Allegri, l’aziendalismo senza stress. La svolta dolce di De Laurentiis
Tecnicamente è un allenatore reattivo che ha giocato in diversi modi nella sua lunga carriera. Poi, ha scelto di diventare personaggio, di fare Don Chisciotte, ma sa benissimo che il calcio non sempre è semplice

Milan's Italian coach Massimiliano Allegri (L) and Napoli's Italian Head coach Antonio Conte pose for photographers ahead of the Italian Serie A football match SSC Napoli vs AC Milan at the Diego Armando Maradona Stadium on April 6 2026. CARLO HERMANN / AFP
L’amore meditato e maturo, non quello adolescenziale
Soltanto poche ore fa, chi scrive si era sbilanciato – proprio sulle pagine del Napolista – in merito all’arrivo di Vincenzo Italiano come erede di Antonio Conte. Le parole scritte in quell’articolo, lo trovate qui, valgono ancora adesso, nonostante il colpo di teatro voluto da Aurelio De Laurentiis. Per chi non volesse cliccare sul link, ecco un breve estratto: “Il Napoli 2026/27, per come ci è stato “presentato” da De Laurentiis e dalle ricostruzioni della stampa sportiva, avrebbe bisogno di un allenatore come Vincenzo Italiano. E non di un allenatore come Massimiliano Allegri”.
In queste parole, e in tutto l’articolo di cui sopra, c’era un riferimento piuttosto chiaro al futuro. Al fatto che il nuovo Napoli dovesse essere costruito «intorno a Hojlund, Alisson Santos, Vergara, Gutiérrez e (perché no?) Beukema e Lang, oltre che a McTominay, Di Lorenzo, Rrahmani e Lobotka». Insomma: l’idea di base e di fondo era quella per cui De Laurentiis e Manna, concentrati sulla loro opera di abbassamento del monte ingaggi, avrebbero allestito un Napoli giovane, ricco di scommesse da piazzare sul mercato. Ed è per questo che la frase successiva era la seguente: «Allegri sarebbe stato potenzialmente perfetto per guidare il Napoli di Lukaku, De Bruyne, Anguissa, McTominay, Di Lorenzo, Rrahmani e Lobotka: il Napoli dello scorso anno».
Bene, ora lo scenario comincia a farsi decisamente più chiaro. De Laurentiis si è mosso nel segno della continuità, ha ragionato non tanto su un possibile Tinder match – e quindi su un amore adolescenziale – con Vincenzo Italiano, piuttosto in modo meditato e maturo. Il presidente del Napoli, evidentemente, aveva e ha in mente una squadra non troppo distante da quella di quest’anno, con pochi innesti e la valorizzazione degli asset che ha già a disposizione – tra cui anche i giocatori ceduti in prestito.

