Da noi i giovani marciscono in Serie C, la Real Sociedad ci alza le coppe

A San Sebastián si vince con un blocco di tredici giocatori cresciuti nel vivaio e diventati colonne portanti. Una lezione di programmazione che ridicolizza il provincialismo italiano

Da noi i giovani marciscono in Serie C, la Real Sociedad ci alza le coppe

Fans of Real Sociedad celebrate during the UEFA Europa League group B football match between SK Sturm Graz and Real Sociedad de Futbol in Graz, on October 21, 2021. ERWIN SCHERIAU / APA / AFP

In Italia c’è una regola non scritta, scolpita nella pietra della nostra mediocrità calcistica: i giovani non sono mai pronti.

Vanno protetti. Mandati in prestito in Serie C a prendere calci nei campi fangosi, oppure inseriti all’ottantanovesimo minuto, rigorosamente sul 3-0, giusto per rimpolpare le statistiche e farsi belli in conferenza stampa. Avere il terrore di schierare un ventenne è il vero, inconfondibile marchio di fabbrica della Serie A.

Poi, però, guardi oltre i Pirenei. Guardi nei Paesi Baschi. E ti rendi conto di quanto la condizione del nostro sistema sia drammatica.

Da noi in Serie C, a San Sebastián alzano i trofei

La Real Sociedad ha appena alzato al cielo la sua quarta Copa del Rey, superando il rognosissimo Atlético Madrid di Simeone ai rigori. E chi sono gli eroi di questa impresa?

I figli della Zubieta. Il leggendario settore giovanile del club di San Sebastián. Ander Barrenetxea e Mikel Oyarzabal hanno segnato i gol nei tempi regolamentari, Unai Marrero ha parato due rigori ai Colchoneros nella lotteria finale, prima che Pablo Marín calciasse in rete il penalty decisivo. Tutti rigorosamente fatti in casa.

Attenzione, però. Non si tratta di fare la stucchevole apologia dell’autarchia, dell’isolazionismo o del calcio “a chilometro zero”. Nel calcio moderno un approccio del genere risulterebbe non solo anacronistico, ma pure masochista.

La stessa Real Sociedad lo ha capito a sue spese. Fino al 1989 schierava solo giocatori baschi, vivendo in una bolla identitaria fortissima. Poi le regole del mercato spagnolo cambiarono di colpo, le big fecero razzia dei loro campioni (il Barcellona ne acquistò tre in un colpo solo) e la bolla, inevitabilmente, scoppiò in faccia a un’intera tifoseria. Per sopravvivere al declino, il club dovette aprire le frontiere e acquistare il suo primo straniero, l’irlandese John Aldridge.

La lezione che dovremmo imparare

Aprirsi al mondo e al mercato globale non ha significato smantellare il proprio vivaio. Non hanno smesso di credere nei loro ragazzi per riempire la rosa di mediocri mestieranti stranieri presi a parametro zero. Hanno, molto semplicemente, integrato. Hanno capito che non serve fare i reclusi per conservare un’identità forte.

La Zubieta è rimasta il cuore pulsante dell’intero progetto tecnico. La fabbrica perfetta capace di sfornare talenti assoluti, dai primi passi di Antoine Griezmann fino a Martín Zubimendi, oggi diventato una colonna dell’Arsenal di Arteta.

Mentre a San Sebastián festeggiano un trofeo costruito sul coraggio, sull’identità e sul talento fatto in casa (mixato sapientemente con l’esperienza internazionale), da noi il copione non cambia.

Continueremo a dibattere per settimane nei salotti tv se un classe 2004 abbia o meno l’esperienza giusta per giocare titolare in casa contro l’Empoli. E il calcio italiano continuerà a invecchiare. Inesorabilmente.

Studente di ingegneria informatica, curioso e determinato, con una forte voglia di imparare e mettersi alla prova. Appassionato di tecnologia, sport e lettura, unisco studio, allenamento e progetti personali con l’obiettivo di crescere sia professionalmente che umanamente.

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