Altro che progetto, la Serie A è l’ospizio degli allenatori

L'analisi di Tony Damascelli per Il Giornale: i club non hanno un briciolo di coraggio e si scambiano i soliti noti. Anche il Napoli con la minestra Sarri non è da meno.

Altro che progetto, la Serie A è l’ospizio degli allenatori

Db Cremona 04/05/2026 - campionato di calcio serie A / Cremonese-Lazio / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Maurizio Sarri

Il valzer delle panchine in Serie A è la fiera della noia, del riciclo e della mediocrità. Tony Damascelli, sulle colonne de Il Giornale, fotografa alla perfezione lo stato comatoso del nostro calcio: mancano i giocatori, ma soprattutto mancano le idee.

La metafora di Damascelli è spietata ma dannatamente azzeccata: la scelta degli allenatori in Italia somiglia a una “mensa aziendale” con le “solite proposte in menù”. I tecnici nostrani fanno parte di una “compagnia di giro” in cui non si registra “nessuno scatto geniale, si punta sulla minestra riscaldata”. Un circolo vizioso in cui gli allenatori sono come “danzatori irlandesi che si scambiano continuamente i compagni di ballo”. Il tutto giustificato dal solito, patetico alibi: non ci sono soldi e fa troppa paura rischiare in nuove esperienze.

Il caso allenatori del Napoli: via Conte e l’ombra di Sarri

In questo triste valzer del già vissuto, il Napoli ovviamente non fa eccezione. Mentre Chivu si tiene stretto il posto (forte del doppio successo) e Gasperini si gode la rinascita della Roma, all’ombra del Vesuvio si prepara la più classica delle restaurazioni.

Scrive Damascelli che a Napoli “dovrebbe tornare Maurizio Sarri”, dopo che Conte ha fatto capire di “non voler passare altre nuttate”, strizzando magari l’occhio a un ritorno in azzurro, sponda Nazionale. Le porte girevoli di Coverciano e Castel Volturno confermano la regola aurea del nostro pallone: nel dubbio, si guarda nello specchietto retrovisore.

Il resto del circo: Spalletti, Allegri e i sogni proibiti

Il resto della Serie A è un cantiere di banalità e di “modestia impiegatizia”.

A Torino, sponda Juve, il futuro è appeso a Spalletti, che per restare pretende di lavorare “senza algoritmi e con uomini di competenza e di trasparenza professionale”. Al Milan, invece, le voci si accavallano peggio che all’Eurofestival, con Massimiliano Allegri al centro del tiro a segno. Damascelli lancia la provocazione perfetta: sarebbe bellissimo vedere Max sulla panchina della Nazionale, non tanto per la carriera, ma per il semplice gusto di vederlo criticato in Rai da Daniele Adani.

Milan Allegri

A Firenze l’arrivo di Paratici taglia le gambe a Vanoli, alla Lazio Lotito sfoglia la margherita senza mezza figura “acchiappapopolo” tra le mani, mentre in giro c’è chi ancora vaneggia di Klopp o Guardiola.

La triste realtà è che il coraggio, in Italia, è roba di provincia. Cesc Fabregas, Carlos Cuesta a Parma o Kosta Runjaic a Udine restano mosche bianche, relegate in periferia. Nelle metropoli del pallone, sentenzia Il Giornale, i cosiddetti dirigenti illuminati “puntano sul vintage o sull’usato sicuro”. La Serie A, insomma, è un disco rotto.