Allegri, a differenza di Conte, tende a non esasperare il dibattito
Se questo è il programma politico del Napoli, prendere Allegri è una scelta sensata. Molto sensata. Per diversi motivi. Intanto perché parliamo di un allenatore che dà – e trae – il meglio quando può gestire dei giocatori che hanno un buon/grande palmares. In questo senso, il Napoli rappresenta un’opportunità importante: anche se vengono sempre presentati come degli outsider, nella rosa azzurra ci sono giocatori che hanno vinto due o più scudetti (Di Lorenzo, Rrahmani, Anguissa, Politano, Lukaku, Spinazzola, Meret, Olivera, ovviamente De Bruyne), ovviamente al netto di ciò che verrà fatto sul mercato.
Un altro aspetto che va sottolineato riguarda l’approccio – non tattico, ma gestionale ed emotivo – di Allegri: se escludiamo i comportamenti volutamente teatrali che tiene in panchina, si tratta di un tecnico che dà l’impressione di non stressare troppo i suoi calciatori, cioè di non essere troppo duro/severo con le richieste tattiche o nel lavoro in allenamento, che – almeno in pubblico – non dice mai parole sconvenienti nei confronti della società per cui lavora, che svolge la funzione di figura-ombrello quando c’è da rapportarsi con i media.
Da questo punto di vista, Allegri si muove e ragiona nel solco di Conte, nel senso che accentra su di sé le attenzioni dei giornalisti. Solo che, a differenza dell’ormai ex allenatore del Napoli, tende a non esasperare il dibattito. Anzi: lo distende – o quantomeno prova a farlo – con battute di spirito, con frasi a effetto. Certo, in passato anche lui ha avuto i suoi bei litigi con analisti e opinionisti vari. Ma la sua battaglia è sempre stata “ideologica” una sorta di crociata a difesa della visione di calcio semplice che ha iniziato a fare propria non appena è approdato nel club esclusivo della grandi squadre.
Allegri prima di Allegri
Questo riferimento storico ci dà il gancio perfetto per fare una primissima, sommaria digressione sulla tattica. Sul gioco di Allegri. Che, anche per scelta diretta del diretto interessato, da anni viene inserito nella (inesistente) categoria degli allenatori resultadisti. In realtà sarebbe più giusto, nonché più corretto dal punto di vista proprio lessicale, parlare di Allegri come di un allenatore reattivo. Ovvero di un allenatore che non ha dei principi o un modulo fissi, monolitici, ma che – appunto – reagisce a ciò che gli avviene intorno e modella la sua squadra in base alle circostanze. Quelle esterne, ovvero gli avversari e le contingenze (infortuni, squalifiche, indicazioni che arrivano dal campo, ecc.), e quelle interne.
Il punto – per alcuni, per molti, si tratta di un problema – è che spesso lo spirito di adattamento e la reattività di fondo hanno portato Allegri a fare scelte conservative. Difensive, speculative. Come detto prima, il suo arrivo nelle grandi squadre (il Milan l’ha preso dal Cagliari nel 2010, da allora ha allenato solo i rossoneri o la Juventus) è coinciso con quello che potremmo definire come un progressivo appiattimento delle idee offensive. È come se la presenza di attaccanti fortissimi (Ibrahimovic, Pato, Cassano e Robinho al Milan, Tévez, Morata, Llorente, Dybala, Mandzukic, Higuaín, Cristiano Ronaldo alla Juve) abbia “convertito” Allegri a una visione fin troppo semplificata del gioco del calcio.
Pure questa lettura, naturalmente, è semplificata. Anche perché chi ha seguito la carriera di Allegri, tutta, sa che stiamo parlando di un allenatore con un background diverso. E non solo perché è un cosiddetto discepolo di Giovanni Galeone. A Cagliari, e in tutte le sue esperienze antecedenti al 2010, Allegri era considerato un tecnico sofisticato, anche offensivo. Le sue squadre praticavano un gioco ricercato, tecnico, leggero. Poi, come detto, qualcosa è cambiato.

Db Milano 07/02/2013 – final eight coppa Italia di basket / Cimberio Varese-EA7 Milano / foto Daniele Buffa/Image Sport
nella foto: Gianni Petrucci-Massimiliano Allegri-Giovanni Galeone
Allegri ieri e Allegri personaggio
Di fatto, da un certo punto della sua carriera in poi, Allegri ha deciso di raccontare – e quindi di raccontarsi come il protagonista di – una storia ben precisa: quella per cui il calcio è semplice, la tecnica dei giocatori viene prima di qualsiasi schema, anzi nel calcio di oggi ci sono troppi schemi e troppa poca libertà interpretativa, ora sono tutti filosofi, il gabbione di Livorno, il corto muso, l’ippica, Minnesota, il tiro finale a basket e tutti i meme che ne sono venuti fuori. Insomma: Allegri, suo malgrado e per sua scelta deliberata, si è trasformato un personaggio. Una sorta di Don Chisciotte a difesa di una concezione utilitaristica del gioco del calcio.
Il bello è che Allegri predicava bene e razzolava in maniera diversa: la Juventus del suo primo ciclo (2014 –> 2019), infatti, era una squadra che alternava partite dall’impostazione chiusa, bloccata – speculativa e utilitaristica, appunto – a gare di grande intensità, di grande coraggio. In questo senso, basti pensare a Juventus-Barcellona 3-0 (Champions League 2016/17), oppure a Juventus-Atlético Madrid (Champions League 2018/19). Il tutto a prescindere dai moduli (in bianconero, Allegri ha utilizzato il 4-3-1-2, il 3-5-2, il 3-4-3, il 4-2-3-1 e il 4-3-3) e dalle scelte di formazione. Alcune idee tattiche, per esempio la conversione di Mandzukic in esterno e quella di Pjanic in regista basso, hanno cambiato la carriera dei giocatori coinvolti e il volto della Juve. In meglio.
Allegri oggi (combattere contro i mulini a vento)
Il secondo ciclo alla Juve e l’ultima stagione milanista sono andati peggio: la proposta di gioco delle due squadre è stata sempre abbastanza basica, improntata al contenimento dei rischi. Il problema, però, è che Allegri non ha avuto i giocatori ideali per poter far valere la sua visione. Per dirla brutalmente: Vlahovic, Di María, Chiesa, Kean, Yildiz, Weah, Pulisic, Leão, Nkunku non valevano – e forse non varranno mai – Ibrahimovic, Tévez, Higuaín, Cristiano Ronaldo. Ma soprattutto: Gatti, Bremer, Danilo, Gabbia, Tomori e De Winter non valevano – e non varranno mai – Thiago Silva, Buffon, Bonucci e Barzagli.
Questa non deve essere considerata come una giustificazione. Anzi, probabilmente bisogna partire da qui per individuare la grande “colpa” che Allegri si porta appiccicata addosso, quantomeno negli ultimi anni. Il fatto è che una determinata impalcatura tattica e filosofica può funzionare con determinati giocatori, ma può essere che non funzioni altrove. In un’altra epoca, in una squadra diversa. Non è un caso che Allegri abbia vinto pochissimi trofei (solo una Coppa Italia) dal 2021 al 2026, e come detto questo dato si può spiegare con la scarsa qualità dei giocatori a sua disposizione. Ma va anche detto, con altrettanto realismo, che Allegri non è riuscito ad adattarsi a questa nuova realtà.
Di fatto, la Juventus 2021 –> 2024 e il Milan 2025/26 erano impostate come se fossero squadre molto forti. O comunque più forti delle loro avversarie. E invece non lo erano. In questo senso, Allegri ha continuato a lavorare – e a parlare – come se fosse davvero un Don Chisciotte. Quello che combatte contro i mulini a vento, e alla fine – ovviamente – perde. Che poi, nel suo caso, perdere significa non vincere.

