato così temuto come in questi due anni. Finalmente abbiamo smesso di essere la squadra simpatica. Che soddisfazione.
Undici anni fa, De Laurentiis prese Sarri e Giuntoli con idee all’americana
Adesso sembra che sia tutto finito. E addirittura pare che De Laurentiis stia per propinarci il secondo remake della sua presidenza. Prima Mazzarri (è finita malissimo), ora Sarri. Vorremmo esprimere un paio di pensieri. Il primo è che De Laurentiis ha sempre funzionato quando ha remato contro il populismo. Ricordiamo che Spalletti arrivò a Napoli nella stazione deserta della Tav di Afragola: nemmeno un tifoso ad accoglierlo. E proseguiamo ricordando l’estate successiva, quella della profonda contestazione perché andavano via Mertens, Koulibaly, Insigne e arrivavano Kim, Kvara eccetera. Quando Adl ha cercato il bagno di folla, come dopo il primo scudetto, abbiamo sfiorato il disastro.

Il secondo è che Sarri è un rischio enorme per la sua presidenza. Perché rischia di proiettare il suo Napoli nella senilità. Adl torna al 2015. A undici anni fa. Allora fu una scelta meritocratica, spiazzante. Il presidente si prese la scena con una decisione all’americana: l’allenatore dell’Empoli e il direttore sportivo del Carpi. Stavolta no, sarebbe un salto all’indietro che ricorda terribilmente Amici Miei Atto Terzo l’ultimo film che al contrario dei primi due fece solo tenerezza. E abbiamo timore a ricordare che a produrlo fu proprio Aurelio De Laurentiis. Poi magari Sarri vincerà il triplete (ce lo auguriamo). Ma ci sembra una scelta incomprensibile al di là del recinto nostalgico napoletano e in antitesi ai discorsi che sentiamo sempre più spesso sul Napoli del futuro dal responsabile marketing e da altri alfieri del club.
p.s. critichiamo spesso i tifosi organizzati ma non possiamo non evidenziare che a proposito di Conte gli ultras e il Napolista hanno idee quasi sovrapponibili.