Foto Nicer
Il calcio può essere semplice
La verità, quindi, sta nel mezzo – e chi scrive è fermamente convinto che anche Allegri lo sappia benissimo. La verità è che il calcio può essere semplice, ma solo se ci sono le condizioni. Solo se hai dei giocatori che ti permettono di concretare questa teoria sul campo. La sfida del Napoli e di De Laurentiis, con Allegri in panchina, sarà esattamente questa: capire fino a quando e fino a dove possono spingere i vari Di Lorenzo, McTominay, De Bruyne, Lobotka, Rrahmani, ma anche Hojlund, Alisson Santos e Vergara. È facile – anzi: è inevitabile – pensare che Allegri li lascerà più liberi, li spremerà un po’ di meno rispetto al suo predecessore, quindi sarà il loro rendimento a determinare l’esito della stagione del Napoli.
Come detto in apertura: De Laurentiis, evidentemente, non si sentiva e non si è sentito pronto a una rivoluzione vera, totale, assoluta. Ha deciso di affidare questo Napoli, il Napoli di Conte, a un tecnico che potesse gestirlo in modo meno totalizzante, meno asfissiante. Meno ricercato dal punto di vista della proposta tattica, ma anche più “gentile”, più “dolce” – le virgolette sono d’obbligo, nel mondo del calcio, per certi aggettivi.
Un altro aspetto da tenere in considerazione, perché legato proprio a questa idea di “gentilezza”, riguarda la gestione del doppio/triplo impegno tra campionato, Champions League e Coppa Italia: per quanto non sia un fanatico del turn over, Allegri ha sempre saputo navigare bene dentro i calendari ingolfati. Anzi, è uno degli allenatori per cui giocare è meglio di allenarsi. In questo senso, il fresco ricordo della brutta (bruttissima) Champions giocata dal Napoli di Conte deve aver avuto un peso. Esattamente come i buoni uffici del diesse Giovanni Manna, una figura fortemente connessa ad Allegri.

Conclusioni (il peso del Centenario)
In poche parole, chi scrive ha provato a spiegare quella che potrebbe – dovrebbe – essere la ratio della scelta fatta da Aurelio De Laurentiis. Certo, adesso a parlare dovrà essere il campo. E quindi interessante capire se questo lungo elenco di pregi (più qualche difetto) potranno in qualche modo incastrarsi con il Napoli 2026/27, al netto ovviamente di ciò che verrà fuori dal mercato estivo.
Proprio l’estate che sta per iniziare, appunto, potrebbe essere stata un’altra motivazione che ha spinto De Laurentiis a virare su Allegri: il prossimo primo agosto ricorrerà il centenario della fondazione del Napoli, e l’intero ecosistema del club si sta preparando a delle celebrazioni in grande stile. Ecco, con tutto il rispetto per Vincenzo Italiano: presentarsi a questo evento con un allenatore come Allegri, con la storia e tutta l’allure che si trascina dietro, è un’altra cosa. È un’altra storia. Può piacere o meno, ma il passato esiste e non può essere cancellato. E il passato dice che Allegri è stato un allenatore grande e vincente. Tra qualche tempo sapremo se potrà esserlo ancora, anche nel futuro, anche a Napoli.